Come ben sappiamo, Mary era moglie del poeta inglese Percy Shelley. A Ginevra, ove vissero per più anni, conobbero Lord Byron e qui si cimentarono, con altri scrittori e personaggi illustri, in una gara letteraria al fine di realizzare un racconto di paura che fosse il più spaventoso possibile. I suoi primi tentativi non andarono a buon fine, ma d'improvviso un'idea le balenò nella mente, lasciando che la sua mano scrivesse ciò che in un incubo le era apparso. Quest'ultimo elemento sembra essere semplicemente una copertura per un qualcosa di più vero e spaventoso. Un alchimista infatti avrebbe cercato di operare un esperimento simile in un castello vicino a Francoforte - in Germania - a Darmstadt, offrendo a Mary Shelley l'opportunità di avere il materiale necessario alla realizzazione del proprio volume.
Il castello è antichissimo, così come antichissime sono le origini della famiglia che lo ha abitato. I Frankenstein.
Nel 940, infatti, sembra che un certo Arnold, appartenete alla medesima stirpe, abbia vinto nel suo castello un prestigioso torneo cavalleresco. La famiglia però si estinse nel XVII secolo, alla morte di Philip Ludwigh, l'ultimo erede. Il castello passò allora in mano ai Darmstadt, senza più tornare in possesso ad un solo Frankenstein.
Sembra però che proprio un'appartenente alla medesima famiglia fosse l'alchimista suddetto; o quantomeno che alla medesima fosse legato. Egli, Conrad Dippell, era un uomo che, oggigiorno, definiremo 'necrofilo'. Si addentrava la notte nei cimiteri, sottraendo i cadaveri delle persone decedute da poche ore su cui poter condurre esperimenti. In realtà il termine che gli abbiamo assegnato è un po' eccessivo, ma può rendere l'idea sugli esperimenti e le ambizioni di quest'uomo. Sul suo tentativo di rendere la vita a chi l'ha perduta.
Ma come può aver fatto Mary Shelley a giungere a conoscenza di questa storia entrata, certamente, nell'immaginario popolare della popolazione che viveva in quell'area germanica?
Ebbene, l'ambientazione di "Frankenstein" è proprio il castello sito in quello stesso luogo, di cui certamente Mary Shelley ha sentito parlare.
In conclusione, si può dire che questo romanzo fantascientifico, e per questo ai limiti tra fantasia e realtà, sia stato - e sia tuttora - un manifesto più che mai vivo ed importante di un fanatismo che, in certi casi, ha anticipato la realtà più estrema. Un fanatismo che, come spesso accade, è opera di ricercatori avanguardisti che nei loro esperimenti si avvalgono di decisioni certamente non etiche, ma necessarie talvolta, e che stimolano il dibattito e le discussioni. Tuttora la clonazione, come il riportare in vita un cuore deceduto di un essere vivente, cose che fino a pochi anni fa apparivano come "fantasie pure", sono il frutto di questo mestiere e il tema base delle discussioni e dei conflitti che ammantano scienza, società, religione ed etica.
Sta a noi saper discernere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. Perché, in fondo, al di là della giustificazione del lugubre sfondo assegnato alla sua opera, Mary Shelley ci insegna che la storia del dottor Frankenstein e della "creatura" deriva non da un semplice sogno, ma da un incubo.