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Esclusivo – Nostra Signora di Fatima – la Madonna di un falso cristianesimo. Estratto dal libro di….

Creato il 12 maggio 2013 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

nostrasignoradifatimaRenato Pierri (1).

Una domanda che nessuna madre al mondo farebbe ai suoi figli La prima apparizione di Nostra Signora di Fátima – secondo la ricostruzione dei fatti basata sui documenti dell’epoca – avvenne il 13 maggio 1917, in una località del Portogallo chiamata Cova da Iria, dove c’era un piccolo podere di proprietà di Antonio dos Santos e Maria Rosa, genitori della pastorella Lucia, di dieci anni. In quel luogo Lucia aveva condotto al pascolo il gregge in compagnia dei cuginetti Francesco, di nove anni, e Giacinta, di sette, figli di Manuel Pedro Marto e di Olimpia, sorella di Antonio. Abitavano tutti in una borgata distante un paio di chilometri da Fátima, Aljustrel, dove erano nati: Lucia il 22 marzo 1907, ultima di sei figli, Francesco l’11 giugno 1908 e Giacinta l’11 marzo 1910. I due cuginetti di Lucia avevano otto fratelli più grandi (due erano nati dal primo matrimonio di Olimpia con José Fernandes Rosa, e sei dal secondo matrimonio con Manuel Pedro Marto). Un paio di lampi improvvisi spaventò i tre pastorelli intenti a giocare mentre le pecore brucavano l’erba abbondante, cosicché essi, preoccupati per il temporale che minacciava di arrivare da un momento all’altro, radunarono rapidamente il gregge e si avviarono in fretta verso casa. Quando si trovarono a metà circa del sentiero che lasciava la Cova, una Signora apparve loro, ritta sulla sommità di un piccolo elce. Vista l’espressione di paura sui loro volti, la Signora li rassicurò: «Non abbiate timore. Io non voglio farvi del male». Lucia, Francesco e Giacinta, però, non erano spaventati da una visione così dolce, bensì dai lampi improvvisi che avevano accompagnato l’apparizione. Spiegò, infatti, la pastorella più grande, molti anni dopo: «La paura che abbiamo provato non riguardava propriamente la Madonna, bensì il temporale che credevamo imminente; e per questo volevamo fuggire. Le apparizioni di Nostra Signora non incutono paura o timore, ma sì sorpresa»18. Un piccolo equivoco, dunque, da parte della Signora. A differenza di Bernadette, la veggente di Lourdes, che non fece domande alla sua luminosa visione, Lucia chiese alla Signora sull’alberello: «Di dove siete?». «Sono del cielo». Nessuna sorpresa, nessuna emozione da parte di Lucia, che chiese tranquilla: «E che cosa volete da me?». La Signora informò subito i pastorelli del suo piano salvifico: «Sono venuta a chiedervi che veniate qui per sei mesi consecutivi, il giorno 13, a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta»19. Nessuna meraviglia, nessuna emozione da parte dei tre pastorelli. Lucia, che aveva il terrore dell’inferno, approfittò dell’occasione per chiedere informazioni sul suo destino e su quello dei cuginetti: «E anch’io andrò in cielo?». «Sì, ci andrai». «E Giacinta?» «Anche lei». «E Francesco?». «Pure, ma dovrà recitare molti rosari»20. Sempre tranquilla e per nulla turbata dallo straordinario incontro, come se stesse parlando con una vecchia conoscenza, Lucia chiese informazioni anche su due ragazze morte ad Aljustrel da poco tempo: «Maria das Neves è già in cielo?». «Sì». «E Amelia?». «È in Purgatorio fino alla fine del mondo…». A questo punto la Signora, temendo forse che la pastorella continuasse a chiedere il destino di tutti gli abitanti morti e viventi del villaggio, cambiò argomento facendo ai piccoli la domanda che nessuna madre al mondo farebbe mai ai suoi figli: «Volete offrirvi a Dio, per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati a causa dei quali Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?». Lucia, non conoscendo abbastanza il Vangelo ma solo il catechismo che aveva imparato dalla mamma, non restò per niente sorpresa dall’assurda richiesta della Signora e rispose subito, anche a nome dei due cuginetti: «Sì, lo vogliamo!». Il patto era concluso, e così la luminosa figura sull’elce li informò, graziosamente, delle conseguenze: «Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto». Un irresistibile impulso indusse i tre pastorelli inginocchiati a dire in coro: «O Santissima Trinità, io vi adoro! Mio Dio, mio Dio io vi amo nel santissimo Sacramento!». Prima di svanire allontanandosi lentamente verso oriente, la Signora rivolse loro questa raccomandazione: «Recitate il rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra». Da quel giorno molte corone passeranno per le mani dei pastorelli portoghesi, indotti a ritenere che la fine della