Film stasera in tv: LA CROCE DI FERRO di Sam Peckinpah (lun. 20 apr. 2015 – tv in chiaro)

Creato il 20 aprile 2015 da Luigilocatelli

La croce di ferro, Rai Movie, ore 23,20.
Quando apparve nel 1977 questo film del celebrato Sam Peckinpah, il regista che aveva sedotto i bad boys delle più trucide ed estreme rivoluzioni di quegli anni con Il mucchio selvaggio e ne era diventato un idolo, fu uno shock. Perché La croce di ferro osava l’inaudito, raccontare la guerra dei tedeschi e dal punto di vista dei tedeschi, infrangendo un tabù che nel cinema europeo e americano durava da decenni. Non per niente si trattava di una produzione made in Germany (con partecipazione britannica), con un cast che miscelava attori angloamericani – James Coburn, James Mason, David Warner – a star tedesche come Senta Berger e Maximilian Schell (scomparso l’anno scorso). Film sanguinolento, corrusco, limaccioso, in cui appaiono al loro massimo grado, e allo stato di purezza, l’estetica del massacro di Peckinpah e il suo addentrarsi nella ferinità dell’umano per restituirla e forse esaltarla in forma di spettacolo. Film tenebroso, dark quant’altri mai, avvolto perennemente in una assenza di luce in cui gli uomini in guerra si perdono inghiottiti dal fango, dal fumo, dalla polvere, dallo sporco. Un incubo, un delirio. Siamo, ebbene sì, in Crimea nell’anno 1943. La penetrazione tedesca in Russia si è fermata a Stalingrado, ora sono i sovietici al contrattacco. Il dramma vede contrapposti due militari in campo tedesco, due incarnazioni differenti del mestiere della armi. Rolf Steiner, ufficiale degradato dopo essersi rifiutato di eseguire un ordine disumano, è l’eroe adorato dalla truppa, ammirato per il suo coraggio e la sua lealtà. Il capitano Stransky è un borioso, vanesio e incapace rapresentante della casta prussiana, un cattivo militare che non sa fare la guerra, non la conosce, ma vuole a ogni costo conquistarsi la croce di ferro, il massimo riconoscimento al valore della Wehrmacht. Tra i due sarà scontro, e Stransky non esiterà a ricorrere ai mezzi peggiori, la menzogna, la calunnia, la manipolazione, l’abuso di potere. Un mostro. Ne esce una ballata macabra, una danza di morte che sembra venire dalle viscere del medioevo teutonico. Un mondo senza pietà, come sempre in Peckinpah, in cui a salvarsi, e a salvare gli altri, son solo gli uomini che, virilmente, sanno mettersi alla prova e sfidare l’impossibile. Ambiguo, certo, ma Peckinpah lo è sempre, lo è sempre stato, anche nel ‘rivoluzionario’ Il mucchio selvaggio. La glamourizzazione e feticizzazione della violenza e del sangue sono elementi costitutivi e fondanti del suo cinema, inutile scandalizzarsi perché stavolta le applica alla guerra dei tedeschi. La croce di ferro, attraverso la figura del bravo, eroico soldato Steiner, ci manda a dire che ci furono anche tedeschi leali in guerra, che non tutti i tedeschi furono nazisti, che non si può e non si deve identificare la Germania con il nazismo, che si può essere giusti anche in una guerra ingiusta e sbagliata. Certo, operazione ideologica, tesa a fornire un’immagine ripulita e meno ripugnante dei tedeschi in guerra, e quanto legittima spetta agli storici di mestiere dire. Ce n’è però abbastanza per sovvertire, ancora oggi, parecchie certezze e consolidati giudizi e pregiudizi. A 37 anni di distanza, questo di Peckinpah resta un oggetto cinematografico che non ha perso niente della sua carica perturbante ed esplosiva.


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