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EMPTYSET, James Ginzburg

Creato il 27 ottobre 2017 da The New Noise @TheNewNoiseIt
EMPTYSET, James GinzburgPaul Purgas e James Ginzburg, foto di Sylvia Steinhäuse

James Ginzburg e Paul Purgas suoneranno a Udine, al Teatro Palamostre, il 4 novembre, nell’ambito di FORMA – Free Music Impulse #8 (con loro ci saranno Sculpture e Cellule D’Intervention Metamkine. Gli Emptyset sono certamente uno dei nomi importanti emersi in questi anni dal mondo della cosiddetta musica elettronica (capirete presto il corsivo) e va detto che piano piano stanno forgiando una loro personalità autonoma. All’inizio li consideravo troppo vicini ai Pan Sonic, poi con Borders mi sono reso conto che come minimo hanno un piano. Con questo ep Skin, appena uscito, osano ancora di più, aumentando clamorosamente la componente “acustica” del loro sound, tanto che per la prima volta ci sono voci, una sorta di coro che sostiene una sola nota come se volesse svolgere la funzione di drone, oltre che – addirittura – quella performativa, perché suonano strumenti autocostruiti, non stanno dietro alle macchine. Così alla fine, con le sue reiterazioni e con la sua apparente semplicità (non siamo lontani da Borders come schema), quella di Skin diviene musica primitiva per nuove religioni dell’ascolto. Insomma, i due inglesi (i loro volti, messi vicini, sembrano un saggio sulla società multietnica) hanno le idee chiare e stanno cercando la loro verità nel suono puro. Non nascondo che l’aver approfondito la conoscenza delle altre attività di James Ginzburg (Subtext, Arc Light, Multiverse, delle quali si parla nell’intervista) e l’aver considerato nel loro insieme i rapporti con artisti come Jebanasam o Roly Porter, mi ha invogliato a capire meglio l’estetica degli Emptyset e me li ha fatti apprezzare di più. È bello vedere quando un progetto cresce anziché rimanere stagnante.

L’ep Skin sarà fuori tra poco (l’intervista è avvenuta prima dell’uscita dell’ep, ndr). Ho ascoltato la traccia che avete messo on line. “This is the first time Emptyset has presented a body of work using entirely acoustic production methods”, dice il comunicato stampa. Qual è il messaggio? Qualcosa come “le idee vengono prima, tecnologia ed equipaggiamento sono secondari”?

James Ginzburg: Le idee di “elettronico” o “acustico” forse sono collegate a un discorso da Ventesimo Secolo intorno alla musica e sono definizioni in qualche modo meno utili adesso rispetto a prima. Penso che siamo interessati di più all’idea che ci siano differenti modalità di ascolto, e il nostro progetto si è sviluppato ampiamente nella direzione di un ascolto non-semantico e non aspira a essere qualcosa che ha dei riferimenti. Quando abbiamo iniziato a lavorare con strumenti fisici e la voce umana, a un certo punto un ascolto con riferimenti è diventato inevitabile, ma ciò che noi stiamo esplorando è la trasposizione del cercare di costruire la musica e l’esperienza del suono a partire dalle componenti base di quest’ultimo, rumore e onde sinusoidali, usandole come materiale che porta con sé e comunica le complessità del processo al quale è soggetto. Con Skin cerchiamo di guardare alle forme elementari della produzione sonora attraverso la gestualità, il toccare i materiali, compreso il metodo di produzione sonora umano più semplice che c’è: la voce. È stato interessante per noi pensare al “processo” espandendolo verso il performativo e il gestuale (anziché avere una relazione con esso più limitata, mediata da strumentazione elettrica), e anche pensare a un aspetto spaziale che doveva essere lasciato “accadere” col minor intervento umano possibile.

Quando un musicista “elettronico” (ma cosa significa oggi “elettronico”? Ogni band usa effetti e software) tenta di ridurre la parte del suo lavoro eseguita da circuiti, penso sempre a quel racconto di Asimov, “L’uomo bicentenario”: il robot cerca di essere umano, modificando il suo corpo tanto che finisce per invecchiare… Volete pelle (“skin”) umana?

Sin dall’inizio di Emptyset il nostro approccio è stato basato sull’osservare come nascono gli universi da una prospettiva “wireframe”. Quindi, partendo da una specie di vuoto, come nasce qualsiasi tipo di forma? Se tu giochi con l’idea di universi come navi in bottiglia, alla fine un’altra idea, quella di una sorta di intelligenza che emerge, sembra inevitabile. E a un certo punto per noi è diventato interessante capire dove ci trovassimo noi, come esseri umani, all’interno di quello stesso universo “wireframe” astratto che avevamo creato. Penso che la cosa più peculiare sia realizzare che esiste e a quel punto inevitabilmente cercare strategie per comprenderlo e mettersi in relazione con esso, e i nostri gesti musicali possono essere visti come, ad esempio, tentare di creare delle forme all’interno di un vuoto sconcertante, e attraverso ciò esplorare il significato del partecipare a un flusso esperienziale che sembra essere allo stesso tempo sia una creazione, sia un creare (un titolo come “Borders” fa forse riferimento a questo discorso un po’ complesso fatto da James: in pratica loro, per fare dischi, si danno dei limiti e un numero ridotto di mezzi a disposizione, poi vedono cosa succede a giocare con queste stesse regole che hanno messo, dunque sono sia giocatori, sia inventori di un gioco del quale evidentemente ritengono di dover ancora scoprire tutte le potenzialità, ndr).

