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Gente

Creato il 22 dicembre 2017 da Francosenia

GENTE

Dieci anni fa usciva La casta, un libro che ridefiniva il discorso politico italiano: la fine dei partiti tradizionali, l’odio per le élite in generale, l’indignazione di chi si sentiva escluso e defraudato. Oggi quel risentimento si è rovesciato in orgoglio: la fine della politica come la conoscevamo non ha generato un vuoto, ma una galassia esplosa di esperienze tra il grottesco, il tragico e l’apocalittico. Dai forconi alle sentinelle in piedi, dai «cittadini» che s’improvvisano giustizieri alle proteste antimigranti, La Gente è il ritratto cubista dell’Italia contemporanea: un paese popolato da milioni di persone che hanno abbandonato il principio di realtà per inseguire incubi privati, mentre movimenti politici vecchi e nuovi cavalcano quegli incubi spacciandoli per ideologie. Leonardo Bianchi ha scritto il miglior reportage possibile su un paese che non si può raccontare se non a partire dalle sue derive, e l’ha fatto seguendo ogni storia con la passione di un giornalista d’altri tempi, il rigore dello studioso che dispone di una prospettiva e di un respiro internazionali, e un talento autenticamente narrativo, capace di attingere a una ferocia e a una forza profetica degne di un romanzo di James Ballard.

(Dal risvolto di copertina di: Leonardo Bianchi: La Gente. Viaggio nell'Italia del risentimento, minimum fax)

Il risentimento che ci riguarda e l’invenzione del «gentismo»
- di Giuliano Santoro -

La rete è ormai precipitata sulla terra. L’uso superficiale del mix di linguaggi vecchi e nuovi – che chiamiamo per semplicità web 2.0 – è arrivato in strada, ha contagiato un pezzo di mondo intellettuale, colonizzato il confronto politico mainstream, ha smesso di essere soltanto una bolla virtuale. Ciò produce effetti concreti e rapidissimi. È accaduto di recente. La demonizzazione delle Ong operanti nel Mediterraneo è partita da un video virale, poi ha trovato sponda in Striscia la Notizia e Luigi di Maio e infine è approdata ai tavoli strategici del Viminale. Di questi fenomeni si occupa La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Minimum Fax, pp. 362, euro 18), libro con cui il giornalista Leonardo Bianchi raccoglie anni di studi e osservazioni di un fenomeno che, adottando una definizione ancora sperimentale ma urgente, viene chiamato «gentismo».
Bianchi parla di un tema globale, è impossibile non pensare alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ma nel paese che ha inventato la Lega e Berlusconi, questa storia assume caratteri peculiari. Il titolo rimanda direttamente a «La Casta», il mega-seller figlio di una campagna stampa messa in piedi anni fa dal Corriere della Sera. Secondo alcuni testimoni, il tutto era funzionale alla discesa in campo dell’ennesimo imprenditore da contrapporre ai «politici di professione». Come è noto, se ne avvantaggiarono Grillo e Casaleggio, che rimodularono la loro comunicazione sui temi degli sprechi della politica corrotta. Se già è difficile definire il concetto di populismo, non è affatto semplice cogliere l’essenza del gentismo. Obbligati ad una certa approssimazione, diremmo che se il populismo è la capacità di costruire un popolo sul quale poi esercitare sovranità, il gentismo è una sua variante. Muove i primi passi nelle piazze microfonate inventate da Michele Santoro ai tempi di Tangentopoli e poi traslocate nei preserali a tema unico (immigrati e rom) di Mediaset come dai comizi su YouTube di leader autoproclamatisi voce della «gente».
