Fragili architetture del possibile

Creato il 12 maggio 2026 da Manuelgaruffi

Parto da qui, senza girarci intorno. La prima volta che mi sono trovato a parlare d’arte davanti a un pubblico – dopo avere scritto il testo – è stata a Milano, per una mostra di Gaetano Fracassio. Non è un dettaglio autobiografico: è il punto da cui questo dialogo, in fondo, non si è mai interrotto.
Oggi siamo davanti a un passaggio importante: cinquant’anni di attività. Ma più che il numero, conta quello che tiene nel tempo. E nel caso di Fracassio, quello che colpisce è la costruzione di un linguaggio riconoscibile, portato avanti con una coerenza rara.
Case, barche, stelle, quel vaso verde che ritorna come un elemento stabile: il suo lavoro si muove dentro un alfabeto essenziale, ridotto all’osso, ma capace di aprire continuamente nuove possibilità. Non è ripetizione, è approfondimento. È un modo di stare dentro le immagini senza disperdersi.
Le barche di carta sono uno dei punti più forti di questa ricerca. Fragili, in bilico, sospese: tengono insieme precarietà e resistenza senza bisogno di effetti. Sono immagini che funzionano perché restano necessarie, perché continuano a dire qualcosa di diretto sul nostro stare al mondo.
Lo stesso vale per le case. Non architetture, ma idee di rifugio. Segni ripetuti, sì, ma mai statici: diventano ritmo, pensiero, presenza. Più che luoghi da abitare, sono spazi mentali in cui riconoscersi, punti di orientamento dentro una realtà che cambia.
Fracassio lavora da sempre su un equilibrio sottile: tra costruzione e cedimento, tra oggetto e immagine, tra pittura e installazione. Le superfici graffiate, i materiali semplici, quella dimensione quasi rituale del fare: tutto concorre a tenere insieme un lavoro che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.
Guardando queste opere si ha una sensazione precisa: nulla è davvero stabile, e proprio per questo tutto resta vivo. La fragilità non è un limite, ma una scelta linguistica, una posizione.
Cinquant’anni, allora, non sono solo un attraversamento, ma una conferma. Fracassio continua a costruire sapendo che ogni costruzione è temporanea. Continua a navigare, anche quando il mare è fatto di carta.
Bentornato a Milano, Gaetano, “Frate Cassio” come da anni lo chiamo con un calembour, segmentando creativamente il suo cognome. E bentornati anche noi dentro questo tuo modo ostinato e necessario di restare a galla.