Fine vita, a quando una regolamentazione?

Creato il 07 ottobre 2012 da Tabulerase

Come evidente, siamo già in campagna elettorale. E le campagne elettorali italiane, da quelle locali a quelle nazionali, forniscono sempre interessanti spunti di riflessione sul profilo culturale della nostra classe politica e sul profilo culturale del nostro Paese. Infatti, si è riacceso il dibattito sui cosiddetti temi eticamente sensibili, utili sul piano del consenso politico e della contesa elettorale ma a cui, di fatto, sono sempre stati negati quei necessari riconoscimenti normativi capaci di garantire nuovi diritti e relativi doveri e di ridefinire ambiti e limiti dell’intervento pubblico nella sfera privata dei cittadini.

Queste circostanze rivelano la drammatica discrasia che caratterizza il rapporto tra società civile e sistema politico in Italia e, in particolare, lo scarto tra il mutamento culturale che il paese sta vivendo e la sostanziale assenza delle istituzioni rispetto al riconoscimento normativo delle istanze emergenti. Basti pensare che secondo il XXIV Rapporto Italia dell’Eurispes (2012), la maggioranza degli italiani è favorevole all’introduzione del Testamento biologico (65,8%), al ricorso all’eutanasia nei casi più gravi (50,1%), all’utilizzo della pillola abortiva RU-486 (58%) e al divorzio breve (82,2%). Così come secondo l’IPR Marketing, già nel 2006, gli italiani si erano mostrati favorevoli al riconoscimento dei diritti civili alle coppie di fatto (59%) che secondo le proiezioni dell’ultimo Censimento sfiorano, oggi, nel nostro Paese, le 900.000 unità (e il riferimento è solo a quelle dichiarate). E così nonostante l’agenda politica da anni contempli i temi relativi alla ricerca sulle cellule staminali, alle unioni civili, al testamento biologico e all’eutanasia, ancora oggi, rispetto a diversi Paesi europei ed occidentali, l’Italia sconta il peso di una certa cultura moderata e tendenzialmente conservatrice che pervade, per molti aspetti, anche una parte significativa della sinistra italiana, e si traduce in un sostanziale immobilismo culturale che talora rischia di evolvere verso un vero e proprio regresso sul piano dei diritti, soffocando nuove istanze sociali e bisogni emergenti.

Alla luce della cronaca politica attuale, vale la pena di approfondire il tema delle decisioni di fine vita. E questo per diverse ragioni. In primo luogo perché tutti prima o poi dovremo confrontarci con la sofferenza e la morte; infatti, tra tutti i temi eticamente sensibili, questo è quello che non esclude nessuno. In secondo luogo perché si tratta di un tema di cui la politica italiana discute da almeno 30 anni (la prima proposta di regolamentazione della materia risale agli anni ’80 ed è del deputato socialista Loris Fortuna, già autore nel 1970 della legge sul divorzio), anche se solo di recente sull’argomento si è acceso un dibattito dai toni infuocati che ha coinvolto società civile, sistema politico e chiesa. Infatti, nel dicembre 2006, su sollecitazione dell’allora Ministro della Salute, Livia Turco, il Consiglio di Sanità ha espresso parere favorevole sul diritto di Piergiorgio Welby di rifiutare le cure e sospendere la ventilazione meccanica che lo teneva in vita. Tale parere, già argomentato in maniera più articolata dal Comitato Nazionale di Bioetica nel 2003, ha sollecitato ancora una volta le istituzioni competenti all’approvazione di nuove norme che, secondo il Ministro, dovevano essere più chiare, sia nello stabilire come e con quali modalità poter esercitare il diritto di scelta sulle cure e sui trattamenti da parte del cittadino, che nella definizione degli ambiti delle responsabilità del medico, che oggi è effettivamente poco tutelato nell’esercizio della sua autonomia professionale. D’altra parte, il problema di fondo consiste nel conciliare il diritto a rifiutare le cure, anche se ritenute necessarie dal medico, con il dovere etico e professionale dei medici a tutelare la vita umana.
Sono diversi i Paesi che hanno regolamentato la materia. Solo per citarne alcuni, l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, la Svizzera, il Regno Unito, la Spagna, la Germania, la Francia, l’Oregon, l’Australia, Israele. Nel nostro caso, nonostante la Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo le applicazioni della biologia e della medicina del Consiglio d’Europa, approvata ad Oviedo il 4 aprile 1997, ratificata dal nostro Paese con la legge 145 del 28 marzo 2001 (che all’art. 3, delega il governo all’adozione, entro i sei mesi successivi alla data di entrata in vigore, di uno o più decreti legislativi recanti ulteriori disposizioni occorrenti per l’adattamento dell’ordinamento giuridico italiano ai principi ed alle norme della Convenzione e del Protocollo di cui all’articolo 1), a distanza di oltre 11 anni, e nonostante le diverse proposte presentate in Parlamento, nessuno dei governi succedutisi ha provveduto a quanto disposto dalla legge in questione.

