Family

Creato il 24 marzo 2012 da Makoto @makotoster

Family (id.).  Regia: Miike Takashi. Soggetto:da un manga di Maki Hisao. Sceneggiatura:Maki Hisao. Fotografia: MiikeTakashi, Yasuda Hikaru. Luci:Miyawaki Masaki. Scenografia:Takeyasu Masato. Montaggio: ShimamuraYasushi. Musica: Monkey Pirates. Suono: Satō Yukiya. Interpreti e personaggi: Iwaki Kōichi (Hideshi), Kimura Kazuya(Tadashi), Kase Taishū (Takeshi), Endō Ken’ichi (Kemochi), Hongo Kojirō,Natsuki Yōko, Yasuoka Rikiya. Produzione:Maki Hisao, Oigawa Tsuguo per WA-RU, Family Production Committee. Durata: 108’. Uscita nelle sale giapponesi: 10 marzo 2001. Link: Tom Mes (Midnight Eye) - Sadam Arseneau (DVD Verdict)Punteggio ★★1/2  
Girato in video digitale, comegià era accaduto per il precedente VisitorQ, Family è tratto da un manga diMaki Hisao, che insieme alla sua attività di fumettista era noto anche perquelle di produttore, attore e, soprattutto, maestro di karate (panni questiche veste anche nel film, in un ruolo che sembra essergli stato appositamenteritagliato). La storia si incentra su tre fratelli, Hideshi, Takashi e TakeshiMiwa, che si trovano a dover fronteggiare due diverse bande yakuza. Takeshi, ilpiù giovane dei Miwa, è un killer professionista, cui Nishiwaki, il boss diHideshi, assegna il compito di uccidere Iwaida, appartenente al clan rivale deiMutsumi, e padre dello stesso Takeshi, di cui violentò la madre. L’assassiniodi Iwaida provoca non solo una guerra fra bande, ma anche un conflittoall’interno degli stessi uomini di Nishiwaki, in una spietata lotta per ilpotere. I due fratelli più anziani, Hideshi e Takashi, cercano di difendere lavita di quello più giovane, Takeshi, il quale, a sua volta, innamoratosi diRie, prostituta per costrizione ma fervente cristiana, è sempre più deciso adabbandonare la via del crimine. Come si evince dallaricostruzione del soggetto, Family sistruttura su diversi topoi narrativi e stereotipi appartenenti al cinemayakuza, a partire da quelli dello scontro fra bande (il clan Nishiwaki controquello Mutsumi, con l’inevitabile serie di attentati e conflitti a fuoco) eall’interno della stessa banda (l’affascinante Hisako che cerca di allearsi conHideshi, per scalzare Omaeda e prenderne il posto nella scala gerarchica deiNishiwaki). Come è proprio di molto cinema yakuza contemporaneo, questiconflitti non passano attraverso la lotta fra il bene e il male, masemplicemente fra chi è più spietato e chi, invece, lo è un po’ meno (laredenzione di Takeshi è un motivo secondario del film e sembra essere piùdichiarata che davvero agita). La riunione dei boss deiNishiwaki (cui oltre allo stesso Nishiwaki, partecipano Hideshi, Hisako eOmaeda) avviene in un magazzino vuoto, al centro del quale le fiamme di unfalò, su cui le immagini insistono con dovizia, evoca un’atmosfera dai toniinfernali. I diversi interventi dei partecipanti all’incontro offrono un quadroesauriente delle molteplici attività della yakuza che vanno ormai ben di là daquel semplice strozzinaggio su cui il film si apriva, nel suo prologoambientato negli anni Sessanta. Oggi – ci dice la sequenza – la yakuza gestisceingenti capitali attraverso la gestione diretta di supermercati, ristoranti ecentri d’informatici, si impegna nella ristrutturazione di banche, controlla leTV e i giornali, corrompe e si allea con politici di alto livello, è in gradodi infiltrarsi nella polizia. Entrambi i detective del film, prima Kakuta e poiShiraki, sono pagati dalla yakuza, e non solo per chiudere un occhio sulle sueattività, ma anche per svolgere a favore di questa delle vere e proprieindagini. La messinscena dellatrasformazione della yakuza e dei suoi clan in vere e proprie società perazioni in grado di gestire capitali pari a centinaia di miliardi di yen, nonimplica però che Family dimentichiaspetti più tradizionali di questo mondo e della sua rappresentazionenell’immaginario collettivo, che il cinema e la letteratura di generegiapponesi – e oggi anche i