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Fascismo al potere: cause sociali o cause economiche?

Creato il 28 aprile 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

Il fascismo è una importante avvenimento politico che ha segnato la storia del nostro paese. Capire le motivazioni che hanno spinto il Movimento fascista ad assumere il potere all’indomani della prima guerra mondiale richiede un lavoro di analisi molto complesso

Analizzando le componenti storiche che hanno preceduto il fascismo in Italia emerge una importante distinzione tra le crisi politiche e le crisi economiche-sociali.

Ma quali di queste crisi furono i veri catalizzatori del fascismo al potere?

Il sistema politico ha senza dubbio contribuito ad agevolare l’ascesa del fascismo ma non può rappresentare la causa principale del suo successo politico. La debolezza strutturale del sistema politico non è altro che il risultato delle crisi economiche e sociali che emergono in Italia negli anni successivi alla prima guerra mondiale. L’incapacità della classe dirigente di saper risolvere queste crisi porteranno il fascismo a beneficiare del dissenso politico verso i partiti tradizionali, presentandosi come la voce di un popolo tradito e deluso dalle tante promesse non mantenute.

Cause economiche o cause sociali?

I festeggiamenti del 4 Novembre del 1918 sembravano essere l’inizio di un lungo periodo di pace e prosperità. La classe operaia tornata alla libertà sindacale dopo le restrizione adoperate in tempi di guerra e movimentata dagli echi della rivoluzione bolscevica iniziò a reclamare maggior potere attraverso manifestazioni pubbliche in fabbrica. I contadini tornavano dal fronte con una maggiore consapevolezza dei propri diritti e con la convinzione che da quel giorno la loro vita fosse cambiata in merito ai numerosi benefici promessi dalla classe dirigente durante il conflitto. Infine anche i ceti medi si trovavano in fermento per la difesa dei propri interessi economici in seguito alle disastrose conseguenze monetarie postbelliche. Queste nuove pretese furono accompagnate da un forte senso nazionalistico come testimonia la forte partecipazione popolare stretta intorno al comunicato del generale Diaz, un comunicato di pieno stampo nazionale che trasmetteva agli italiani un senso di vittoria che in realtà non fu mai soddisfatto. Passata la gioia della vittoria tuttavia l’Italia si trovo a fare i conti con una realtà del tutto differente: la comunità internazionale con il presidente statunitense  Wilson lasciavano l’Italia priva delle loro conquiste  diplomatiche londinesi; l’enfasi popolare lasciò spazio al senso di ingiustizia e delusione che per motivi differenti accomunò tutte le classi sociali. La classe dirigente italiana di fatto ereditò una situazione complessa alla quale si trovò essere sempre più isolata e in difficoltà.

Le prime problematiche che incontrò la classe dirigente furono di tipo economico; a partire dal 1919 il governo americano decise ti rompere i finanziamenti economici con l’Italia avviati per il sostentamento dell’appartato bellico durante il conflitto. Le spese militari ebbero delle conseguenze economiche disastrose, in particolare dal punto di vista inflazionistico. “Negli anni compresi tra il 1914 e il 1919 il debito pubblico si quadruplicò svalutando la lira del 40%. Rilevante in tal senso fu l’aumento del prezzo del pane, che incrementò del 30% annuo provocando nel giugno e nel luglio del 1919 numerose rivolte nelle principali città italiane contro il caro vivere”. Il problema inflazionistico si riversò immediatamente all’interno delle fabbriche dove gli operai manifestavano in favore di un adeguamento salariale. Questa domanda politica fu accompagnata da un aumento della disoccupazione dovuto alla riconversione produttiva nei mesi successivi alla guerra. L’unione di queste due problematiche provocarono incremento degli scioperi operai, che nel giro di pochi anni passarono dai 300 del 1918 ai 1880 del 1920. In particolare fu il settore siderurgico a subire il maggior numero di scioperi dovuto proprio alla riduzione della produzione negli mesi successivi al conflitto. Oltre alle agitazioni operaie si crearono importanti agitazioni agrarie che partirono dalla bassa Padania dove prevaleva il Bracciato, per poi estendersi nelle regioni di Toscana, Umbria e nel nord delle Marche in zone dominate dalla mezzadria e dalla piccola proprietà. Le agitazioni agrarie sfociarono nell’estate/autunno del 1919 nel fenomeno dell’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini poveri spesso ex-combattenti. In merito a queste tensioni il movimento fascista nato nel 1919 riuscì a radicarsi fortemente accanto ai piccoli proprietari terrieri chiedendo a gran voce il rispetto delle promesse fatte dalla classe dirigente durante la guerra. Questa importante vicinanza alle problematiche agrarie da parte del movimento fascista spinse Mussolini a progettare un nuovo modello di sistema agrario che attuò dopo la presa di potere. Queste crisi economiche e sociali furono accentuate da una instabilità governativa della classe dirigente che spinsero gran parte dell’elettorato verso nuovi attori politici. In particolare il Partito Socialista subito dopo la Prima Guerra mondiale ottenne un aumento sostanziale di consensi elettorali. Tuttavia il Partito socialista non aveva al suo interno una componente univoca di pensiero

La maggior parte degli esponenti del partito socialista era di una sinistra definita massimalista, mentre una minoranza era più estremista di stampo fortemente rivoluzionario. Altro importante attore che si riverso sulla scena politica fu come detto in precedenza nelle crisi agrarie il movimento fascista guidato da Benito Mussolini. Alla base del pensiero fascista vi era la ferma convinzione di attuare importanti riforme sociali in risposta alle crisi postbelliche, senza però sovvertire l’ordine repubblicano. Le conseguenze economiche descritte in precedenza provocarono dunque l’incremento delle tensioni sociali operaie e agrarie; la debolezza della classe dirigente spinsero i partiti e movimenti estremisti a farsi carico della gestione di queste crisi entrando però in conflitto ideologico tra loro e provocando ulteriori disordini sociali. Partendo dalla ideologia per poi arrivare all’interno delle dinamiche sociali il Movimento fascista e il partito socialista iniziarono fin dai primi mesi del 1919 a provocare importanti tensioni politiche, che si riversarono dai luoghi istituzionali alle piazze. I  tragici fatti di palazzo D’accursio del 27 novembre del 1920 spinsero molti elettori non socialisti a vedere il fascismo come una possibile salvezza dalla violenza socialista; dalla rivoluzione comunista che veniva sempre più invocata dall’ala estremista del Partito Socialista. A quel punto per molti ufficiali smobilitati, giovani ex combattenti, proprietari terrieri e piccola borghesia il fascismo rappresentò un importante strumento politico per poter ottenere finalmente i propri diritti e garantire l’ordine sociale. In seguito a questi avvenimenti nel 1919 cadde il governo Orlando e subito dopo anche il governo Nitti a cui si face carico una disastrosa gestione della questione fiumana. Dopo Nitti il re Vittorio Emanuel III richiamò nel giungo del 1920 Giolitti che si trovò a risolvere le numerose crisi esplose nei governi precedenti. Già nei primi mesi del suo governo dovette gestire numerosi scioperi; di particolare importanza fu quello decretato nel autunno dello stesso anno dai Metalmeccanici che chiedevano tramite l’occupazione delle fabbriche un adeguamento salariale. In riposta a questo sciopero gli industriali decisero di chiudere i propri stabilimenti fermando così la produzione. La crisi venne risolta grazie al ruolo di mediazione di Giolitti che riuscì a trovare con la CGIL un compromesso che garantì agli operai una maggior tutela dei propri diritti. Questo compromesso risultò determinante nella scissione del partito socialista in cui la componente estremista giudicò l’accordo come una mancata rivoluzione. La rottura del partito socialista favori l’ascesa del movimento fascista che approfittando della scarsa efficienza del PSI e maggior violenza dei suoi estremisti PCI, riuscì ad ottenere il tacito consenso delle istituzioni  politiche verso una forte attivismo dello squadrismo fascista.

La crisi del primo dopoguerra in Italia, Le conseguenze politiche ed economiche della guerra

Le componenti di pensiero all’interno del Psi erano 3: Massimalista guidata da Serrati, Ordine Nuovo gestito da Bordiga,Gramsci e Togliatti ed infine una parte più riformista e più moderata portata avanti da Turati. Scontro con l’ideologia socialista, in particolare con la componente più

matteotti

Photo credit: Dominio pubblico

estremista del PSI che invece premeva per una rivoluzione proletaria ispirandosi alla rivoluzione bolscevica del 1917. Il primo episodio di violenza tra PSI e fascisti avvenne a Milano nell’aprile del 1919 concluso con l’incendio della sede dell’Avanti. Avvenne una vera e propria guerriglia urbana tra fascisti e socialisti che porteranno quest’ultimi ad uccidere per errore alcuni dei propri esponenti. Il governo Nitti decretò che Fiume sarebbe stata evacuata dalle truppe italiane ed affidata agli alleati in attesa di una definitiva risoluzione. Questo accese l’ira di numerosi nazionalistici che si sentirono traditi dalla decisione politica adottata.Durante il XVII Congresso socialista svolto a Livorno il 21 gennaio del 1921 la parte di estremista del Partito Socialista Italiano, guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, decise di staccarsi dal PSI formando il Partito Comunista Italiano PCI.

Tra le masse prevaleva la sensazione di un imminente cataclisma, anzi c’era la certezza che ben presto anche in Italia ci sarebbe stato un sovvertimento sociale e politico. Si parlerà retrospettivamente di “attesa messianica” e di “rivoluzionarismo generico”, perché a quella spinta rivoluzionaria non seguì un’azione concreta” Vidotto Il Novecento,Laterza.  La principale associazione paramilitare antifascista era quella degli Arditi del Popolo che nell’ottobre del 1921 comprendeva circa 6000 iscritti. Emblematico è il caso del sistema ferroviario in cui alcuni squadristi fascisti fecero da ferrovieri al fine di garantire la funzionalità dei treni.

 

Ma l’obiettivo principale di questo squadrismo era davvero quello di garantire la sicurezza sociale?

In realtà servi in particolare per raccogliere a se un ampio numero di esponenti che erano frustrati dalla incapacità governativa della classe dirigente e preoccupati dei continui disordini sociali. Con il passare degli anni lo scontro tra le fazioni divenne sempre più violento portando lo stesso Mussolini a ridiscutere l’effettivo ruolo del movimento fascista e in particolare del suo squadrismo nei confronti della società. Una politica di pacificazione avviata con i socialisti servi a rafforzare la posizione del movimento come principale responsabile dell’ordine sociale e allo stesso tempo riuscì a indebolire associazioni paramilitari antifasciste. La popolazione con il passare dei mesi iniziava a vedere nel fascismo l’unico reale strumento per la legittimazione dei propri interessi; questa convinzione tuttavia fu aiutata da situazioni che finirono per agevolare Mussolini ed i suoi seguaci. Fatale in tal senso fu l’errore dei sindacati di convocare uno sciopero legalizzato nazionale il 1 agosto del 1922 dove grazie all’attivismo dello squadrismo fascista si riuscì a mantenere non solo l’ordine ma anche una discreta funzionalità dei servizi nel paese

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