Il capo gentista usa i media per dialogare col suo popolo, ma è al tempo stesso consapevole del fatto che il suo discorso è impossibile da disarticolare perché non ha, e non può avere, nessuna linearità. È una narrazione sincretistica e disarmonica, priva di ogni consequenzialità. Solo così, ad esempio, è possibile spiegare per quale motivo Yair Netanyahu, figlio del premier israeliano, abbia potuto diffondere via social la paccottiglia antisemita sul miliardario ebreo Soros visto come burattinaio occulto del mondo. O capire come, per tornare in Italia, ad un convegno sui beni comuni si sia finiti a discutere anche della bufala della Hazard Circular, una lettera tra banchieri scritta al tempo dell’abolizione della schiavitù negli Usa, che conterrebbe il disegno del governo della moneta come forma più sottile e subdola di sottomissione.
Il gentista può infischiarsene delle contraddizioni: attinge dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, si appiglia ai cardini del liberalismo e al tempo stesso sventola lo spettro di una qualche dittatura stalinista e/o nazista. Grazie alle micro-nicchie di cui è composto l’audience cui ogni gentista si rivolge, il suo argomentare sarà composto da brandelli di storie rimescolate alla bisogna. Siamo oltre le fake news: è lo spappolamento della verità.
Il tema comporta due rischi, opposti e speculari, che Leonardo Bianchi evita con perizia. Da un lato, si potrebbe cedere alla tentazione di porsi su di un piedistallo, inarcare il sopracciglio e giudicare con scalpore lo sgrammaticare della «ggente». D’altro canto, c’è il pericolo parallelo di blandire questa parodia della rivoluzione. Questo secondo atteggiamento, a ben vedere, è ancora più elitario del primo, è animato dalla pretesa di indirizzare gli umori della gente dall’alto di una qualche posizione d’avanguardia, manovrando le leve della comunicazione e della tattica. Bianchi bada all’osso, come quando ripercorre l’origine del fantomatico Piano Kalergi, volto a sostituire le popolazioni occidentali con masse di schiavi meticci.
Fino a pochi anni fa argomento da neonazisti, oggi quel testo viene citato con piglio serioso dal sedicente marxista Diego Fusaro (vero filosofo del gentismo, apprezzato da xenofobi e indignati qualunque, ben introdotto nei salotti televisivi e pubblicato dalle grandi case editrici progressiste).
Si sarà capito: questo non è un libro sul web o sulla comunicazione, contiene pagine scritte sull’asfalto rovente, che raccontano il tentativo neofascista di prendersi le periferie romane modulando il discorso gentista. Dulcis in fundo, documenta le tattiche gentiste sul web di certa comunicazione renziana. Ennesima prova del fatto che i primi gentisti non erano bizzarri agitatori ma pionieri esponenti di una nuova mutazione della politica dopo la fine della rappresentanza