manga e i videogame – hanno ampiamente contribuitoa costruire. Ed ecco allora sfilare altri stereotipi, come il legame allo“spirito più autentico” del Giappone che passa attraverso gli austeri kimono diNishiwaki e quelli più seducenti di Hisako, la villa in perfetto stile tradizionaledello stesso Nishiwaki, l’armatura di samurai che si vede più volte alle spalledel boss Kemochi, e il karate, grazie a cui Hideshi è riuscito a trovare laforza di “purificarsi” e ricostruire la propria vita. Non manca neanchel’inevitabile celebrazione dell’arte del tatuaggio, come accade per quellosulla schiena di Hideshi, nel flash back quasi “astrattista” che ricostruiscel’amicizia fra questi e il maestro di karate, Maki. I clan yakuza appaionoancora strutturati in modo decisamente gerarchico, con ruoli stabiliti e chenon possono essere messi in discussione (se non nella logica della cospirazionee del tradimento, come del resto puntualmente avviene), e chi è al comando haun diritto assoluto di dominio e soprafazione nei confronti di chi gli è sottoposto,che spesso esercita attraverso la violenza fisica (come Kemochi fa con i suoiuomini). C’è poi il culto della forma e dell’apparenza dietro cui è possibilemascherare ogni tipo di orrore: quando nel flash back del reclutamento diHideshi nel mondo della yakuza il boss gli si rivolge, è per dirgli a mo’ dimonito che «le maniere sono le cose più importanti della vita». A questi stereotipi negativi, siaccompagnano anche quelli “positivi”, legati alla tradizione del ninkyō eiga, la grande stagione delcinema yakuza degli anni Sessanta, come testimoniano il motivo dellafratellanza e dell’amicizia virile (ancora il flashback sul legame fra Hideshie Maki) e il culto dell’onore per il quale si è disposti a mettere in gioco lapropria vita (un amico di Takeshi riporta la decisione di questi di prendere learmi e recarsi nel covo dei nemici per morirvi «con onore»). Ancora legataall’immaginario del ninkyō eiga, maanche di molto cinema samuraico, è la scena in cui Hideshi e Takashi partonoper lo scontro finale e salutano con fermezza tutti i loro cari e familiari,che trattengono a loro volta le proprie emozioni, limitandosi a chinare ilcapo, in forma di saluto. Più legata all’universoparticolare di Miike è, invece, l’associazione fra yakuza e perversionesessuale che passa attraverso i personaggi di Kemochi e Hisako. Per il primo siveda la scena dello stupro di Misako, la moglie di Takashi, in cui l’uomoobbliga la donna a leccargli i piedi; e, per la seconda, la sequenza dellatortura di Omaeda, dove questi è costretto a indossare un costume in latticementre una mistress lo frusta,secondo un rituale sadomaso orchestrato dalla stessa Hisako, che vi assisteindifferente, fumando una sigaretta. Più in generale, come del resto la scenadi Kemochi già testimonia, il machismo del mondo yakuza passa attraversominacciose battute di dialogo che la dicono lunga su un certo modo di pensareil corpo della donna («Immagino la sua faccia quando te la scoperai», «Glielosbatterò dentro e me la scoperò sino a farla svenire»). La famiglia cui il film si riferiscesin dal titolo è sia la “famiglia” intesa come clan (i membri di una bandayakuza si chiamano l’un l’altro fratello, almeno fra pari), sia la famigliavera e propria, qui rappresentata dai Miwa. E se la prima delle due “famiglie”non è nient’altro che un nido di vipere – che tramano l’una contro l’altra, siricattano e uccidono vicendevolmente – la seconda, invece, si fonda suautentici legami d’amore e fedeltà. Hideshi, ancora ragazzo, si scontra a visoaperto con l’assassino di suo padre e quando questi gli fa notare che non sitrattava che di un ubriacone, gli risponde, prima di vendicarlo: «Mio padre èsempre mio padre». Divenuti adulti, i tre fratelli non mancano mai di vistarela madre malata nella sua casa di cura, Hideshi e Takashi rischiano la vita perproteggere il fratello, ancora Hideshi ha sempre come primo pensiero quello difare in modo