Il mito della guerra, combattuta dal Pelide Silvio, viene strumentalmente adoperato con sapiente furbizia: già collaudato nel processo Ruby, torna in auge quando si parla di conclamata evasione. L'intento è far credere che dietro qualsiasi accusa rivolta al fondatore di Forza Italia vi sia la schiuma alla bocca di una banda di comunisti laureati in legge. Il fatto che le inchieste siano tante e diverse, che i procuratori di Milano in questi anni siano cambiati, che comunisti ortodossi nel nostro paese non se ne trovino più nemmeno col lanternino, tutto ciò non scalfisce la sicurezza degli yesman di Arcore. I quali, anzi, rilanciano una grande manifestazione a difesa del Cavaliere, indiscusso ed indiscutibile padrone del centrodestra.Come sia possibile difendere l'immagine politica di chi ha compiuto un siffatto tipo di reato è davvero un mistero (oggi il Financial Times auspica espressamente un “sipario calato sul buffone di Roma”), ma ancor più ridicola risulta la pretesa del governo in carica di contrastare l'evasione affidando eventuali strette ad una maggioranza condizionata dal volere di un pregiudicato. E' il Partito Democratico, ancora una volta, a essere silente comparsa in questa sorta di dramma italiano. Ripiegato su se stesso, il Pd esige garanzie da parte di chi, semmai, è abituato agli avvisi di garanzia, un curioso caso di tafazzismo cronico. Di più: alcuni dirigenti si spendono in teoremi filosofici. Berlusconi, dicono, va sconfitto nelle urne, non nelle aule giudiziarie. Verissimo, ma come ha notato ieri Giuseppe Di Lello sul Manifesto, “in uno stato di diritto, dove la separazione dei poteri è il cardine della democrazia, anche le sentenze svolgono il loro ruolo di controllo della legalità e da esse non si può prescindere”. Spiegatelo a Violante che, fra l’altro, nella sua vita professionale non era certo una velina.
G.L.