- Giuliano Santoro - Pubblicato sul Manifesto del 12/10/2017 -

La gente perde, il popolo vince
- di Daniele Giglioli -

Per chi è abituato a pensare con le orecchie, e cioè a riflettere e magari a fantasticare un po’ sulle parole che ascolta, il termine «gente», nel senso in cui lo si usa oggi nella comunicazione pubblica, è un tremendo adescatore, un vero dongiovanni. Non significa nulla. Meglio: significa esattamente il fatto di non significare nulla. Non dà forma all’indeterminato, lo indica (è una cosa difficilissima, provateci un po’ voi; e già che ci siete provate anche a definirlo in modo plausibile). Non suggerisce tratti specifici, né in positivo — si è gente quando… — né in negativo — non si è gente se… Chiunque può essere «gente», anzi deve. Che cos’altro mai potremmo essere? In confronto il suo concorrente «popolo», da cui oggi l’abusata categoria di populismo, si presenta  vecchiotto, tardigrado, sovraccarico di connotazioni per lo più negative e polemiche, e anche di un bel po’ di storia reale e non sempre spregevole — il populismo russo della seconda metà dell’Ottocento, quello degli agricoltori americani degli Stati del sud, quello argentino… Non stupisce che «gente» gli dia la birra. Affascinante, onnipotente, e come tutti i grandi seduttori anche un po’ sinistro. Finché resta da solo ha un’aria innocua. Appena si accoppia mostra subito però il suo lato inquietante (anche se ormai è troppo tardi): i bisogni della gente; le paure della gente; la giusta indignazione della gente;  la gente comune; la gente onesta che lavora (pericolosissimo, questo!). Chi può sentire senza un brivido e un sobbalzo espressioni siffatte è qualcuno di cui invidiare il sonno, la digestione e la pressione sanguigna. È come vedere Don Giovanni trasformarsi in Dracula. Essendo pieno di nulla (ciò che a rigore è già un controsenso: non se ne esce), «gente» riesce a parassitare tutto, spogliandolo di ogni contenuto politico e di ogni forza vitale. Quando ci si sente apostrofare come «gente» conviene subito fare una qualche forma di scongiuro, o più prosaicamente mettere la mano al portafoglio. La fregatura è assicurata.
Per fortuna ora disponiamo se non proprio ancora di un vero manuale di esorcismi, quanto meno di una fenomenologia accurata e documentata del contagio, grazie al bel libro di Leonardo Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento.
Vi si impara tantissimo, attraverso una casistica scritta con la mano del cronista e l’intelligenza dell’antropologo. Intanto un po’ di storia. Per quanto il termine non sia certo nato allora, Bianchi assegna alla sua neoformazione la data di nascita simbolica del 2007, quando si inaugurò il fortunato filone editoriale delle varie Caste, negli anni del crepuscolo del berlusconismo e della nascita del Movimento 5 stelle. Ma con intorno tutta una galassia di personaggi ed episodi che hanno incredibilmente tenuto la ribalta delle prime pagine per poi altrettanto incredibilmente ritornare nel nulla: la rivoluzione del 9 febbraio promossa dai Forconi (chi scrive qui ne ha un ricordo molto vago), il benzinaio Stacchio diventato un eroe per aver sparato ai banditi (io lo avevo dimenticato), le barricate di Gorino (dov’è poi Gorino?) contro una decina di migranti, le polemiche contro i vaccini, le scie chimiche, l’ideologia gender e centinaia di altri casi, nomi, luoghi prontamente ripresi dai media e dai social. A riguardarli adesso sembrano leggende metropolitane, invece è tutto vero, tutto cronaca, tutto documentato. Poi un po’ di morfologia. Quello che si capisce benissimo dal libro di Bianchi è che, essendo informe e insignificante, il termine «gente» può acquisire un surrogato di concretezza soltanto contrapponendosi a qualcosa: la Casta, appunto, gli immigrati, i rom, gli statali, le multinazionali, le banche, le Ong… Qualcosa che viene arbitrariamente ritagliato ed espulso dall’intero per dare all’intero almeno un senso di «meno 1». I politici, per esempio, non sono «gente» (anche se a guardarli intervistati dalle Iene la differenza onestamente non si nota). La gente esiste solo se c’è un nemico della gente. Poi la psicologia: il risentimento, come dice il titolo. Su questa antipatica passione uno pensava di sapere tutto grazie ad autori come Nietzsche, Scheler, Girard. Ma Bianchi mostra una volta di più come la quantità si trasformi oltre una certa soglia in quantità, e come il risentimento, un tempo un solvente che divide e disunisce, sia diventato la principale forma di aggregazione sociale, onnipresente, impermeabile a ogni critica, autoimmune. Infine, in un colpo solo, la causa e il destino — ovvero come andrà finire. La causa è una sola: non l’ingiustizia, come si crederebbe (quella c’è sempre stata) ma l’assoluta impotenza a contrastarla. L’impotenza e la sua consapevolezza. Il popolo qualche battaglia la vinceva. We, the PeopleLa sovranità appartiene al popoloIn nome del popolo italiano… Sono tutte testimonianze di vittorie. La gente invece perde sempre. Per definizione. E lo sa. Per questo manifesta inutilmente, posta insulti inutilmente, spara inutilmente. L’indignazione non ha nulla a che fare con la collera, passione anticamente ascritta a dèi ed eroi da religioni e miti. A vincere è soltanto chi la raggira facendole credere di parlare in suo nome. E in qualche modo lo fa. Nel definirsi «gente» c’è un osceno e masochistico piacere di perdere che inibisce ogni empatia. Se la gente è tutti e nessuno, a chi interessano le faccende di nessuno, come già rimproveravano i Ciclopi a Polifemo?

- Daniele Giglioli - Pubblicato su La Lettura del 10/12/2017 -


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