Francesca Diano intervista Filippo La Porta. Ovvero, della distrazione ben sorvegliata

Creato il 24 ottobre 2014 da Emilia48

Filippo La Porta è un uomo gentile. Oggi questo aggettivo si usa assai parcamente, così come la qualità che indica e, di certo, per nulla nel suo significato etimologico. Ecco, lui è etimologicamente gentile. Misurato, attento, curioso del mondo apparentemente con moderatezza, ma poi ti sorprende con un ribollire di entusiasmi e un grande calore umano. E’ un uomo che “va incontro”. Alla sua città, Roma, che narra con un amore che, si sente, “gli va dittando dentro” le parole per farlo tracimare. Alle persone che, senza barriere di sorta, ritiene abbiano qualcosa da dirgli, anche solo con il loro modo di essere.  Alla cultura e al suo tempo. Non è un uomo che si tira indietro. Nemmeno nello scoprirsi. Dunque mi piaceva fargli alcune domande e non mi ha affatto sorpresa l’ossimoro, o meglio gli ossimori, che ha scelto per definirsi, molto eraclitei se vogliamo. Perché? Perché per lui, Roma, che trionfa nel suo libro come splendida Dea bugiarda e ingannatrice, come qualunque bugia VERA, gli offre, attraverso l’inganno sublime, la sola strada verso la verità di se stessa. Perché oggi, se ci si vuole salvare dalla palude e vedere con limpidezza, non resta che rifugiarsi in un’armonica contraddizione. Del resto, non diceva Baudelaire: “Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico.” ?  

F.D.

1 – Tu ti occupi da moltissimo tempo di letteratura e si può dire con sicurezza che tu abbia il polso della situazione in Italia. Come sta la nostra letteratura? Impazzano i generi, i filoni, i rivoli, le dispersioni. Il senso del vuoto. Dove sta andando? 

Impazza il Romanzo, tutti gli editori chiedono disperatamente  romanzi (anche se ne pubblicano troppi, con un effetto di confusione), e all’interno del romanzo la pervasiva autofiction. Gli scrittori, privi di immaginazione e di empatia, incapaci di inventarsi personaggi diversi da loro, mettono in scena se stessi, con risultati disuguali (buoni con Walter Siti, mediocri con altri). Quanto ai generi, specie d’estate il “genere unico” nel nostro paese è il giallo, un genere di importazione, che non siamo stati capaci di reinventare (come il manierista Sergio Leone  ha fatto con il western). Il giallo è diseducativo perché racconta azioni efferate e non il  mostruoso nel quotidiano, perché identifica la letteratura con le trame e perché   è insensibile alla sofferenza delle vittime

 

2 – Il tuo ultimo libro, Roma è una bugia, è un inno levato alla città in cui sei nato e che ancora, lo si voglia o no, è il cuore di questo paese e un centro con cui si devono fare i conti, in molti sensi. È un cuore un po’ malandato, è vero, eppure, quando anche io ci torno, ne sento il respiro potente e mi abbaglia. Cos’è Roma per te? E chi sei tu per Roma?

Beh, nel libro dico che  è la città degli opposti: santa e blasfema, cinica (“Chette frega!”) e stupefatta (“anvedi”), tollerante e sguaiata, bellissima e a volte bruttissima (ad altezza d’uomo),  stagnante e vitalissima, eterna ed effimera (anzi, nasconde l’eterno nell’effimero)…La  mia “scoperta” a proposito di Roma è questa: tutto ciò che vi arriva muore (dal cristianesimo al fascismo e alla Resistenza), ma in un certo senso non smette di morire. Un interminabile  precipitare, una catastrofe sempre rinviata, un crepuscolo artico che si tinge del rosso dei tramonti.

 

3 – Tu sei uno dei pochi intellettuali di questo paese. E scelgo il termine “intellettuali” per indicare chi esercita il libero pensiero e usa il proprio bagaglio culturale per leggere e analizzare la società in cui vive. Pensi che oggi sia ancora possibile in Italia per un intellettuale – ma anche per uno scrittore –  intervenire e avere un ruolo determinante nella coscienza della società, come ha tentato ad esempio di fare Pasolini? Fallendo, ovviamente, perché era un sognatore che sognava la Verità.

