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Evanescence – Synthesis

Creato il 28 dicembre 2017 da Au_webzine @AU_Webzine
Evanescence – Synthesis
- Voto: 89 su 100- Anno: 2017- Genere: Art Pop, Synth Pop, Baroque Pop- Influenze principali: Musica Elettronica, Art Music, Ambient, Glitch Pop


A cura di Alessandro Narciso
Il rapporto di Amy Lee col rock è complicato già da un po’ di tempo. È il genere che le ha dato la fama internazionale e, fino ad almeno una decina d’anni fa, era chiaramente la sua vocazione (The Open Door, un album per la cui riuscita ha lottato con unghie e denti, è più pesante del predecessore). Poi ha deciso di ampliare i suoi orizzonti e, nel 2008, ha iniziato a prendere le distanze dagli Evanescence, puntando a un progetto solista che ancora non si è concretizzato del tutto. Da allora, la sua unica proposta rock le è stata praticamente tirata fuori a forza dall’ex casa discografica, la Wind-Up, e si è concretizzata nel deludente Evanescence (2011); tutti i suoi lavori autonomi, fra colonne sonore (Aftermath nel 2014 e l’estemporanea “Speak To Me” nel 2017), raccolte di cover (Recover Vol. 1, 2016, e il singolo “Love Exists” nel 2017) e l’album per l’infanzia Dream Too Much (2016), sono qualitativamente superiori e seguono una strada a cavallo fra il chamber pop ricco di orchestrazioni, un synthpop di stampo sperimentale o il vero e proprio cantautorato; perfino Evanescence, prima di essere riscritto praticamente daccapo sotto dettame della Wind-Up, avrebbe dovuto seguire questa strada.
Eppure, rescisso il contratto con la label, Amy non ha ancora pubblicato un vero e proprio debutto solista, né ha deciso di archiviare la band: alla separazione (sì, di nuovo) col chitarrista e co-autore Terry Balsamo è seguita l’assunzione non di qualche turnista con cui fare i pochi show in programma, ma di Jen Majura come nuovo membro ufficiale; in sostanza, sebbene gli Evanescence siano poco attivi, Amy sembra intenzionata a continuare con il rock e ancora non fa sapere nulla di concreto sul fronte solista e i nuovi generi che vorrebbe esplorare.
Ed è qui che arriva Synthesis, un album che allo stesso tempo è ovvio e lascia perplessi. Si tratta di una raccolta che, oltre a due inediti e tre interludi, prende undici brani da tutta la carriera degli Evanescence (beh, quasi: povero Origin) e li ripropone in una nuova veste sonora composta dagli arrangiamenti orchestrali curati da David Campbell (collaboratore già ai tempi di Fallen e The Open Door) e una parte elettronica, del tutto senza rock. E non si tratta di remix: ciascun brano è stato riregistrato interamente, comprese le parti vocali, per crearne una versione completamente nuova.
È un album ovvio, quindi, perché segue le sonorità che Amy sente più sue in questo momento; ma lascia perplessi perché è un progetto che ha richiesto molto impegno (compresa l’organizzazione di un tour internazionale con l’orchestra) che è stato devoluto alla band piuttosto che a un progetto solista in cui Amy sarebbe stata più libera di sperimentare con brani inediti.
D’altro canto, però, le orchestrazioni sono un elemento di spicco nel sound degli Evanescence (la loro notevole riduzione sull’eponimo del 2011 è stata uno dei suoi talloni d’Achille) e l’elettronica ha sempre fatto parte della loro musica, ridotta su Fallen, discretamente presente su The Open Door e addirittura preponderante su Origin. Un progetto come Synthesis non è quindi fuori posto nella discografia degli Evanescence e, anzi, proprio combinando due degli elementi che hanno reso caratteristico il loro rock, riesce a catturare tutta la magia che ha conquistato il pubblico ormai quattordici anni fa, perfino per un ascoltatore deluso dal disco del 2011 e stanco di tutto il drama che l’ha accompagnato.
