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Esercizi di attenzione

Creato il 30 dicembre 2019 da Gaetano63

Esercizi di attenzioneLe opere della fotografa Letizia Battaglia esposte a Milano
di Gaetano Vallini«Non ho mai capito niente delle macchine fotografiche... Da una decina d’anni sono passata al digitale, ma il principio vale sempre: i risultati non dipendono dall’attrezzatura, ma da testa, cuore, cervello. La tua posizione politica, morale. Se odi il mondo, lo ami. Le macchine, gli obiettivi non sono niente». Letizia Battaglia ha sempre avuto le idee chiare su cosa significhi essere fotografo e raccontare il mondo attraverso le immagini. Vuol dire prendere posizione, scegliere da che parte stare. Perché, come sostiene, se è vero che la fotografia non cambia il mondo ma solo la propria coscienza può farlo, essa però «come un buon libro può essere una fiammella». E allora le fotografie di Letizia Battaglia sono come tante fiammelle accese per illuminare le coscienze di fronte ai mali e alle ingiustizie della società.Un’ampia selezione di queste immagini sono esposte fino al 19 gennaio 2020 al Palazzo Reale di Milano nella mostra Storie di strada, una retrospettiva con oltre trecento fotografie, molte delle quali inedite. La rassegna ricostruisce il percorso professionale della fotografa palermitana, focalizzandosi sui temi che costituiscono la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, con la sua profonda e continua critica sociale; una critica che ha sempre evitato la banalizzazione dei luoghi comuni, le rappresentazioni e le letture stereotipate della realtà. Perché quello che emerge di Letizia Battaglia è il ritratto di un’intellettuale controcorrente, di una fotografa che ha unito poetica e politica, interessandosi con profonda partecipazione emotiva a tutto ciò che la circondava o la incuriosiva.«La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora... L’ho vissuta come salvezza e come verità» racconta l’artista nel catalogo che accompagna la mostra (Venezia, Marsilio, 2019, pagine 286, euro 50): «Io sono una persona, non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa». Per questo, come spiega la curatrice Francesca Alfano Miglietti, «le sue sono “forme d’attenzione”: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è materializzata in straordinarie immagini». Un lavoro che ha raccolto consensi non solo in Italia. Nel 2017 il «New York Times» l’ha inserita tra le donne più influenti dell’anno.Classe 1935, Letizia Battaglia ha raccontato soprattutto la sua Palermo, nel bene e nel male. Ha mostrato il paesaggio urbano, i volti dei poveri, le rivolte delle piazze, gli omicidi per le strade, lo strazio dei familiari, lo sdegno degli onesti. La città è stata sempre il suo spazio privilegiato di osservazione della realtà. Un’osservazione che attraverso l’obiettivo della macchina fotografica si è trasformata in una sorta di manifesto delle sue idee, riscrivendo così il ruolo della fotografia di cronaca, portandolo oltre il dovere di documentare. Perché dalle sue immagini, anche le più crude, si scorge il tentativo di catturare l’emozione del momento ed emerge quasi sempre un sentimento di pietas.

Esercizi di attenzione

Letizia Battaglia, Donna che fuma, Catania, 1984
© Letizia Battaglia
 in alto: 
Letizia Battaglia, Lunedì di Pasquetta
a Piano Battaglia, 1974 © Letizia Battaglia

Nulla spiega meglio delle sue parole ciò che l’ha animata nel lavoro, soprattutto quando si è trovata a dover documentare le vicende di mafia che hanno segnato la storia dell’Italia: «Intanto è stato un gran privilegio avere la macchina fotografica in mano, saperla usare, cercare documenti e tutto quello che si agitava dentro. Perché prima di fotografare la città, dentro c’era il patimento, c’era l’amore, c’era la passione per la città, c’era il rammarico, la rabbia e poi tutto quello che stava avvenendo. Per cui la macchina fotografica era come un altro cuore, un’altra testa, non era un mezzo per vendere fotografie, per diventare famosa, era il mio cuore che parlava. Parlava con la macchina fotografica. È stato commovente, molto commovente. Ci penso ancora. Perché il mio trascorrere trentotto anni dolorosissimi, il mio essere intaccata insieme ad altri nella nostra fiducia, nella nostra dignità — perché vivere civilmente vuol dire vivere con dignità. E questi esseri ci macchiavano, ci corrompevano — è stato molto forte. È molto forte».La realtà dell’emarginazione, la violenza provocata dalle guerre di potere, l’emancipazione della donna: scegliendo i soggetti dei suoi scatti Letizia Battaglia ha tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie convinzioni sulla società. Il suo è stato uno sguardo neorealista, che ha dato conto di una quotidianità normale ma mai banale e di una umanità alle prese con vicende spesso drammatiche; uomini, donne, bambini (bambine soprattutto) in lotta ogni giorno per vivere dignitosamente pur nelle difficoltà. Il bianco e nero è diventata allora una scelta di contenuto — «permette di vedere cose che il colore non rivela» — più che un’esigenza estetica. Alfano Miglietti parla di “spregiudicatezza formale”, laddove ogni foto «è un tuffo senza rete, consapevole, coraggioso e rischioso». Forse perché quella di Letizia Battaglia è sempre stata una fotografia impegnata, mai neutrale.E in tal senso le sue immagini ancora oggi non sono solo una preziosa testimonianza, ma anche una denuncia forte, un grido di riscatto, una richiesta di cambiamento.
(©L'Osservatore Romano, 29 dicembre 2019)

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