Ti ringrazio!  Non so se sono uno dei “pochi intellettuali”, ma certo tento di usare il mio bagaglio per capire la società, o meglio la condizione umana in questa epoca e in questa società (più antropologo che sociologo). Un intellettuale vate o profeta alla Pasolini non può più esserci perché oggi nessun intellettuale è davvero autorevole e può contare su un certo ascolto. Nel senso comune non c’è più l’ammirazione di una volta per la cultura, e un uomo pubblico può perfino vantarsi di non aver letto un libro! Allora: chi dice la verità? Credo che oggi la verità,  il pensiero critico, le idee dissidenti, etc. sono tutte cose che si trovano nei luoghi più impensati, cercando nella   intellettualità di massa che caratterizza il nostro tempo, fuori e dentro la Rete, fuori e dentro i luoghi deputati del sapere. . Ad esempio la mattina quando al bar prendo “Metro”,  il più famoso freepress del globo, leggo rubriche di giornalisti sconosciuti, giovanissimi, in cui vi è un sorprendente scialo di  idee controcorrente, di intelligenza corrosiva, di pensieri eccentrici e non allineati. Comunque: oggi l’”impegno” andrebbe rideclinato. Non è detto che l’ideologia di un autore coincida con l’ideologia della sua opera. Doninelli e Picca sarebbero “di destra” ma scrivono romanzi spesso contundenti, Benni e Baricco, con il cuore certamente a sinistra, vogliono rassicurare troppo i loro lettori.

 

4 – Quanto conta l’illusione in letteratura e quanto nella vita? L’illusione è sempre inganno e bugia o, dato che tutto è maya, ha ben altro ruolo?

Come diceva Leopardi le illusioni, “larve mirabili”, sono tutto,   e ne abbiamo bisogno. In un certo senso è illusione l’amore, la sincerità, la purezza, la pretesa di “durare” con un’opera d’arte, la vita stessa,  etc. , però a ben vedere  sono un’illusione anche i loro contrari: l’odio, la menzogna, la corruzione, la morte (che ne sappiamo se davvero tutto finisce con la morte?)…Tutto è  maschera, velo di Maja senza però che dietro ci sia qualcosa.  E allora, proviamo a distinguere tra illusioni belle, creative, gioiose,  che   esprimono vitalità, che corrispondono al proprio vigore,  alle emozioni e agli istinti, che arricchiscono l’immaginazione,  e illusioni tappabuchi,  a cui ci aggrappiamo per paura, per accidia, per sottrarci all’esperienza reale (che sentiamo minacciosa).

 

5 – Quali pensatori e scrittori del passato hanno avuto maggiore peso nella tua formazione e perché?

Di solito di fronte a  domande del genere si scatena il narcisismo dell’intervistato, che vuole apparire più colto e raffinato  di quello che è… provo a risponderti citando le mie prime letture, quelle fatte a 14 anni: Il mito di Sisifo di Camus, i racconti di Kafka, L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre, Il manifesto del partito comunista di Marx, Antoine Bloye di Nizan, Omaggio alla catalogna di Orwell, Delitto e castigo di Dostoevskij.

 

6 – Quale diversa attitudine – se ritieni che diversità ci sia – anima la tua scrittura come scrittore, come critico e come giornalista?

Direi che il mio stile –  e forse il mio genere letterario –   è  sempre lo stesso: un mix di saggistica, memoir, narrativa, pamphlet, satira culturale, diario morale, osservazione linguistica

 

7 – In cosa credi? E, oltre e al di là di questo, hai trovato delle risposte tue personali all’esistenza?

Credo nell’esistenza, nella realtà degli altri, nei sensi,  nell’essere (che comprende anche il nulla), in questo mondo sublunare(l’unico, anche se ha molte dimensioni al suo interno: tutto si gioca qui ed ora), nell’eternità che percepiamo ogni tanto in qualche esperienza(nelle peak experiences di cui parla Maslow),  credo in mio figlio, in mia moglie, negli amici, credo nell’arte, nella musica.

 

8 – Crea una metafora per definire te stesso.   

Scelgo un’altra figura retorica, l’ossimoro: distrazione ben sorvegliata, vigile dormiveglia…

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