che la moglie e le figlie ricevano la necessaria protezione da uneventuale attacco nemico, e la sua fedeltà alla propria sposa è attestata dallastoica resistenza alle avances dellaseducente Hisako. I limiti maggiori di Family stanno certamente nella suasceneggiatura, firmata dallo stesso Maki Hisao: alcuni elementi introdotti nel corsodella narrazione sembrano rimanere irrisolti, o perlomeno non sufficientementechiariti; il ricorso alla voce narrante appare un espediente troppo di comodoper spiegare fatti importanti per lo sviluppo e la comprensione dell’intreccio(in particolare quelli relativi al passato di Nishiwaki che, nell’immediatodopoguerra, aveva costruito la sua fortuna dando informazioni sul mondocriminale agli occupanti americani); alcune scene di sparatoria sembrano pocomotivate o comunque messe a forza qui e là per movimentare il racconto (secondoun criterio non molto dissimile a quello che il cinema pinku usa per le sue scene erotiche); il finale aperto (in cui idue fratelli sopravvivono incredibilmente allo scontro con i soldati filippini,e Hisako, non contenta di aver scalzato Omaeda e di essere diventata la numero2, esplicita la sua sete di altro potere) appare pensato in modo troppoevidente come preannuncio di un successivo episodio (che non è poi statorealizzato).Più interessante, invece, ladimensione visiva del film – in cui Miike sfrutta le possibilità del digitale –a partire dai frequenti flash back in qualche modo stilizzati in immagini dalsapore amatoriale, graffi di pellicola, colori slavati, come se il ricordo sirealizzasse attraverso un filmino in Super8. Assai particolare, poi, è il flashback, già citato, della nascita dell’amicizia fra Hideshi e Maki, che si dà informa quasi astratta, usa in modo volutamente artificiale il chroma-key (quello che un tempo era iltrasparente), affida il racconto alla sola voce over optando per immagini nonnarrative che cristallizzano certi momenti particolari, e gioca su passaggi dalbianco e nero al colore (ad esempio per il tatuaggio di Hideshi). Altresoluzioni visive e di linguaggio sono tipiche del cinema di Miike, come l’usoinsistito di filtri e il montaggio spezzato (si veda la sequenza continuamenteinterrotta da altri eventi della riunione iniziale dei boss del clanNishiwaki). Eclettico, come sempre, il cineasta si affida sia al montaggioveloce sia a long take e piani sequenza (assai intenso quello sul pentimento diChiharu, la matrigna di Rei, che prima vende alla yakuza la figliastra, ma poidecide di accorrere in suo soccorso). Pur fautore di un cinema dove tutto puòessere mostrato, compreso ciò che preferiremmo non vedere, Miike si dimostraabile anche nell’uso del fuori campo (vedi la scena dell’assassinio di Miwa Haruko) e di soluzioni visive dal tono intimo e discreto (come accade, adesempio, per la dissolvenza incrociata che fa letteralmente spariredall’immagine la stessa Haruko, alludendo così alla sua imminente morte; uneffetto questo che un maestro del cinema giapponese come Shimizu Hiroshi avevagià sperimentato nel corso degli anni Trenta). La colonna sonora del film èaffidata alla musica Hard Rock del gruppo Monkey Pirates, che, in una scena diparticolare intensità, Miike interrompe bruscamente quando Takashi si ritrovadavanti la moglie nel momento in cui uno yakuza rivale la sta stuprando.Infine, non mancano le solite attrazioni così care al regista e al suo cinema flamboyant: a partire dall’attacco alcovo del clan di Kemochi che Hideshi e Takashi compiono con l’ausilio, nientepo’ po’ di meno che, di un carro armato, per arrivare all’immagine conclusivadel film in cui Hideshi, come il bandito del celebre The Great Train Robbery (Edwind Porter, 1903), esplode alcuni colpidi pistola contro la macchina da presa… e lo spettatore. [Dario Tomasi]
L’edizione in DVD del film,disponibile anche in Italia nella serie Maki Collection, è divisa in due parti Family e Family 2.

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