Secondo me Borders è un album radicale e gli Emptyset sono un progetto radicale (“radicale” per me è “andare alle radici, all’origine”): suono, silenzio, ritmo, linearità. Per voi Borders è radicale? Vi considerate radicali?

Sarebbe strano descrivere il proprio operato come radicale. Crediamo che Borders abbia rappresentato un progresso naturale rispetto a quello che abbiamo fatto prima. Nel senso che c’è un distaccarsi rispetto ai nostri metodi di lavoro iniziali, che prosegue con Skin e progetti-performance come quello che di recente abbiamo realizzato per la David Roberts Art Foundation. Penso che “radicale” si possa usare in questo caso nel senso letterale della parola. Ritengo che ciascuno sia sempre seduto sulle spalle dei giganti quando si tratta di filosofi, artisti, musicisti… e sento con forza che tutti i miei pensieri e le mie ispirazioni sono eredità ed espansione di ciò che altra gente mi ha insegnato, nella vita, nei dischi o nei libri. Forse, più che radicale, “che aspira alla sincerità mentre cerca di ottenere l’essenza dell’altrimenti incomunicabile”?

Ho fatto la stessa domanda a Jebanasam, Peryman e Sabin. Ascoltando la musica di tutti voi (e di Roly Porter…), ho iniziato a pensare che i miei lettori avevano bisogno di capire quanto la cultura del sound system vi influenzasse ancora.

La cultura del sound system è stata di certo una delle maggior influenze sul come noi pensiamo alla musica e al suono, cioè come a un’esperienza viscerale, fisica. Questo non significa necessariamente “volume alto”. Significa che il suono esiste fisicamente in quanto aria in movimento che interagisce coi tuoi sensi, e che le sue vivide qualità strutturali sono importanti quanto le note o il contenuto semantico della musica.

Vorrei parlare di Subtext Recordings. A volte penso che gli Emptyset influenzino ciò che la Subtext decide di pubblicare, altre volte penso che Subtext influenzi gli Emptyset (ascoltando Cevdet Erek o Ellen Arkbro, per esempio)… Probabilmente entrambe le cose succedono…

Siamo una piccola comunità fondata su legami personali e ci scambiamo idee e influssi, è inevitabile che ci sia reciprocità in questo. Anche tra noi due Emptyset ci influenziamo a vicenda, e gli artisti con cui lavoro in Subtext hanno una pesante ricaduta su di me.

Gestisci anche Arc Light Editions con Jennifer Lucy Allan? È un altro progetto interessante. Alcuni miei amici però pensano che la faccenda delle ristampe stia andando fuori controllo. Ogni giorno qualcuno ri-pubblica una “gemma perduta” o un “segreto ben custodito”. Nel vostro caso, sembra che scegliate con cura cosa fare e cosa non, e con una frequenza accettabile…

Sì, ci sono anche io, ma è Jennifer è la vera mente creativa dietro l’etichetta. Penso che la sua etica e il suo approccio siano più interessanti di quelli di altre etichette dedite alle ristampe, e lei ha sviluppato rapporti con artisti che vuole coinvolgere, non vuole solo trovare qualche oscuro lavoro e ristamparlo su di una nuova etichetta. Per il prossimo anno abbiamo pianificato cose davvero intriganti, ad esempio un lp di musica per salmi in gaelico proveniente dalle Ebridi Esterne, il che mi entusiasma molto perché parte della mia famiglia arriva da lì e amo sul serio questa musica.

Sei un musicista, ma sei anche un imprenditore. Multiverse Music si occupa di musiche per pubblicità, film e trailer. Di solito queste musiche sono firmate da artisti collegati a te e a Subtext. Sembra un modo molto interessante per trovare denaro per pubblicare dischi difficili, scommettere su nuove persone, procurare sostegno economico ai tuoi artisti: usi le tue capacità per l’industria, ma tutto ciò diventa benzina per i tuoi progetti personali…

Non mi descriverei come un imprenditore. Multiverse è una struttura con la quale ci focalizziamo su di una piccola comunità di musicisti, artisti e sul loro lavoro creativo. Certe volte questo implica una connessione con altri media e, come tu hai detto, questo favorisce il creare una situazione sostenibile, così che si possano prendere dei rischi e non compromettere ciò che pubblichiamo. Suppongo a questo punto di avere molta esperienza con questi aspetti dell’industria musicale, dato che gestisco l’azienda dal 2004, ed è meraviglioso quando essa serve agli artisti con cui lavoriamo.

Grazie per aver accettato l’intervista. Ovviamente la mia ultima domanda è: che dobbiamo aspettarci dalla vostra data italiana? Chi è Sam Williams?

Prego. Speriamo che sia un’esperienza sonora viscerale, focalizzata sul materiale del nostro lp Borders. Sam è un artista con cui abbiamo lavorato per anni onde sviluppare la componente visiva delle nostre performance.

Interviste emptyset, james ginzburg, subtext

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