Magazine Cultura

Era una lucente mattina invernale, il mare blu scuro, l’aria fredda

Creato il 30 giugno 2020 da Adriano Maini @mainiadriano
Era una lucente mattina invernale, il mare blu scuro, l’aria fredda

… Doveva curare con sveltezza e abilità che i lunghi e infuocati fili di metallo incandescente che uscivano dal forno si deponessero sugli schermi dopo aver paurosamente volteggiato in aria. I suo gesti precisi costringevano il filo al suo posto; la sua fronte era madida di sudore; il suo volto dai tratti salienti come arrossato dal fuoco.
I compagni di lavoro, Milano, Flico, Giovanni, non perdevano mai una battuta, e armonizzavano nel lavoro i loro movimenti funzionali, che li stancavano. La porta del forno aperta sembrava un braciere ardente, ed emanava un caldo insopportabile. Le loro bluse azzurre e nere di grasso, logore, davano ai loro corpi uniformità; ma i volti erano diversi, gli occhi esprimevano la loro personalità, come affilata dal pericolo: se un filo sfuggiva alla presa di uno poteva avvolgere bruciare mutilare la carne loro. Due inservienti entrarono nel reparto, Carlo che mancava di un braccio, Mario che zoppicava; entrambi erano stati mutilati in giorni diversi, ma sempre verso la fine del turno, quando un attimo di disattenzione, dovuta alla fatica, può essere fatale all’operaio. Si misero a pulire un forno che era spento.
Carrette piene di rottami di ferro giungevano nel reparto, e il forno acceso inghiottiva tutto il materiale; si era in piena lavorazione, gli uomini si prodigavano senza un attimo di pausa.
La fabbrica sorgeva tra i vecchi fortilizi di Savona, in riva al mare, dalla parte opposta di un ampio cortile c’erano gli uffici che confinavano con la banchina del porto, e il terreno era attraversato da rotaie per i vagoni che giungevano dalla stazione, e c’erano ponti e gru per scaricare ferro dalle navi o dai vagoni ferroviari. Un alto muro impediva ogni visione, verso terra, di fronte il mare aperto. Quest’ubicazione dava agli uomini il senso d’essere come interrati; solo sopra il cielo azzurro era visibile.

Era una lucente mattina invernale, il mare blu scuro, l’aria fredda. Gli operai non s’accorgevano che esistesse un mondo esteriore. Matteo soprattutto aveva perfezionato se stesso rendendo i suoi gesti sempre più sintetici e necessari: era diventato il migliore operaio del forno.
Ne faceva interamente parte, la sua vita era lì, ciminiere, altiforni, gasometri, rottami, sacchi di coke, montagne di carbone, acciaio effervescente, rigòla di ghisa liquida, il forno durante la colata. Ogni giorno la vita ricominciava per tutti tra quelle mura, dura e difficile, senza possibile evasione.
Solo quando il turno era finito potevano andare sullo spiazzo e guardare il cielo; sedersi su qualche rottame di ferro, aprire la valigetta che conteneva il cibo; bere golate di vino, refrigerio per le gole arse e assetate. A poco a poco le loro membra si distendevano; cominciavano a pronunciare qualche parola.
Il più loquace era Flico, giovane di ventidue anni; il più invariabilmente taciturno era Matteo, alto e magro, uomo sui trentacinque anni; Milano e Giovanni si adattavano facilmente al silenzio o ai discorsi dei compagni. Ma tutti erano accomunati dal sacrificio, un battaglia quotidiana che non aveva mai termine, che durava quanto la loro vita; da anni mesi ore minuti, sempre così, ineluttabilmente.

Era una lucente mattina invernale, il mare blu scuro, l’aria fredda

… Per Milano e la sua famiglia le giornate erano passate una peggiore dell’altra, e pareva che il tempo per loro si fosse inesorabilmente chiuso. Milano era stroncato, perduto, non sopportava l’umiliazione ingiusta, e non osava neppure più parlare o scherzare coi figli. Enrico e Margherita sapevano ormai che dovevano limitarsi in tutto, e non osavano neppure più comprarsi un quaderno o inchiostro; i forni tori avevano già rifiutato crediti, preferivano regalare a Caterina un filone di pane, qualche patata, ma non darle nulla a credito, Milano continuava a non trovare lavoro.
Per molti giorni Milano non era uscito di casa, se ne rimaneva immobile seduto su una sedia o si coricava in letto, sbadigliava senza aver sonno e di notte soffriva di terribile insonnia, non gli riusciva di parlare neppure con la moglie. Caterina non trovava parole per incoraggiarlo, aveva esaurito tutti gli argomenti, lui aveva cupi sguardi anche per la moglie, …
Sotto la Torre Leon Pancaldo, dai muri antichi e grigi, c’era un carrettino pieno di limoni con il cartellino del prezzo infilato in un bastoncino infisso tra i frutti; dietro il carrettino c’era Milano che vendeva limoni, e spesso osservava le ciminiere spente della fabbrica, il suo volto era triste, per difendersi dalla luce s’era comprato un paio di occhialoni neri, ed intesta per il sole portava un berretto di tela blu con visiera, il volto dimagrito e rugoso, la barba un poco lunga, aveva rimboccate le maniche della camicia, il braccio era ancora forte, in utilizzato se ormai aveva soltanto più da maneggiar limoni….. Detestava incontrare conoscenti: la sua personalità era stata violentata, egli non credeva più d’essere Milano, temeva soprattutto di farsi vedere dai suoi vecchi compagni. Se per caso ne vedeva spuntare uno da qualche parte, egli faceva finta di niente, spingeva il carrettino dalla parte opposta, e pur di non incontrarli lo spingeva anche sulla salita di Santa Lucia.. …. e quando a sera arrivava a casa tardi si .metteva sul letto senza svestirsi, senza, lavarsi; i ragazzi stavano più possibile fuori casa; Enrico prendeva ancora dei bei voti; Margherita non studiava più, e l’uomo umiliato non osava più essere padre, essere marito. Caterina disperata piangeva senza la crime ore intere. Una famiglia era stata infranta, di strutta alle radici. Non era la sola. Ma tutto sembrava naturalissimo…

Guido Seborga, Gli innocenti (Ceschina, 1961 / Sabatelli, 2006)


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog