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Federigo Tozzi, Tre croci -2

Da Paolorossi

Siena - La Torre del MangiaSiena – Immagine tratta dal libro di Rusconi A.Jahn Siena – 1907

Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con la libreria, da non correre più nessun pericolo.

Era stato lui a proporre quell’espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d’animo e andava alla banca soltanto perché era indispensabile a guadagnare tempo.

È vero anche, però, che era diventata un’abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non indovinava ancora niente.

Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a fare la chiacchierata.

Giulio era anche più alto di Niccolò; ma senza barba e più giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera.

Niccolò, invece, faceva anche l’antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.

Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri; sgarbato e prepotente.

Soltanto Niccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con due giovinette orfane, loro nipoti. Il loro padre era stato fortunato, e anch’essi da prima stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre fruttato meno.

Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il gomito; stette un poco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; si grattò vicino alla bocca, la prese e se la mise in tasca.

Niccolò lo guardava, imprecando e bestemmiando.
– È inutile bestemmiare.
– Che devo dire, allora?
– Niente. Rassegnarsi.
– Ma io in galera non ci voglio andare!

Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato. E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:
– Ci metteranno me in galera! Sei contento?

Ma Niccolò gridò:
– Torna presto, perché io qui dentro non voglio che mi ci venga un accidente!

Giulio, tenendo la mano in tasca dov’era la cambiale, perché aveva paura che potesse escirgli fuori, andò alla banca; cercando di camminare a testa alta e di farsi vedere senza preoccupazioni; sicuro di quel che faceva.

( Federigo Tozzi, Tre croci – 1920 )


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