Synthesis non è però un disco perfetto per via della sua stessa natura antologica. Da una parte, rielaborare canzoni decennali e ormai care ai fan, abituati a un genere ben preciso, pone certi paletti: l’enfasi è più sulle orchestrazioni di David Campbell che sull’elettronica e alcune canzoni sono praticamente solo orchestrali. Il risultato è buono, ma non c’è il perfetto equilibrio fra le due parti o il coraggio che troviamo, ad esempio, su “Memorial” di Susanne Sundfør (che è basata sugli stessi due elementi). D’altra parte, alcune canzoni erano inevitabili e, purtroppo, si sente che sono sull’album perché devono. È, ad esempio, il caso di “My Immortal”, il cui nuovo arrangiamento non aggiunge nulla alle molteplici versioni già pubblicate, semmai toglie: la partitura degli archi di David Campbell è sostanzialmente la stessa delle versioni “band” e “Mistary”, solo un po’ più ricca, e il brano perde buona parte dell’iconico pianoforte che ne costituiva la struttura portante, risultando un po’ scialbo. Sebbene Amy, che non ha mai nascosto di non amare particolarmente il brano, riesca a cantarlo con molto più trasporto di quando lo propone dal vivo, è evidente che il testo possa ironicamente riferirsi alla canzone stessa, a questo punto della sua carriera: sta lì, non se ne vuole andare, non resta che accettarla.
Qualcosa di simile capita anche a “Lithium”, il classico obbligatorio di The Open Door: pianoforte e archi erano già l’elemento portante del brano e i pochi tocchi inseriti – i sonagli che impreziosiscono l’intro e il bridge, l’arpa che si intreccia al pianoforte nella seconda metà – non compensano la perdita della parte rock, trasformando il brano in una ballata stanca e poco incisiva.
È andata un po’ meglio a “Bring Me To Life”, altra canzone imprescindibile. Sebbene all’inizio dia quasi l’idea che parti orchestrali (riciclate e leggermente arricchite rispetto a Fallen) e sintetiche si alternino senza intersecarsi davvero, dalla seconda strofa, quando arriva il beat, la “sintesi” diventa più evidente. Molto bene il bridge, la cui linea vocale è stata riarrangiata per riempire meglio il vuoto lasciato dall’assenza del rap (un elemento imposto, a suo tempo, dalla Wind-Up e di cui Amy non vedeva l’ora di liberarsi) e sono carini anche gli occasionali interventi del pianoforte elettrico, che omaggiano le demo della canzone. Non è uno degli episodi più interessanti di Synthesis, ma ne introduce bene l’idea e le sonorità, risultando una buona scelta come singolo di lancio.
Le cose si fanno molto più interessanti nelle canzoni in cui l’intento sperimentale di Amy è più chiaro. Prendiamo “Lacrymosa”, per esempio: basata sul Requiem in Re Minore di Mozart, gli elementi orchestrali erano sin dall’inizio una parte fondamentale del brano che, perdendo la parte rock, avrebbe potuto fare la stessa fine di “Lithium”. Invece, la struttura stessa viene alterata e l’arrangiamento omaggia i punti salienti della canzone ma variandoli profondamente. Il brano inizia con sintetizzatori e un verso del bridge, e il ritornello fra le due strofe è stato tolto; la melodia dei violini dal Requiem viene frammentata e variata continuamente per dare un senso di familiarità ma sorprendere di volta in volta l’ascoltatore, mentre al posto del coro ci sono semplici backing vocals o solo vocalizzi. Lo stacco con il bridge è ancora più netto, sottolineato da un momento di silenzio dietro la voce, mentre l’orchestra acquista prominenza giocando col tema vocale del Requiem al posto dell’assolo di chitarra. Questa sì che è una nuova versione che ha ragione di essere!
