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Festa del cinema di roma: last flag flying

Creato il 30 ottobre 2017 da Veripaccheri

Last Flag Flying di Richard Liklater con Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne USA, 2017 genere, drammatico durata, 124'
FESTA DEL CINEMA DI ROMA: LAST FLAG FLYING La notizia non era tanto di sapere che Richard Linklater sarebbe tornato sul set quanto piuttosto che "Last Flag Flying" avrebbe rappresentato il seguito de "L'ultima corveè", film simbolo della Nuova Hollywood diretto dal grande e molto compianto Hal Ashby A confermare le indiscrezioni c'era soprattutto il fatto che la sceneggiatura scritta dallo stesso regista era stata ispirata dall'omonimo libro di quel Darryl Ponicsan che aveva fornito il testo letterario utilizzato a suo tempo da Ashby. Al termine della proiezione possiamo dire che le anticipazioni sono state confermate solo a metà. "Last Flag Flying", infatti, non riprende né gli avvenimenti né i personaggi incarnati da Jack Nicholson, Otis Young e Randy Quaid. Allo stesso tempo le biografie di quelli interpretati da Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, il loro modo di relazionarsi e soprattuto la circostanze che li costringono a stare assieme sono molto simili al film del 1973. Anche in questo caso infatti c'è di mezzo l'esercito e la sua sporca guerra (allora era il Vietnam, qui l'Iraq) e come allora è un viaggio senza ritorno a mettere in circolo il mix di dramma e commedia che scandisce il rendez-vous degli ex marine. Le continuità appena colte non impediscono però al film di Linklater di ritagliarsi la propria identità e di assumere toni più drammatici che camerateschi, derivati dal fatto che Larry "Doc" Shepherd (Carrell), l'ex marine Sal Nealon (Cranston) e il Reverendo Richard Mueller (Fishburne) si ritrovano a fare i conti con la morte del figlio di Doc, caduto sul campo battaglia e scortato dai tre uomini che si preoccupano di accompagnarne le spoglie fino al luogo dove si svolgerà il funerale. 
FESTA DEL CINEMA DI ROMA: LAST FLAG FLYING Senza contare che "Last Flag Flying" consente a Linklater di aggiornare la propria cinematografia che mai come in questo caso si era trovata ad affrontare cosi da vicino il tema della morte. Inoltre dopo una carriera volta a definire gli orizzonti esistenziali delle generazioni più giovani questa volta la regia del cineasta texano si produce in uno scarto anagrafico che seppur operante in una dimensione ancora una volta intima e personale lascia campo libero a una visione più matura e politica della vita, in cui il bisogno di riconoscimento e le grandi passioni artistiche e sentimentali vengono sostituite dall'urgenza del consuntivo esistenziale effettuato in una dimensione da grande freddo cinematografico. Alla lunga però il cambio di passo finisce per inceppare il meccanismo narrativo di Linklater, alterandolo laddove normalmente questo è capace di fare la differenza e cioè la fluidità dei dialoghi che, privati della consueta giocosità e leggerezza procedono con fatica, dando l'impressione di parlarsi addosso. Carlo Cerofolini (pubblicato su ondacinema.it)

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