guerra dipendesse anche dai loro rosari. Alla preghiera del rosario ho dedicato un paragrafo nel mio libro su Bernadette21. Qui sarò breve. Si tratta di una sequela interminabile di Ave Maria, intercalate dalla recita del Pater Noster e del Gloria, con meditazione (una a ogni decina di Ave) di 15 misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi della vita di Cristo e di Maria. I fedeli più attenti e più capaci di concentrazione riescono a recitare qualche Ave Maria riflettendo e meditando, poi, pian piano, inevitabilmente il pensiero vola altrove. Alle Madonne delle apparizioni questa preghiera sembra particolarmente gradita, la chiedono con insistenza. Ma è credibile una Madonna che insiste per essere pregata? A Gesù premeva che si pregasse il Padre, alle Signore delle apparizioni preme che si preghi la Madre. Lucia, Francesco e Giacinta avevano subito compreso e accettato le nuove norme morali espresse dalla Signora dell’elce, anche perché tempo addietro, nel 1916, era già apparso loro più volte un angelo che gli aveva detto quasi le stesse cose: «Offrite preghiere e sacrifici all’Altissimo… Fate sacrificio di ogni cosa e offritelo come un atto di riparazione per i peccati dai quali Egli è offeso e per ottenere la conversione dei peccatori»22, Molti anni dopo Lucia, ormai suora, spiegherà quale influenza avesse avuto su di loro l’apparizione del messaggero celeste: «Le parole dell’angelo s’impressero nel nostro cuore come una luce che ci faceva capire chi era Dio, come ci amava e voleva essere amato, il valore del sacrificio e come questo gli fosse gradito». Come l’angelo apparso loro nel 1916, così la Madonna delle apparizioni alla Cova da Iria riservò ai tre pastorelli un diverso trattamento: Lucia aveva la possibilità di vederla e dialogare con lei, a Giacinta era permesso vederla e ascoltarla – ma non parlarle – mentre Francesco poteva solo vederla. Questo diverso trattamento non ha una spiegazione teologica. È incomprensibile, così come è incomprensibile la diversa sorte toccata ai tre pastorelli riguardo alle sofferenze che, secondo le parole della Madonna della Cova da Iria, il Signore avrebbe riservato ai tre pastorelli. La Signora dell’elce, nel corso di quella sua prima apparizione, fece anche un piccolo prodigio sulle pecore che, durante il dialogo tra lei e Lucia, avevano invaso un campo di ceci: esse brucarono l’erba ma non toccarono le tenere pianticelle, cosicché il padrone non rimproverò i pastorelli distratti. Lungo la strada di casa, Lucia e Francesco raccomandarono a Giacinta di mantenere il segreto su quanto era accaduto. Lucia prevedeva e temeva la reazione della madre, donna severa e intransigente. Un paio di anni prima, la pastorella e due sue amichette, mentre pregavano, avevano visto aleggiare sugli alberi qualcosa che, secondo Lucia, «sembrava una persona avvolta in un lenzuolo» e la madre, stizzita, aveva commentato: «Sciocchezze di bambini». Nonostante Giacinta avesse promesso e giurato che non avrebbe fatto parola dell’apparizione della bella Signora, la sera stessa riferì tutto alla mamma. Olimpia la prese benevolmente in giro: «Che ti credi proprio una santarella per vedere la Madonna?». La bambina restò un po’ mortificata, ma più tardi, a tavola, raccontò di nuovo a tutti quanto era accaduto alla Cova da Iria. Benché non avesse dato alcun peso al racconto della figlioletta, Olimpia la mattina dopo ne parlò con le donne del vicinato, e poco dopo tutta la faccenda arrivò alle orecchie di Maria Rosa. La madre di Lucia era una donna religiosissima e dava lezioni di catechismo in casa, tanto che la pastorella, solo ascoltandola – era analfabeta – l’aveva imparato così bene a memoria da essere ammessa alla prima comunione all’età di sei anni, anziché dieci secondo la regola del tempo. A Maria Rosa la storia della visione non piacque per niente, anche perché temeva la reazione della gente: proprio lei che insegnava religione a tutti i bambini di Aljustrel, proprio lei aveva una figlia che scherzava sulla Madonna! Si sarebbero più fidati a mandare i loro figli nella sua casa? I timori di Maria Rosa non erano infondati: la voce dell’apparizione passò di bocca in bocca, da una casa all’altra, e i genitori dei tre pastorelli cominciarono a essere bersagliati da risatine e battute ironiche. Così, Maria Rosa prese a insultare la figlia dandole della bugiarda; poi, giacché Lucia insisteva nel sostenere di avere detto la verità, dagli insulti la brava donna passò al manico della scopa: «Mia madre, per obbligarmi a dire la verità, arrivò non poche volte al punto di farmi sentire il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel mucchio della