Similmente, “Lost In Paradise” economizza bene il nuovo arrangiamento e non perde smalto come “My Immortal”: archi e oboi fanno bene le veci del pianoforte, del tutto rimosso, e il gonfiarsi dell’orchestra alla fine del primo ritornello ripete l’ingresso della band nell’originale, ma c’è un ulteriore sorpresa quando il beat irrompe nella seconda strofa aumentando il senso di crescendo. Il resto del brano è uno dei migliori esempi di fusione fra organico ed elettronico e l’energia della power ballad rock originale è conservata interamente.
Your Star” è uno dei brani migliori di The Open Door ed essere all’altezza della versione originale è un progetto ambizioso. Come su “Lacrymosa”, Synthesis omaggia e sovverte a tempo stesso il vecchio arrangiamento, tenendo l’organetto ma spostandolo a sottofondo del caratteristico pianoforte nell’intro, e continua aggiungendo effetti interessanti – ad esempio gli archi che fanno da eco alla voce sulla prima strofa. Il bel beat che accompagna gli arpeggi di piano sul bridge dà alla canzone un flusso diverso rispetto all’originale, mentre il progressivo infittirsi della texture sonora nei ritornelli omaggia la versione di The Open Door ma a modo suo: sul primo, il soffuso coro femminile è sostituito da un bellissimo vibrafono e rumori elettronici, nel secondo gli archi ne riprendono il tema variandolo, mentre il terzo riempie il momento di quiete con un ottimo oboe e un leggero beat prima che l’intera orchestra faccia le veci del coro epico sul finale. Questa nuova “Your Star” riesce così a essere sia familiare nella struttura che creativa nell’esecuzione.
Unraveling” è un interludio per piano, archi e un tocco d’arpa che omaggia la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven e, crescendo, conduce a “Imaginary” un po’ come l’outro di “Tourniquet” su Fallen. È proprio quella la versione a cui Synthesis attinge di più, con le iconiche sviolinate ben riconoscibili all’inizio. Tuttavia, come il passaggio da Evanescence EP a Origin, e poi alle due versioni demo e infine a Fallen ha reso versioni molto distinte di “Imaginary”, anche Synthesis la reinventa completamente. E non è solo per i rumori riverberati e il synth della strofa, che richiamano vagamente l’atmosfera rilassata di Origin invece di quella quasi disperata di Fallen: gli accenti strutturali, i momenti di quiete e di tensione, sono distribuiti in maniera diversa, così che il flusso stesso della canzone è completamente diverso dalle versioni precedenti. A livello strumentale, impossibile non menzionare la magnifica arpa sul bridge, mentre l’assolo di chitarra qui diventa un momento in cui l’orchestra si gonfia con gli ottoni. Dopo un’inaspettata pausa enfatica, l’ultimo ritornello raddoppia, in modo che ci sia una ripresa più quieta e poi un’altra in cui c’è il vero climax, e sul finale il tema dei violini è ripreso e variato dall’arpa sullo sfondo dell’ottima orchestra. Dovendo aggiungere una nota strettamente personale, questa nuova versione sarebbe stata definitiva se avesse omaggiato in qualche modo anche quella di Origin, ad esempio includendo il testo del secondo ritornello come Amy aveva fatto qualche anno fa in tour, o i vocalizzi del bridge esteso. Ma valutare un brano sulla base di desideri personali è ingiusto: quel che conta è come, ancora una volta, “Imaginary” si sia trasformata in una nuova canzone perfettamente a suo agio nel contesto del disco.
Una cosa che salta subito all’occhio scorrendo la tracklist di Synthesis è che, di fronte alle sei canzoni totali pescate tra Fallen e The Open Door, ben cinque sono invece tratte da Evanescence. Non è un caso perché, libere dal polpettone hard rock imposto dalla label, sono loro le vere vincitrici del makeover attuato da Synthesis.
