Euro o non euro. Ma non è questo il problema

Creato il 18 giugno 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

Posted 18 giugno 2012 in Economia, Slider with 3 Comments
di Leopoldo Papi

L’austerità imposta dall’Europa alla Grecia ha creato condizioni durissime per i cittadini di quel paese, ma non è il vero problema che sta alla base della sua crisi. Piuttosto, questa è dovuta alle condizioni  di debolezza strutturale della sua economia produttiva. Nelle elezioni di ieri si sono confrontati i partiti favorevoli alle indicazioni di riforma provenienti dalle istituzioni europee come condizione per ottenere gli aiuti (e rimanere nell’euro), come Nea Dimokratia e Pasok, e quelli fautori di una rinegoziazione del piano di salvataggio (Syriza), e i sostenitori di un vero e proprio ritorno alla dracma (i neonazisti di Alba Dorata e i comunisti del kke). In ogni caso, al di là del tipo di moneta che dovesse essere adottato, rimarrà il nodo fondamentale: a quali attività economiche i cittadini greci si dedicheranno.

Qui c’è una distinzione da fare. Lavoro è un termine astratto, che può significare molte cose. Si possono però definire due categorie generali: il lavoro generato dalla politica, e quello che deriva da un’effettiva domanda di beni e servizi. Il primo può dare l’illusione di crescita e prosperità. C’è un alto tasso di occupazione, quasi tutti hanno un reddito, che possono utilizzare subito per soddisfare i loro desideri, o eventualmente accantonare per necessità future.

I lavoratori della prima categoria, anche se di buona volontà, sono spesso impegnati in attività inutili. Si può pensare a molti impiegati dell’amministrazione pubblica: i loro incarichi sono spesso dei puri esercizi di speculazione burocratica, del tutto autoreferenziali. Oppure alle imprese private, impegnate in opere pubbliche di cui non c’è necessità, e la cui realizzazione non è stata decisa in base a un’effettiva domanda, ma a motivazioni politiche.

Nel caso del lavoro “politico” è difficile parlare di crescita economica. Queste attività, sia direttamente svolte dallo Stato, sia affidate alle imprese private, hanno spesso dei costi il cui ammontare è maggiore dei ricavi che ne derivano. Non si può parlare di aumento della ricchezza, nel senso di un valore più alto dei beni e servizi che escono da un processo produttivo (output) rispetto a quello delle risorse che servono per realizzarli (input). Ne deriva che le attività non possono ripagare i costi grazie a ciò che producono. Dunque, l’unico modo per trovare le risorse necessarie a continuare a svolgerle è l’indebitamento (o magari il furto). In questo caso i lavoratori continuano a percepire un reddito, e a consumare beni e servizi e in parte ad accantonare risparmi: ma si tratta di pura illusione di crescita e di benessere. A monte della loro situazione di momentanea prosperità c’è una massa di debiti (magari invisibile, ma c’è) che continua a dilatarsi.

C’è una differenza tra “crescita economica”, in cui ciò che esce dai processi produttivi ha un valore più alto di ciò che serve per svolgerli, e “bolla speculativa”, fondata sull’indebitamento. Sul momento la seconda può dare l’impressione di uno sviluppo e di una crescita maggiore della prima, ma si tratta di un’apparenza, se c’è dietro un debito poco sostenibile in crescita.

Che cosa genera il valore di un bene o un servizio? Economia for dummies: la domanda e l’offerta. Dipende, da un lato, dalla richiesta di quel bene da parte della gente, per i consumi o per realizzare nuove attività, e dall’altro  dalla sua scarsità relativa. Si capisce se un lavoro “serve a qualcosa”, quando c’è effettiva domanda dei prodotti che ne derivano da parte delle famiglie e delle imprese. Domanda e offerta sono, in altre parole, i criteri che permettono di distinguere tra le attività che utilizzano le risorse disponibili per creare “valore aggiunto”, rispetto a quelle in cui ciò che viene prodotto ha un valore minore rispetto ai beni che servono per produrlo.

Questa lunga parentesi teorica è forse utile per capire cosa è successo in Grecia. In quel paese si è creata per anni un’illusione di prosperità, ottenuta grazie a una spesa pubblica insostenibile fatta a debito, e a una valuta forte come l’euro, che ha garantito bassi tassi d’interesse e forte potere d’acquisto di beni d’importazione. L’indebitamento ha permesso di finanziare “lavoro politico” (ma anche un sistema pensionistico eccessivamente generoso), cioè attività utili forse per distribuire liquidità, ma incapaci di produrre il valore aggiunto necessario per finanziare nuove attività e ripagare i debiti. Dentro la facciata di benessere degli scorsi dieci anni (in particolare, al momento delle Olimpiadi nel 2004), si celava così un’economia sempre più povera, e priva un tessuto produttivo capace di generare autonomamente beni di valore.

Questo è forse l’unico aspetto oggettivo, per quanto riguarda la Grecia, che ha senso ricordare, e che permette di mettere nella giusta luce l’eventualità di un’uscita dall’euro. Con la svalutazione della dracma, al di là della disastrosa perdita di valore dei pochi risparmi disponibili (e dei connessi dissesti sociali), si creerebbero forse le condizioni per un rilancio della competitività del sistema produttivo greco. Purché un simile sistema ci sia. A quanto pare però esiste in misura molto ridotta, dopo anni di gestione delle risorse funzionale a interessi politici più che alle richieste del mercato, ed è quindi ben difficile credere che un’uscita dall’euro porterebbe a un rilancio dell’economia greca.

In breve: con l’euro o con la dracma, la Grecia se vuole ritornare a prosperare, deve passare da una serie di riforme, che creino un contesto per cui le attività produttive sono definite in funzione della domanda e dell’offerta, e non di decisioni politiche.  Il mantenimento dell’euro, e l’eventuale presa in carico del debito greco da parte dei paesi forti porterebbe probabilmente un ritorno al benessere della popolazione in Grecia. Senza queste riforme,  ci sarebbe però il rischio, anche con gli “aiuti” dei paesi forti, di relegare la Grecia in una situazione di declino economico. La società greca, si adagerebbe probabilmente (non è detto, ma visti i precedenti) sull’assistenzialismo europeo, in una cronica condizione di sottosviluppo “sussidiato”.

La Grecia è la protagonista di queste ore, ma il problema riguarda tutti gli stati “deboli” colpiti dai mercati, in questa crisi dei debiti sovrani europei. Riguarda l’Italia, che ha un sistema industriale e produttivo che le permetterebbe forse di sopravvivere a un “ritorno alla lira”. Ma quella italiana è un’economia affetta da un ormai ventennale declino, generato dal peso di uno stato e da un sistema pubblico che ne assorbe la maggior parte delle risorse, non da certezza del diritto, disincentiva gli investimenti, (come si può vedere dalla scarsa presenza quelli esteri). Anche qui, l’alternativa non è tra euro o lira. E’ piuttosto tra riforme in direzione di un rilancio dell’economia “libera” – e parallela riduzione delle attività decise “politicamente” – e condanna al declino “assistito” in un contesto politico europeo, o un violento dissesto economico e sociale (e non si sa dove si andrà a parare) connesso a una dissoluzione europea.


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