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Frank Lampard e la leggenda del suo numero 8

Creato il 02 febbraio 2017 da Agentianonimi

Frank, è stato bellissimo, grazie.

In genere si scrive questo per ringraziare qualcuno al termine di un discorso, di una lettera, di una mail ormai. Io apro invece il mio articolo con queste semplici, banali (?), parole. Lo faccio per un motivo ben preciso. Semplicemente è l’unica cosa che mi viene in mente. Frank Lampard per me, come per gran parte dei ragazzi nati agli inizi degli ’90, ha rappresentato un simbolo, un icona, un idolo. Anzi di più, un modello da seguire. Testa, cuore, cervello, lealtà sportiva, talento. Tutto. Tutto e di più concentrato in un calciatore che ci ha presi per mano e accompagnati da quando eravamo bambini ad adolescenti, da teen a laureandi o laureati. Poco importa che non fosse nostro connazionale o che non indossasse la maglia della nostra squadra del cuore. Noi, cresciuti col mito del numero 8 (del suo modo di interpretare quel numero) gli siamo eternamente grati. Oggi sta a me il duro (ma altrettanto gratificante) compito di celebrarne la grandezza nel giorno del suo ritiro. Annunciato su Instagram, questa mattina. Su un social network, forse l’ultimo in ordine cronologico ad essere salito alla ribalta. Segno del tempo che passa ma di come, allo stesso modo, Lampard abbia unito due tipi di generazioni. Quando ha cominciato a giocare (e segnare) l’addio alla carriera veniva dato con una conferenza stampa. I tempi erano più lunghi, venivano convocati i cronisti e poi le dichiarazioni divenute, a quel punto, scontate. Ora no, non c’è più nessun filtro. Nessun modo di metabolizzare la notizia. E’ il bello (e il brutto?) del web 2.0. Tutti sono in contatto con tutti. E tu lo sei con noi, tutti noi fan sparsi nel mondo.

Lampard ha ringraziato tutti. Uno ad uno, tutti quelli che hanno creduto in lui. Fin da subito. Dai tempi del West Ham a quelli del Chelsea, tutti. Leggendo la sua lunga lettera forse, in maniera illogica e poco sensata, ci siamo sentiti chiamati in causa. Anche noi che, materialmente, abbiamo fatto poco e nulla. Ma lo abbiamo seguito, apprezzato, idolatrato e, ove possibile, imitato. Noi che a calcetto con gli amici ci siamo presentati con la maglia numero 8 del Chelsea, e che ancora oggi la tiriamo fuori nel giorno più importante, nella finale del torneo di calcetto del quartiere quando proprio non possiamo fallire e speriamo (invano) che ci trasmetta quella tua capacità di emergere nel momento più importante. Maglia del Chelsea che anche tu, in fondo, non hai mai davvero lasciato. Non sappiamo se ci dormi la notte, o la guardi ogni tanto per sentirti meglio, ma poco importa. Quel passaggio prima al Manchester City e poi in USA è servito solo a dispensare il tuo genio in latitudini e longitudini  diverse da Londra. E quel gol ai tuoi ex compagni dopo sette minuti dal tuo ingresso in campo? Incredibile, come te. Come la tua carriera. Ma significativo. Del calciatore che eri. Del professionista e dell’uomo che sei. Neanche nei tuoi peggior incubi avresti pensato di negare una vittoria a quella gente che è diventata tua, da subito, dal primo istante in cui Ranieri ti ha chiamato per offrirti un posto nel centro di Stamford Bridge. Eppure ti sei ritrovato ad entrare col Chelsea in vantaggio di un uomo e di un gol e…rete. Pareggio. Hai salutato i tuoi tifosi, con le sciarpe blues, quasi scusandoti, ma è il tuo lavoro. Nel post partita hai detto “Quelli del Manchester City hanno meritato il pareggio“. Quelli del Manchester City, si. Perchè tu sarai sempre uno del Chelsea. Sei pagato per far gol, ma sei nato per essere fedele, e allora tutti contenti, tranne Mourinho. Hai detto di voler cominciare un nuovo capitolo, come allenatore. Così magari ingannerai anche l’unica cosa che, da giocatore, ti ha fermato: il tempo.

Frank, è stato bellissimo, grazie.

Stefano Gaudino (@stefanogaudino)

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