legna all’angolo, o del manico della scopa». Manuel Marto e Olimpia, invece, presero la faccenda meno seriamente e non maltrattarono Francesco e Giacinta. Ma i pastorelli cominciarono a maltrattarsi da sé, in attesa delle promesse sofferenze da parte del Signore. La vita dei pastorinhos era già abbastanza dura. Avevano fratelli e sorelle maggiori, che si sobbarcavano i lavori più difficili e più pesanti in casa e nei campi, cosicché condurre le pecore al pascolo toccava ai più piccoli. Uscivano la mattina prestissimo, portandosi pane e formaggio per il pranzo, e tornavano a casa all’imbrunire. L’afa, nei giorni d’estate, era insopportabile e rendeva la giornata faticosa e interminabile. Sacrifici dunque già ne facevano, ma dopo l’apparizione della Signora sull’elce i tre pastorelli si persuasero che non erano bastevoli a riparare le offese arrecate al Figlio dagli uomini. Così cominciarono a privarsi della merenda, facendola mangiare alle pecore, e a cibarsi solo di bacche, funghi, ghiande e olive amare. Ma il vero tormento se lo infliggevano rinunciando all’acqua: passavano intere giornate torride senza bere. Poiché le chiacchiere nel villaggio non accennavano a diminuire, e le critiche, oltre che ai pastorelli, erano dirette ai loro genitori “incapaci di educarli”, Maria Rosa decise di parlarne al parroco. Questi la tranquillizzò un poco, assicurandole che presto la faccenda sarebbe stata dimenticata da tutti.   …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………   Un terribile sospetto (il vero segreto di Fátima?) Riguardo alla predizione della morte prematura di Francesco e Giacinta, diversi elementi inducono a sospettare fortemente che qualcuno abbia contribuito all’avverarsi della profezia. Quella funerea predizione, riferita da Lucia dopo la seconda apparizione (13 giugno 1917), oltre a essere molto grave, era ben costruita, per cui non si può escludere che l’avesse concepita un adulto. La predizione non veniva attribuita alla Signora della Cova come una sua comunicazione spontanea, bensì come risposta alla richiesta della pastorella di essere portata in cielo insieme ai cuginetti. Non annunciava la morte, ma il paradiso; inoltre non precisava con esattezza il momento della morte dei due pastorinhos. Ma la predizione aveva anche dei punti deboli. Fu ideata in concomitanza con la seconda apparizione, benché già nella prima si fosse presentata l’occasione per quella domanda (considerata la disinvoltura di Lucia) e per quella risposta (considerata la logica perversa della bella Signora): quando la pastorella le domandò se lei e i due cuginetti sarebbero andati in paradiso. Quella prima volta la singolare Madonna della Cova – secondo quanto riferì poi Lucia – non solo non fece il minimo cenno alla funerea predizione ma, riguardo al piccolo Francesco, precisò che avrebbe dovuto recitare molti rosari, come per dire che ci sarebbe voluto molto altro tempo, prima che il pastorello potesse salire in cielo. Infatti Lucia, o chi la istruiva, se ne avvide, e nell’interrogatorio del giugno 1917 modificò la frase attribuita alla Signora: «Lui [Francesco] ha ancora da recitare il suo rosario». A ogni modo, giacché è da escludere che la Madonna potesse indulgere nella crudeltà di annunciare a due bambini la loro morte precoce, bisogna dedurne che fu un’idea di Lucia o di qualche suo ignoto suggeritore. Poiché è impossibile che la previsione, così circostanziata (la morte dei due fratellini e la sopravvivenza di Lucia), si sia puntualmente realizzata per pura casualità, ne consegue necessariamente che la morte di Francesco e Giacinta non fu dovuta tanto alla loro malattia, quanto all’esigenza di dare compimento – e dunque verosimiglianza – alla profezia della Signora dell’elce. È un fatto che, delle profezie riferite da Lucia, la sola ad avverarsi è stata proprio quella che poteva essere determinata dalla volontà umana (non era altrettanto facile far finire guerre o farle iniziare un determinato giorno oppure far soffrire il papa). Inoltre, la sopravvivenza di Francesco e Giacinta avrebbe costituito la prova inconfutabile dell’inattendibilità della Madonna della Cova. Una volta che la profezia fu divulgata, la morte prematura dei due pastorelli di Aljustrel diventò una necessità, nell’interesse della Chiesa e probabilmente dello stesso Stato portoghese. Morì per primo Francesco, e non si può escludere che sia stata data una mano alla “provvidenziale” epidemia detta “spagnola” che se lo portò via. Il pastorello, infatti, era riuscito a superare la fase acuta della malattia, tanto che aveva incominciato ad alzarsi dal letto, e faceva passeggiate alla Cova da Iria167. Se ben curato