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Festival di Rotterdam: WAR BOOK, il film di apertura (recensione)

Creato il 21 gennaio 2015 da Luigilocatelli

War Book, diretto a Tom Harper, scritto da Jack Thorne. Con Sophie Okonedo, Ben Chaplin, Nicholas Burna, Shaun Evans, Kerry Fox. Voto 6 e mezzo

Photo credit: International Film Festival Rotterdam

Photo credit: International Film Festival Rotterdam

Non un film così clamoroso. Onesto sì. Dignitoso. Mosso dalle migliori intenzioni, che poi voglion dire pacifismo e correttezza politica in dosi massicce. Però in questo mio primo Rotterdam Film Festival, anzi IFFR come dicono e scrivono tutti qui, mi aspettavo qualche scossa in più dal titolo di apertura. Un film inglese insieme classico ed eccentrico, ed eccentrico perché così non se ne fanno proprio più. Tutto in una stanza, e parole e parole, volute – e colate – di parole, a costruire il castello narrativo e drammaturgico, con un pugno di personaggi che si confrontano e si scontrano chiusi in un interno rivelando meschinità nascoste e altrettanto insospettati nobili fremiti morali. Un huis clos, come in tanto teatro (e questo è teatro che si fa cinema, o teatro-cinema), come pure in tante cose passate sugli schermi migliori della nostra vita, con un prototipo su tutti, che continua a far scuola e giurisprudenza filmica e che più i decenni passano e più si consolida come un capolavoro. Intendo, La parola ai giurati di Sidney Lumet. Che è il modello cui guarda (inconsciamente?) questo War Book. Nel quale nove civil servants di Sua Maestà Elisabetta (seconda), di varie professionalità e competenze, si riuniscono per tre giorni a giocare un gioco di ruolo assai speciale. Con uno scenario ipotetico come partenza. Metti che da qualche parte di questo mondo, oggi, adesso, qualcuno faccia scoppiare sopra la testa di un nemico un ordigno nucleare. Ecco, noi servitori dello stato inglese cosa faremmo? quali misure prenderemmo? quale protocollo metteremmo a punto per fronteggiare la bollente situazione? L’autore del testo, Jack Thorne, ricorda nel pressbook come da piccolo si divertisse con i giochi di ruolo di principi e cavalieri, e come fosse incantato dai racconti di sua madre, militante antinuclearista finita in carcere per proteste (allora andavan di gran moda antagonista i sit-in, e la gente si faceva trascinare via a peso sul cellulare, e poi in cella), sicché con questa sceneggiatura ha condensato quei due ricordi, ed ecco come risultato un wargame su una possibile apocalisse atomica. Vero è che, come ci viene detto attraverso una veloce infografica a inizio film, di arsenali di bombe nucleari è pieno il mondo, compresi quelli di stati-canaglia come la Nord Corea, per non parlar dell’Iran che ormai ci è a un passo, e dunque il gioco non è così inattuale. Il caso che viene sottoposto ai nove signori, di cui fa parte anche un ministro (cinico e troppo attento al consenso, come i pessimi politici d’oggidì, del nostro paese, di tutti i paesi), è una bomba pakistana finita in mano a un gruppo di terroristi e da costoro fatta scoppiare nell’odiata India. Ipotesi non così peregrina, perché il Pakistan di ordigni nucleari ne ha un bel po’ (e da quelle parti le collusioni tra apparati dello stato deviati e islamisti estremi sono cosa più che accertata, e di attenttati islamisti a Mumbai ce ne son già stati). I nove, tra cui oltre a un ministro ci sono esperti di economia, emergenze umanitarie, di problemi sanitari, ordine pubblico e così via ( ciascuno con il suo buono o cattivo carattere, con le sue generosità e i suoi cinismi), parlano e parlano e parlano. Per tre giorni. Sotto la conduzione di una signora assai ammodo e riflessiva, la quale fa aprovare per alzata di mano le decisioni man mano prese. Da una banale normalità si passa a scenari vicini all’apocalisse, tantopiù che a un certo punto trapela l’indiscrezione che davvero, da qualche parte del mondo, in quel momento qualcsosa di terribile potrebbe succedere. L’ipocrisia, e i sentimenti belli, vengono messi progressivamente alla prova. E se il conflitto trra Pakistan e India di estendesse? e se anche la Cina e la Corea del Nord ci si mettessero di mezzo? Sarebbe una catastrofe umanitaria, orde di profughi si riverserebbero sull’Europa, e sulla Gran Bretagana. Chiudere i confini? razionare i viveri? razionare le medicine limitandone l’uso solo ai casi estremi? Interessante, sì. Ma la costruzione drammaturgica non è così esplosiva, gli scontri di carattere sono tutto sommato prevedibili (es. il machista stronzo contrapposto al sensibile politicamente correttissimo). È che neanche per un momento riusciamo a dimenticare di assistere a un gioco di ruolo. A una simulazione. La falsa guerra resta tale e non ce la fa a mimare la realtà in modo convincente. Il meglio del film sta nel suo essere datato, in quell’aria vintage che circola dappertutto. Da anni Cinquanta-Sessanta, quando la portesta contro la Bomba dominava la scena delle ribellioni non ancora sessantottarde, e contro l’atomica marciavano Betrand Russell e Vanessa Redgrave. E il cinema imaginava catastrofi nucleari come L’ultima spiaggia di Stanley Kramer. E Bob Dylan cantava di una hard rain in procinto di cadere.


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