Secret Door”, ad esempio, può sembrare una scelta strana per un disco del genere. Arpa, violoncello e qualche sprazzo di elettronica erano già i suoi principali elementi: l’arricchimento della parte sinfonica – sono notevoli i bellissimi oboi – e l’aggiunta del beat possono dare l’impressione di aver appesantito inutilmente una canzone che era bella nella sua semplicità. Tuttavia, la versione di Synthesis ha una produzione milioni di volte migliore rispetto a quella pastosa di Nick Raskulinecz: qui ogni strumento, compresa la voce, è vibrante, dinamico, facilmente distinguibile, e la canzone ne risulta fortemente rivitalizzata.
Tornando all’inizio del disco, troviamo “Overture”, che riprende “Death Scene” dalla colonna sonora di Romeo + Juliet (a suo tempo campionata in una demo di “Whisper”) e sfocia nell’ottima nuova versione di “Never Go Back”. Eliminata la prepotenza delle chitarre, si apre con arpeggi di piano e accompagnamento di violini. Il senso d’urgenza della versione rock è perfettamente conservato dal ripetersi martellante di un’unica nota sulla prima strofa e dai gruppi irregolari dei violini nella seconda – e lì, come nell’originale, c’è l’improvvisa pausa strumentale, stavolta sottolineata da un rumore sintetico. L’elettronica compare nel pre-ritornello e accompagna il crescere della canzone, mentre nel bridge i violini riprendono il pianoforte dell’originale. Il progressivo arricchirsi della palette sonora valorizza il brano e lo rende molto più incisivo dell’uniforme pesantezza del 2011.
End Of The Dream”, che già funzionava bene su Evanescence, arriva un livello superiore alternando con destrezza minimalismo a massimalismo. L’inizio è un lungo wubb di synth dal sapore dark ambient su cui alla voce di Amy fa eco il vibrafono; la strofa è diluita, meno frettolosa dell’originale e rende meglio il senso di sospensione comunicato dal testo. L’orchestra arriva solo nel ritornello, accompagnata dalle pulsazioni del synth, mentre dalla seconda strofa arriva un bel loop di percussioni sintetiche. Oltre all’orchestra, l’arpa arricchisce il sound, prima che il bridge abbandoni la sezione ritmica per concedere un momento di respiro. Dopo un bell’interludio in cui orchestra ed elettronica si mescolano perfettamente, le linee vocali del ritornello variano e gli ottoni danno i brividi irrompendo dietro agli acuti di Amy, per poi spegnersi sulle campane del finale.
Dopo la breve introduzione di archi, “My Heart Is Broken” si apre direttamente con la strofa. L’arrivo del beat e l’intrecciarsi delle linee vocali la rendono da subito ricca ed energica, i fiati della seconda strofa impreziosiscono la texture in vista del crescendo del secondo ritornello, ma nel compenso la canzone si mantiene molto sobria fino al bridge: è lì i violini si gonfiano fino a culminare in un’armonizzazione da brividi con la voce. Ed ecco che arriva il grande assente: il tema del pianoforte che costituiva l’ossatura del brano su Evanescence. Inizialmente pensato per arpa, Amy aveva deciso di cambiare strumento perché, col velocizzarsi della canzone, le sue abilità con lo strumento non bastavano. Grazie all’intervento della sua insegnante, Kirsten Copely, finalmente l’assolo è suonato con l’arpa, a cui si unisce in seconda battuta un pianoforte in terzina davanti ai violini e… no, non esiste un modo per descriverlo in maniera oggettiva: il bridge di “My Heart Is Broken” è eargasm allo stato puro.