e sorvegliato, forse avrebbe potuto salvarsi. Probabilmente, a far morire il malinconico pastorinho bastò il fatto di averlo lasciato nella convinzione che la Madonna sarebbe venuta a prenderlo presto. Ma soprattutto la triste vicenda degli ultimi giorni di Giacinta è permeata di ambiguità. Il canonico Formigão – che con tanta solerzia si era interessato dei tre pastorinhos durante le apparizioni alla Cova da Iria – aspettò che la pastorella, dopo essere scampata alla “spagnola”, trascorresse più di sei mesi gravemente malata (due mesi nell’ospedale di Vila Nova de Ourém e più di quattro a casa), prima di farla visitare dall’amico professor Enrique Lisboa: si temeva che morisse, o piuttosto che sopravvivesse? Il professor Lisboa e il canonico Formigão, dopo aver molto insistito con la famiglia Marto per un urgente ricovero ospedaliero della bambina, anziché farla entrare in ospedale appena arrivata a Lisbona, la alloggiarono per più di dieci giorni (dal 21 gennaio al 2 febbraio 1920) nell’orfanotrofio di madre Godinho. Perché? Non c’era posto in ospedale per una bambina in gravissime condizioni? È ben strano che il rinomato medico della capitale e il suo illustre collega Castro Freire – uno dei più stimati pediatri portoghesi168 – al quale egli aveva raccomandato la pastorella, non riuscissero a trovarle un letto nell’ospedale dove entrambi lavoravano! E se il professore era a conoscenza delle difficoltà per un ricovero immediato della piccola malata, perché la fece allontanare dalla sua casa di Aljustrel in tutta fretta, per andare poi alla ricerca nella capitale di qualcuno disposto a ospitarla? Infine: se il canonico Formigão credeva alle apparizioni della Madonna alla Cova e quindi alla sua predizione di morte, perché non lasciò che Giacinta morisse nella sua casa, vicino ai familiari, anziché sottoporla a ulteriori inutili sofferenze? Oppure non credeva alle apparizioni e quindi alla predizione di morte e tacque nell’interesse della Chiesa portoghese? In tal caso, per il canonico la morte della bimba sarebbe stata preferibile alla sua sopravvivenza e il trasferimento a Lisbona era solo un mezzo per accelerare il suo viaggio verso il paradiso. Un favore alla Madonna e un favore alla piccola veggente. Inutili e penosi viaggi, una straziante operazione chirurgica quando ormai non c’era più nulla da fare: Giacinta fu davvero martire, ma certamente non della Madonna. Leggendo i passi che abbiamo riportato relativi a quanto riferì Lucia nella Prima memoria sulla sfortunata cugina, non si può fare a meno di provare una gran pena per la bimbetta ossessionata dalla sorte dei «poveri peccatori e dalla pena per il Santo Padre coitadinho», e una certa stizza verso chi avrebbe potuto aiutarla – come il colto canonico Formigão – e non lo fece. Nessuno disse mai a quei bambini ma soprattutto a Giacinta e Francesco – Lucia, per fortuna, era meno disposta al sacrificio inutile – che Gesù non ha mai chiesto ad alcuno sacrifici per i peccatori, e che sarebbe stato un peccatore se avesse chiesto a dei bambini sacrifici per i peccatori. I pastorelli ebbero la sfortuna d’incontrare la bella Signora dell’elce. Giacinta forse ebbe anche la sfortuna d’essere la cugina di Lucia. La Signora dell’elce (ovvero: la madre di Lucia, e Lucia, e il parroco) aveva messo in testa a Giacinta i poveri peccatori, ma chi le aveva messo in testa il povero “Santo Padre”, bisognoso di preghiere? Un sacerdote, uno dei tanti religiosi responsabili, oltre al canonico Formigão, della sorte dei pastorelli di Aljustrel. Nella Prima memoria Lucia racconta: «Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci raccomandarono di pregare per il Santo Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di preghiere. Giacinta fu così presa dall’amore per il Santo Padre, che ogni volta che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: “… e per il Santo Padre”. Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemarie per il Santo Padre e certe volte diceva: “Come mi piacerebbe vedere il Santo Padre! Viene qua tanta gente, ma il Santo Padre non viene mai qua”». E il “Santo Padre”, per la sfortunata pastorella, come i peccatori, come il Cuore Immacolato di Maria, che magari – secondo lei – era qualcosa di diverso dalla Signora dell’elce e magari anche dalla Madonna, diventarono un’ossessione: «O mio Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il Santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria!».   (1) Estratto da Nostra Signora di Fátima – La madonna di un falso cristianesimo” (Mind edizioni), 2013, di Renato Pierri.   Featured image, cover.

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