Il figlio dell’altra, La Effe, ore 23,15.
(ripubblico quanto ho scritto dopo averlo visto a suo tempo al festival di Torino)
Per chi, come noi, non è direttamente coinvolto, resta comunque parecchio interessante e anche istruttivo, utile a superare stereotipi e pregiudizi. Dunque: siamo a Tel Aviv. Orith e Alon, israeliani di origine francese (e il francese è la lingua che parlano in casa) scoprono, in occasione della visita militare, che il figlio diciottenne Joseph ha un gruppo sanguigno incompatibile con i loro. Indagini, test del dna e il responso: non è loro figlio. Basta poco per ricostruire quanto accaduto diciott’anni prima in ospedale. Due bambini nella stessa incubatrice, nati lo stesso giorno, poi scambiati per errore da un’infermiera a causa di una evacuazione d’emergenza per un attacco. Solo che l’altro bambino era di una coppia palestinese. Shock per i genitori, e per Joseph quando viene informato dei fatti. Altrettanto succede a Ramallah, quando Said e Leila si rendono conto che il loro adorato Yacine, appena tornato da Parigi dove si è brillantemente diplomato e orgoglio di casa, non è figlio loro. Ci sarà, dopo perplessità e paure e diffidenze, un incontro tra le due famiglie, e saranno le due madri a volerlo fortemente appianando l’opposizione dei mariti. Anche i due figli scambiati si conoscono, rivelazioni si succederanno a rivelazioni, e anche problemi, il guaio peggiore è a Ramallah, dove Bilal, il fratello maggiore, adesso rifiuta Yacine in quanto ebreo e dunque appartenente al nemico, all’occupante. Man mano Il figlio dell’altra ci mostra l’abisso (incolmabile?) tra israeliani e plaestinesi, le reciproche diffidenze, e quanto impervia sia la strada di un pur minimo dialogo, e quanta fatica si debba fare solo per parlarsi, guardarsi in faccia, non odiarsi, non insultarsi. Il film mette in comunicazione due universi opposti, e lo fa con acume, addolcendo ovviamente i problemi, smussandoli, ma non tacendoli. Emerge l’enorme differenza che non è solo di benessere ma culturale, di stili di vita. Israele è in tutta evidenza Occidente, Europa, i territori palestinesi con altrettante evidenza non lo sono. Il senso di identità e di appartenenza è potente, soverchiante,da una parte e dall’altra. Il film fa quel che può, stando bene attento a non lanciare messsaggi troppo facili su improbabili pacificazioni a breve termine. Tutt’al più, sembra suggerire, ci possono essere singoli individui che incominciano a parlarsi, a capire ognuno le ragioni dell’altro. Tutt’al più. Ma la cosa più interessante di Il figlio dell’altra a mio parere sta nel mai diminuito amore della coppia israeliana e di quella palestinese verso i figli che non sono loro figli genetici, quei figli che non sono sangue del loro sangue, carne della loro carne, ma che non possono smettere di amare. E sono incredibilmente soprattutto i due padri a non deflettere. Non c’è un finale smaccatamente edificante, per fortuna. C’è un finale aperto. Rapporti mobili e ancora in via i definizione tra Orith e Alon da una parte, e Said e Leila dall’altra. I figli scambiati restano a casa loro e diventano, senza forzature e con allegria e un po’ di follia giovanile, amici e un po’ complici. Nessuno dei due sa cosa ne sarà del proprio futuro, ma è molto probabile che ognuno rimarrà dalla parte della barricata in cui è cresciuto. Indietro non si torna.