Tornando seri, uno dei punti di maggiore interesse sono i due inediti di Synthesis. In chiusura troviamo “The In-Between”, un assolo di piano. Il songbook acquistabile ai concerti ci svela che l’interludio riprende alcune canzoni che non sono riuscite ad arrivare sul disco e ci invita a indovinare quali: spoiler alert, due sono il tema iniziale di “Hello” e il riff di piano di “Sweet Sacrifice”, per le altre non roviniamo il divertimento. “The In-Between” funge da intro al singolo “Imperfection”, l’unica canzone (interludi a parte) scritta appositamente per Synthesis, nonché prima creditata alla line-up attuale della band (compresa Jen Majura). Descrivibile al meglio come synth rock, nonostante l’assenza di chitarre dimostra chiaramente un impianto rock grazie alla profusione di wubb aggressivi di sintetizzatore e un ritmo accattivante, sincopato sulle strofe. È forse l’unica canzone su Synthesis in cui la sezione orchestrale passa in secondo piano e si limita ad arricchire una melodia orecchiabile e un ritornello grintoso che non sfigura accanto ad altri singoli della band.
Menzione speciale, infine, per “Hi-Lo”: nome noto dai tempi della prima stesura di quello che è diventato Evanescence, nonché prima canzone scritta da Amy con Will B. Hunt (il produttore a cui dobbiamo l’ottima qualità sonora di Synthesis, da non confondere con l’omonimo batterista), è finita archiviata dopo l’ordine di riscrittura e rimasta nascosta fino ad ora. Ennesimo promemoria di ciò che avrebbe potuto essere, in questa versione si apre con pianoforte e rumori meccanici accompagnati da bei fiati. Il beat richiama la pulsazione del cuore menzionato nel testo e, in più punti, i sonagli arricchiscono la palette sonora, ora più minimale, ora più ricca ad accompagnare un’interpretazione vocale particolarmente sentita. Alla fine del secondo ritornello, l’eco della voce sfuma in ottimi archi, finché un bell’arpeggio di pianoforte introduce l’assolo di violino di Lindsey Stirling, la guest di spicco dell’album. Ancora una volta, la produzione valorizza al massimo il brano, rendendo il violino della Stirling ben distinguibile anche nel ritornello finale, quando si amalgama alle linee vocali e al resto dell’orchestra.
Parlando dei due testi nuovi, “Imperfection” è una mano tesa a chi si sente isolato nel marasma quotidiano in cui viviamo e tratteggia con precisione e potenza il caos sociale che sta emergendo: “Conosci davvero il peso delle parole che dici?” è uno dei versi più rilevanti di questi tempi. “Hi-Lo” fu descritta, a suo tempo, come una canzone che parla di “lasciarsi le cose alle spalle in maniera non-arrabbiata, non-conflittuale” e ci propone un testo intimo, malinconico ma estremamente positivo nel messaggio: anche un rapporto che finisce è uno spunto di crescita e ci lascia qualcosa. Entrambe toccano temi ricorrenti degli Evanescence ma con una maturità inedita.
Synthesis, quindi, è ben lungi da essere solo un best of agghindato. Nonostante qualche squilibrio, presenta una palette sonora interessante, raccoglie i punti di forza del sound degli Evanescence e li porta al loro picco pur distaccandosi dal genere per cui la band è conosciuta. Forse la sua pecca maggiore è aver incluso alcune canzoni solo per il loro valore filologico. Non disturbano davvero, ma hanno tolto spazio ad altri brani che si sarebbero ben prestati all’esperimento: viene in mente “Weight Of The World”, proposta dal vivo in una versione davvero ottima, ma anche qualcosa da Origin, perfino una “Understanding” dagli EP o… ahem, non c’è qualcosa che manca?
Ma, di nuovo, non si può punire Synthesis sulla base di aspettative personali. Come album dà dignità a canzoni che erano state prodotte in maniera sommaria, ripropone alcuni cavalli di battaglia della band in una nuova, sfiziosa veste e, soprattutto, offre oltre un’ora di musica godibile per chiunque, dai fan di vecchia data a quelli delusi, dall’ascoltatore rock che cerca qualcosa di diverso all’amante dell’elettronica o del chamber pop. Amy Lee dà i risultati migliori quando si occupa di progetti che le stanno a cuore senza pressioni esterne: speriamo che non ci siano altri undici anni di intoppi prima del prossimo buon lavoro, con o senza band.

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