Sono diverse le argomentazioni che dividono i partiti e la società civile sulla opportunità di una legge che regolamenti il tema. Infatti, da un lato, c’è la maniera di intendere la nutrizione artificiale e idratante (secondo alcuni pratiche di assistenza e supporto vitale, prive di valenza terapeutica, a parere di altri vere e proprie terapie mediche) e, dall’altro, la maniera di intendere la vita che vede contrapposte due posizioni: una che si ispira al principio della “sacralità della vita” e che sostiene l’indisponibilità della vita stessa da parte delle persone; l’altra, invece, che ispirandosi al principio della “qualità della vita”, sostiene la necessità della libertà di scelta e di autodeterminazione da parte delle persone. A complicare ulteriormente la vicenda ci sta la giurisprudenza che, dal caso Welby ed Englaro in poi, ha sottolineato la rilevanza del rapporto medico-paziente nelle decisioni relative al fine vita ed esortato il Parlamento all’adozione delle necessarie politiche per colmare il vuoto normativo sul tema.

E così siamo giunti all’assai discutibile ddl Calabrò, recante Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT), che lo scorso anno ha ripreso l’iter in Parlamento per l’eventuale approvazione definitiva. Approvato per volontà dell’ex governo Berlusconi anche alla Camera il 12 luglio scorso (con modifiche rispetto al testo esitato dal Senato nel marzo del 2009) e configurandosi, come già sostenuto da Ernesto Galli della Loggia sulle pagine del Corriere della Sera, e da Adriano Prosperi e Michele Ainis su la Repubblica, come un inestricabile pasticcio normativo che, oltre a svelare talune contraddizioni con la normativa europea, rischia di sfidare la logica, oltre che la Carta Costituzionale, nei fatti nega alle persone la possibilità di scegliere dinanzi alla morte. Infatti, secondo il ddl, con le DAT i pazienti possono esprimere solo “orientamenti” sulle cure cui essere sottoposti nei casi di incapacità di comunicare esplicitamente le proprie volontà e, per la medesima ragione, è fatto esplicito divieto di indicare i trattamenti che si vogliono rifiutare; del resto, l’idratazione e l’alimentazione artificiale si pongono come obbligatorie non essendo considerate terapie, bensì forme di sostegno vitale. In tale contesto decisionale il medico mantiene l’autonomia totale nelle scelte finali e ogni forma di ingerenza della Magistratura è formalmente esclusa dalla legge.

Tornando alla campagna elettorale, il 19 settembre scorso la Commissione Sanità del Senato ha votato – grazie al ricompattamento dell’asse Lega-PDL – la ripresa dei lavori parlamentari per l’approvazione definitiva del ddl Calabrò, per ragioni che hanno il gusto amaro dell’opportunismo politico cui sacrificare, per spregevoli ragioni di tatticismo elettorale, le persone con le loro tragedie personali e familiari, umane ed esistenziali. In piena campagna elettorale e in pieno scandalo legato alla corruzione e allo sperpero di fondi pubblici, completano il quadro due interventi. Il primo, l’intervento del Cardinal Bagnasco che, in occasione dei lavori della sessione autunnale del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (oltre a denunciare la sottovalutazione degli scandali da parte della politica) ha richiamato i politici cattolici italiani a non rinunciare mai a quei valori non negoziabili come difesa della vita, il no all’aborto e all’eutanasia, la libertà di insegnamento, la promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Il secondo, l’appello lanciato nella prima settimana di settembre su Avvenire dal presidente del Movimento per la vita, Carlo Casini, con due lettere aperte ai leader di PD, PDL e Lega, per l’approvazione definitiva delle DAT prima della fine della legislatura.

E così, nell’Italia che soffre l’incompiutezza del processo di secolarizzazione, una legge che avrebbe dovuto rispondere al principio della democrazia e della tutela della salute, anche dinanzi alla morte, diventa ulteriore testimonianza di un modus operandi che lega clero e politica in un sistema perverso di equilibrismi politici, opportunismi strategici e calcoli elettoralistici, ancorato a posizioni ideologiche e dogmatiche e fondato su argomentazioni pretestuose ed ambigue, che nega nei fatti il diritto di un intero popolo a condizioni minime di civiltà e a standard di vita qualitativamente dignitosi che consentono alle persone la costruzione di quella che Ulrich Beck ha definito come “la propria vita”.


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