E' questo il punto di vista fondante ed al tempo stesso più scottante del libro "Sulle orme del gambero", scritto da Walter Tocci e pubblicato da Donzelli editore. Nella visione di un'Italia distrutta, purtroppo, emerge un quadro desolante in primo luogo per chi avrebbe dovuto adoperarsi per governarla al meglio nelle sedi nazionali e via di seguito, fino ai livelli più bassi. Al sistema partitico in generale non crede ormai più nessuno (o quasi), soprattutto a fronte di cifre di astensione/non voto che sono ormai cronicamente prossime al 50%. I problemi con cui da due anni a questa parte siamo costretti a far di conto sembrano essere apparsi all'improvviso, quasi come se fino al 2011 i problemi di debito pubblico non riguardassero l'Italia e le questioni di unità economico-politica da perfezionare non riguardassero l'Europa. Cosa poter consigliare a coloro che hanno mancato di realizzare quella "grande occasione" sopra riportata? E' davvero sufficiente parteggiare a spada tratta per il nuovo che avanza facendosi strada con slogan fra il difficile e l'impossibile da realizzare nel breve, medio e lungo termine? Può davvero bastare sostenere in maniera completamente acritica e priva di analisi di (auto)valutazione chi, nascondendo polveri(era) di lontana memoria, si propone di costruire (per l'ennesima volta) un Partito bello e democratico? E' davvero sufficiente affiliarsi ad una certa informazione (non tutta, fortunatamente) che tende ad escludere dal dibattito pubblico proposte concrete e volti per dilettarsi nella rincorsa continua di personalità da convertire il più velocemente possibile in fenomeni da baraccone? A prescindere dall'infinita varietà di possibili risposte, con un Paese distrutto mortalmente alle spalle dovrebbe essere ormai chiara l'elevata possibilità di realizzare nei fatti la celebre massima gattopardesca secondo cui "tutto cambia affinchè nulla cambi". L'aver posto Italia ed italiani di fronte a problemi tremendi quando era forse troppo tardi ha messo in mostra alcune questioni che avrebbero dovuto essere inevitabili sin dalla prima opportunità possibile di confronto:
- scarsa attitudine di parte degli italiani verso la necessità di informarsi e comprendere la (divenuta) complessità del sistema circostante;
- (troppo) elevata abitudine di parte degli italiani a delegare le proprie responsabilità a rappresentanti tecnico-politici, senza poi interessarsi minimamente di quanto e come le stesse deleghe venissero esercitate;
- punti di vista (largamente) inadeguati dal punto di vista politico, 'grazie' al quale è stato possibile far diventare sovversivo/isolato/inadeguato/[...] chi cercava di parlare il 'linguaggio della verità', ponendo eventualmente domande e/o questioni definibili come 'scomode';
- estrema irrazionalità dell'informazione, finita (forse inconsapevolmente) per assumere tinte di distrazione e distruzione della coscienza collettiva.
"[...] Solo in Italia la parola riforma è ridotta a indicare la mera approvazione di una legge. Invece, dovrebbe essere un processo graduale e multifunzionale: definizione condivisa degli obiettivi; ricognizione delle risorse finanziarie, professionali ed organizzative; analisi di esperienze analoghe; implementazione sociale delle regole; organizzazione delle strutture preposte all'attuazione; formazione degli operatori. Alla fine si dovrebbero analizzare i risultati, secondo le metodologie internazionali della 'policy analysis' [...] per correggere gli errori ed orientare i provvedimenti successivi. [...] Decidere in politica significa produrre leggi e la forza del leader è misurata sempre più sulla capacità di imporle sbaragliando le resistenze. 'Legifero, ergo sum' è il motto del politico nell'epoca della personalizzazione. Ci sono le 'leggi manifesto' che rispondono a momenti di emozione dell'opinione pubblica, inventando norme inutili o dannose per dimostrare che si fa qualcosa [...]. Ci sono poi le leggi ideologiche, che pretendono di applicare i principi identitari di una parte e spesso finiscono per arenarsi nel contezioso costituzionale [...]. Ci sono poi le leggi bugiarde che dicono una cosa positiva per nascondere quella negativa,[...]. Ci sono le leggi approvate per calmare i mercati, che si sono sempre risolte con il peggioramento del deficit, come le leggi finanziarie dell'ultimo decennio. [...] Si invoca la velocità nell'attività parlamentare, ma le leggi approvate in fretta sono anche le più dannose: il Porcellum in poche settimane, le norme 'ad personam' di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati, mentre tutti ora vorrebbero correggerle. Questo 'futurismo legislativo' si riveste del buon senso di frasi fatte come 'il mondo cambia e bisogna fare in fretta, ma diffonde solo l'epidemia burocratica. Aveva ragione Luigi Einaudi nel considrare la lentezza parlamentare una fortuna proprio perchè limita l'ipertrofia normativa. Bisogna riscoprire la virtù dell'indugio che fa decantare la discussione pubblica fino a che non si deposita in solide certezze, alle quali si potrà dare il sigillo [...] dello Stato. L'iper-normativismo è la miseria del decisionismo. [...] Solo nel teatrino politico-mediatico si può credere che i problemi italiani saranno risolti con la revisione del bicameralismo e la riduzione dei parlamentari. E' molto più interessante domandarsi perchè proposte tanto modeste siano diventate una vera ossessione nel dibattito politico italiano da trent'anni, come non accade in nessun Paese occidentale. E' difficile credere che la nostra Carta sia tanto più difettosa delle altre da meritare uno straordinario impegno revisionistico. E' più probabile che il problema dipenda dagli improbabili costituenti. [...]" (Fonte: "Sulle orme del gambero", W.Tocci, Donzelli Editore)
Perchè tutto cambi in meglio, dunque, si suggeriscono poche ma (teoricamente) semplici virtù: voglia di approfondire, desiderio di informarsi, analisi precedente e sintesi successiva, consapevolezza, spirito critico, coerenza, credibilità, verità e dignità solo per citare alcune delle (troppe) possibili.
Fonte immagine: SkyTg24 - 'Cruel' vignetta
