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Fuocoammare

Creato il 02 aprile 2016 da Kelvin

FUOCOAMMARE(id.)
di Gianfranco Rosi (Italia, 2016)
con Pietro Bartolo, Samuele Caruana, Maria Costa, Giuseppe Fragapane
durata: 108 minuti

Pesano come macigni le parole di Pietro Bartolo, direttore sanitario del pronto soccorso di Lampedusa, per tutti, da quasi un quarto di secolo ormai, "il medico dei migranti": era lui che nel 2013 dirigeva i soccorsi del terribile naufragio al largo dell' Isola dei Conigli, dove morirono 366 persone, sebbene un mese prima fosse stato colpito da ischemia cerebrale. Ed è sempre lui che, tre anni dopo, con sguardo basso e titubante parla davanti alla macchina da presa: "Dicono che dopo tanti anni dovrei essere abituato a quello che vedo, ma come si fa ad abituarsi a tanto orrore? Ti resta un vuoto dentro che te li fa sognare la notte..." Sta tutto qui il senso e l'importanza di un film come Fuocoammare: documentare quello che si tocca con mano e non quello che "si sente dire", dimostrando come il razzismo, l'insensibilità, l'inconcludenza e il cinismo di certe teorie sull'immigrazione siano dettate, in massima parte, dall'ignoranza e dalla superficialità.
FUOCOAMMAREGianfranco Rosi non è "solo" un semplice documentarista, appellativo che non rende affatto merito al suo lavoro: i suoi film sono cronache di esperienze vissute sul campo, in prima persona, immergendosi in tutto e per tutto nella realtà che è chiamato a filmare. E che, per la maggior parte, sono reportage su persone che stanno ai margini della società,  a cui nessuno dà voce: lo erano i senzatetto di Below Sea Level (che resta, a tutt'oggi, il suo capolavoro), lo erano gli strambi personaggi di Sacro GRA (Leone d'oro a Venezia), lo sono i derelitti che tentano quotidianamente di raggiungere Lampedusa per il loro viaggio della speranza e che Rosi, che ha vissuto per oltre un anno sull'isola, ha potuto perfino documentare in uno sbarco tragico, girando immagini terribili che però nel film, per rispetto e rigore morale, si possono solo intuire (ma che non sottacciono affatto il dramma che si consuma).
FUOCOAMMARELampedusa è un'isola di 5mila abitanti, che è arrivata ad ospitare un numero anche doppio di esuli clandestini: Rosi è riuscito, meravigliosamente, a fotografare la grande dignità e ospitalità degli isolani e il loro enorme spirito di sacrificio e accoglienza. Lo ha fatto intervallando le immagini più tragiche di Fuocoammare con riprese di vita quotidiana, e quindi "normale", degli abitanti del posto, a cominciare dalle buffe peripezie di un piccolo protagonista, Samuele, un bambino che alla scuola e alla pesca in mare preferisce la fionda, e che durante una visita oculistica scopre di avere "un occhio pigro"... ed è fin troppo facile immaginare in questa sequenza la metafora che Rosi oppone a tutto l'occidente: "quell'occhio pigro (cit.) è anche il nostro, anche noi forse dobbiamo imparare a vedere le cose diversamente". Non da lontano, con fare distaccato e la pancia piena, ma vivendole sulla nostra pelle.
FUOCOAMMAREE' perfino riduttivo, forse inutile, parlare di cinema di fronte a film come questo. Però, intendiamoci, Fuocoammare non è bello solo per l'argomento che affronta: altrimenti tutti saremmo capaci di girare un documentario sui migranti, e magari su youtube già ce ne saranno a bizzeffe di riprese del genere... Fuocoammare è un signor film, che ti fa commuovere, sorridere, piangere e incazzare. E' un film che sa arrivare al pubblico senza essere sensazionalistico e ricattatorio, che sa parlare con la sola forza delle immagini (la scena in cui un naufrago sopravvissuto improvvisa un canto gospel elencando tutti i pericoli a cui è scampato fa accapponare la pelle per tensione e drammaticità) e che ha saputo fare breccia anche tra i giurati della Berlinale: certo non siamo nati ieri, e sappiamo benissimo che la vittoria dell'Orso d'Oro ha una forte valenza politica, ma le lacrime commosse di Meryl Streep al momento della premiazione la dicono lunga sull'abilità di Rosi nell'aprire gli occhi al mondo e intercettare il pensiero comune...
Fuocoammare è un film che smuove le coscienze, crea dibattiti, espone la cruda realtà agli occhi del mondo senza sconti e senza filtri. E il trionfo di Berlino ha un forte significato simbolico, è un messaggio, un grido d'allarme che il cinema lancia alla politica e alla società civile affinchè almeno si cerchino risposte. Perchè più di questo, davvero, la cultura non può fare.

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