Epidurale. La mèta e la strada.

Da Tiz

In questi giorni riflettevo sulla richiesta dell’anestesia epidurale durante il parto. Quando ero incinta di Tabita, dieci anni fa, mi ero informata di quali ospedali la praticassero… pochi, ma ero contenta che quello che avevo scelto io, Castelfranco Veneto, la facesse, anche se non la garantiva 24 ore su 24.

Il mio pensiero principale andava ai racconti che avevo sentito dalle amiche: parti indotti, giorni con flebo di ossitocina, scollamento delle membrane, applicazioni di gel, rotture del sacco… A questo punto, pensavo (e penso tutt’ora): se il mio parto non è più naturale, ma viene manipolato, allora, almeno, che il dolore sia lenito. Perché con un parto così medicalizzato quello che si soffre non è quello che la natura ci consente di sopportare.

Ma perché sceglierla a priori? Perché non provare nemmeno a partorire senza? Tra le varie ragioni quella che mi ha colpito di più è l’”inutilità del dolore”. Davvero il dolore del parto è inutile?

Tralascio le (bellissime) spiegazioni di Odent e di altri medici che parlano di tutti quei meccanismi che gli ormoni mettono in azione durante le varie fasi di travaglio, parto, allattamento… perché non ho competenza per sostenere queste tesi. Provo a guardare la fatica del travaglio e del parto naturale da un altro punto di vista. Quello del camminatore.

Per 7 anni ho fatto parte del mondo scout. Sono stata Guida, poi Scolta. Il saluto delle scolte non è il conosciutissimo “Buona caccia”, ma “Buona strada”. La Strada. Il cammino. Il percorso. L’importanza che rivestono nella nostra vita. Il campo da Scolta non è stanziale, è Campo Mobile per i Rover, Route per le Scolte. Per una settimana si cammina, per ore, tutti i giorni. Firenze-Siena a piedi. La Camargue in bicicletta. Le Alte Vie.

Così ora immagino… Immagino di aver voglia di andare in un rifugio in montagna, di poter andare a godere di un panorama mozzafiato. Il rifugio si può raggiungere in teleferica. Ci salgo, mi siedo, mi godo tranquilla il viaggio dall’alto e poi arrivo alla mèta tranquilla, riposata, fresca, pronta ad ammirare il magnifico paesaggio che mi si presenta davanti.

Guardando bene bene, sul fianco del monte vedo delle formichine che camminano… si avvicinano a me, lentamente, lo zaino sulle spalle, la testa china, i muscoli tesi. Con andatura regolare percorrono stretti sentieri, scavalcano qualche masso, si fermano un istante solo per bere un sorso d’acqua e poi via, di nuovo.

Sono partiti ore prima di me e ci vorranno ancora ore perché mi raggiungano. Io mi godo il sole e la giornata. Poi eccoli, spuntano dal sentiero e sono lì, sudati, con le spalle doloranti, le gambe graffiate da qualche rovo, magari una benda a coprire un taglio procurato scivolando su un ostacolo lungo il sentiero. Hanno fatto fatica, hanno corso dei rischi. Ma nei loro sguardi c’è qualcosa. C’è consapevolezza. Della fatica, dello sforzo, dei propri limiti, delle proprie capacità. Il paesaggio che si stende ai nostri piedi è lo stesso, ma quello che vedono loro non è quello che vedo io.

E adesso torno dalla “mia” parte, quella di chi ha impiegato una settimana per andare da Firenze a Siena, quando bastavano poco più di due ore di comodo treno. E ricordo le colline toscane, il tramonto tra i vigneti, la stanchezza all’arrivo di ogni tappa e ancora la tenda da montare, gli spallacci dello zaino che si conficcavano nella carne, il dubbio di non farcela, la testa china a contare i passi in una cadenza ritmata, quasi un mantra… uno-due uno-due uno-due… la sensazione di non provare più fatica, di essere più leggera, di potercela fare.

E poi ritorno a quella sala travaglio, dove carponi nel letto affondavo la testa tra i cuscini mentre mio marito contava la durata della contrazione e io respiravo e contavo… uno-due uno-due uno-due… pausa… e poi si ricomincia… e di nuovo il dubbio di non farcela… e poi ancora quella sensazione di poter affrontare anche questo, come la fatica dello scalatore… fino ad arrivare alla vetta, nella piena consapevolezza di quello che mi aveva portato fin lassù.

Perché se la mèta è importante, la strada per raggiungerla non lo è da meno. Peché è la strada che ci fa crescere, che ci aiuta a diventare più forti, a conoscerci nel nostro io più profondo.

E allora io penso che chiunque abbia il diritto di poter scegliere la teleferica, ma che chi sceglie il sentiero e la strada non è un pazzo, un retrogrado, un mistico… è solo una persona che sa riconoscere il valore e l’utilità della fatica e del sudore e non vuole perdersi le grandi opportunità che la strada può fare scoprire.

E quindi a tutte le future mamme non posso che augurare: Buona Strada!


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