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Figli

Creato il 05 aprile 2020 da Af68 @AntonioFalcone1

FigliVisualizzazione realistica, pur attraversata da toni surreali e grotteschi, anche caustica nella sua sfrontata ironia, dell’ormai famoso monologo recitato da Valerio Mastandrea sulla base di un articolo a firma del compianto Mattia Torre, scrittore, sceneggiatore e regista scomparso nel luglio dello scorso anno, Figli vede dietro la macchina da presa Giuseppe Bonito (Pulce non c’è, 2012) offrire sapida corporeità a quanto reso su carta dal citato Torre, impossibilitato a dirigere causa l’avanzare della malattia. L’iter narrativo si avvantaggia delle ottime, empatiche, interpretazioni offerte dai due protagonisti, Paola Cortellesi e Mastandrea, nei panni di Sara e Nicola, rispettivamente ispettrice sanitaria nell’ambito della ristorazione e gestore di una paninoteca, quarant’anni o giù di lì, una figlia di sei anni, Anna ed il neonato Pietro, appena giunto a sconvolgere l’apparente equilibrio familiare. Una coppia, nelle parole di Sara, che ben rappresenta quella categoria di genitori, la maggioranza nel nostro paese, “fortunati ma non ricchi, semplici ma non elementari, nevrotici ma non pazzi, che possono permettersi una casa accogliente ma piccola, con un solo bagno”. Ad inizio film l’obiettivo della macchina da presa ci conduce, attraverso una finestra aperta, all’interno dell’abitazione dei due, dove è in corso un litigio incentrato sul palleggiarsi rispettive manchevolezze, atteggiamenti noncuranti o presunti scatti di superiorità riguardo la gestione familiare; la narrazione prosegue poi suddividendosi  in sette capitoli, collegati circolarmente in virtù della connessione tra la sequenza iniziale e quella finale.

FigliPaola Cortellesi e Valerio Mastandrea (Cinema e Psicologia)

Infatti quella finestra aperta diviene ulteriore protagonista nel simboleggiare il desiderio inconscio di farla finita o fuggire via, proprio di entrambi o di uno solo a seconda delle circostanze, offrendo infine corporeità ad un’inedita forma di speranza, quest’ultima plasmata sull’assunto che occorre saper accettare i vari mutamenti esistenziali accorrenti in forma varia ed eventuale, sforzandosi di farvi fronte comune. Dissapori e litigi non mancheranno, occorrerà comprenderli nella consueta ritualità quotidiana, per quanto possa permanere in ambedue i compagni di vita  la netta sensazione che l’uno faccia qualcosa in meno o in più rispetto all’altro, nella considerazione sacrosanta che sia la donna ad assumersi i maggiori oneri, mentre l’uomo, vuoi per educazione, vuoi per indole caratteriale, benvenuta per inteso ogni eccezione, non sempre riesce ad esternare una compiuta genitorialità e quando ciò avviene tende ad assumere i toni “epici” della grande impresa. Esemplare al riguardo la sequenza in cui Sara esterna e realizza il desiderio di uscire con una sua amica e trascorrere con lei l’intera domenica, per cui Nicola, assente anche la primogenita, invitata ad una festa, dovrà badare al piccolo Pietro, passando dallo sconforto iniziale alla trasmutazione superomista (con tanto di tutina e mantello d’ordinanza).
Nel susseguirsi dei capitoli sorprende piacevolmente l’abilità registica nell’avvalorare le felici intuizioni della scrittura, rendendo del tutto naturale, quindi realistico, l’alternarsi di dramma ed ironia, oltre a sostenere quella suggestiva mescolanza tra disincanto e forza eversiva nel ritrarre con arguzia le storture sociali del paese, che corrono in parallelo con i disagi propri della famiglia.

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(Ecodelcinema)

Encomiabile quindi la felice intuizione di sostituire i pianti di Pietro con la Sonata n.8 di Beethoven (nota anche come Patetica), ma soprattutto lo stagliarsi di uno spazio bianco (come nella bella serie televisiva La linea verticale, sempre opera di Torre) a farsi simbolo di una zona inconscia o di un’astrazione mentale volta all’idealizzazione, congrua cornice per circoscrivere determinate situazioni e problematiche ad esse collegate, le quali troveranno poi opportuna enfasi drammaturgica. Indimenticabile nel suo disarmante cinismo il capitolo dedicato ai suoceri, quando Sara, nel vedersi negare un aiuto da sua madre riguardo l’assistenza della prole, lancia un vibrante J’accuse verso la genitrice, simbolo di una generazione nata nel dopoguerra, che ha vissuto la propria infanzia in una rete familiare ampia, generosa, si è goduta il boom economico, ha accumulato negli anni ’80 pensando che quel benessere sarebbe durato per sempre, senza pensare alle generazioni successive, così come ora coi soldi della pensione di cui saranno gli ultimi a beneficiare … Le verrà data ragione, nella rabbiosa constatazione che il nostro non è un paese per giovani, è nei vecchi che risiede la vera forza trainante del paese: “noi anziani siamo una forza, se ci inca**iamo son dolori, perché siamo tantissimi, la maggioranza assoluta, tutto è in mano nostra … Un po’ di consapevolezza e coesione  e vi faremo il  c**o a tutti …”  . Fra il sogno di una tata perfetta, abile nel badare alla casa e ai bambini con dinamica e gioiosa inventiva, mentre  la realtà propone alla portata dei comuni mortali una flemmatica signora che vede nell’uovo “alla cocca” la panacea di tutti i mali, saggi consigli di amici (fra i quali un sublime Stefano Fresi) in realtà succubi della prole, la consapevolezza di un mondo intento nel chiudere a doppia mandata ogni ingresso che possa minare la coltivazione del personale orticello e lapalissiane esternazioni di pedagoghe illuminate, ecco stagliarsi progressivamente, tra una staffilata ed un sorriso, l’assunto finale.

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Mastandrea e Stefano Fresi (Pinkitalia)

Le soluzioni per porre fine alla crisi di un rapporto possono essere varie, dalla consolazione pronto uso con un partner occasionale e funzionale alla bisogna, fino alla separazione e al divorzio, ma quella ottimale potrebbe essere,  come suggerisce Torre e riprendendo quanto scritto ad inizio articolo, provare a fare forza comune contro i fortunali della vita, quest’ultima da accettare nella sua complessità, rendendo l’io un concreto noi, perché “La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio è vecchio, arrugginito e si muove a fatica. D’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande”. Figli, andando a concludere, è un’opera che fa sorridere e riflettere senza appesantire, mantenendo un sano afflato popolare; forse la regia avrebbe potuto essere più incisiva, in particolare verso il finale, ma riesce comunque,  attraverso il descritto combinato d’ironia ed amarezza, a tendere una fune tra i due crinali dell’esistenza desiderata e quella che ci vede protagonisti quotidianamente, invitandoci a percorrerla nei due sensi, in equilibrio variabile da precario a più o meno stabile, scegliendo infine quanto a noi sembra più congeniale ed opportuno.

Pubblicato su Diari di Cineclub n.82-Aprile 2020


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