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George R.R. Martin dalle Canzoni d’ombre e di stelle alle Cronache del ghiaccio e del fuoco

Creato il 07 febbraio 2013 da Martinaframmartino

George R.R. Martin dalle Canzoni d’ombre e di stelle alle Cronache del ghiaccio e del fuoco

L’inverno sta arrivando. Lo abbiamo sempre saputo, le parole del motto degli Stark sono vere e quanto mai inquietanti visto che non si sta parlando solo di un po’ di freddo.

Come finiranno Le cronache del ghiaccio e del fuoco? Questo solo George R.R. Martin può dirlo, anche se le premesse non sembrano tranquillizzanti. Avete presente la conclusione di In fondo il buio? Per una Gwen che ha la possibilità di fare un nuovo tentativo – ma senza alcuna garanzia che le cose questa volta andranno meglio – abbiamo tutti i personaggi maschili che muoiono, o che devono tirare avanti malgrado il peso enorme che devono sopportare, o che… chi ha letto il romanzo, tradotto già tanti anni fa con il titolo La luce morente, sa cosa avviene nelle ultime pagine, mentre chi non lo ha letto non ha bisogno di leggerlo qui. Certo siamo liberi di immaginare molte cose, ma noi sappiamo come si conclude quella scena, vero?

Il pianeta dei venti è costituito da tre racconti. Speranza, forza di volontà, desideri… ma il terzo racconto si intitola La caduta. George e la sua amica Lisa Tuttle avrebbero voluto scrivere altri due romanzi dedicati a quel mondo, ma qualcuno non è molto bravo a terminare i progetti che ha iniziato. Si fa prendere da troppi entusiasmi, inizia una moltitudine di cose, perciò possiamo solo sperare che non si distragga troppo. Intanto ha firmato un contratto con HBO per realizzare alcune sceneggiature, e non mi riferisco a quella sceneggiatura a stagione che sta già scrivendo per Il trono di spade. Magari si limita a ritirare fuori qualche vecchio progetto già quasi pronto, ma magari il suo impegno è più consistente e gli fa ritardare il completamento di qualcos’altro. Che ne so, un The Winds of Winter a caso, tanto per citare un’opera che su cui sta ancora lavorando.

Per Maris nella Caduta c’è una fine dolceamara, qualcosa che Martin ama molto. Ma a volte i suoi finali sono drammatici al 100%. Avete letto i racconti di Le torri di cenere e Re di sabbia? Io sì, e non tutti finiscono bene per il protagonista. E qualche mese fa sono riuscita a trovare una copia di una vecchissima antologia, Canzoni d’ombre e di stelle. Gli editori italiani a volte non capiscono cosa hanno fra le mani, o forse vogliono addomesticare qualcosa che fa un po’ paura. Il titolo originale è Songs of Stars and Shadows, prima la luce e poi le ombre, non il contrario. Armenia aveva paura che ci saremmo lasciati spaventare da un titolo troppo cupo?

L’antologia è aperta da una presentazione di Martin, che contiene un passaggio molto interessante:

“Di tanto in tanto i critici hanno sostenuto che i miei temi favoriti sono l’amore e la solitudine. Ciò dimostra quanto capiscono i critici. L’amore e la solitudine possono essere tra i miei temi favoriti, ma l’elemento più importante in assoluto è sempre stato l’accanita ricerca e distruzione della fantasia da parte della realtà”.

E questo elemento lo troviamo anche nelle opere più recenti, e si accanisce anche contro il lettore. In fondo, Martin non ha smontato tutti gli ideali di cavalleria e di castelli lindi ed eleganti in modo disneyano nella sua saga?

L’antologia comprende nove racconti, tre dei quali li avevo già letti. Torre di ceneri, e qui davvero il confine fra realtà e immaginazione è incredibilmente sfumato, I canti solitari di Laren Dorr, racconto che adoro, e E sette volte non uccidere l’uomo, testo che invece mi mette una grande tristezza. Non riesco ad amarlo come Laren Dorr non perché non sia scritto bene ma perché mi lascia un vuoto troppo grande. Comunque Martin è uno specialista nel lasciare dei vuoti dentro ai suoi lettori.

All’inizio Patrick Henry, Jupiter e la piccola astronave rosso mattone mi aveva mandata in confusione con i suoi diversi piani temporali che si incrociano, ma davvero le fantasie vengono distrutte in Martin. Gli uomini della Graywater Station dimostra la misura della nostra ignoranza, e quanto è difficile agire quando non si conoscono bene tutte le variabili del problema. La notte dei vampiri non parla di vampiri come succhiasangue ma come aerei militari. Azione allo stato puro in un contesto ben poco fantascientifico, ma il tempo per l’introspezione è sempre presente. L’inseguimento è breve, una sola scena e un solo ambiente. Tre protagonisti che parlano a due a due, e un’immagine finale terribilmente forte e disturbante. Squadra notturna è il racconto più tranquillo, e qui viene fuori il tratto autobiografico con il mestiere del padre, uno scaricatore di porto. Comunque quando vediamo i personaggi di Martin che rimangono paralizzati dopo una tremenda caduta, hanno il volto sfigurato dagli artigli di un’aquila o ci rimettono il naso o un orecchio nel bel mezzo di uno scontro armato è nel mestiere del padre che dobbiamo cercare le radici. Chi fa qualcosa con le mani, non importa quante precauzioni possa prendere, prima o poi si fa male. Suo padre, malgrado i guanti, si faceva spesso male alle mani. E chi in battaglia si toglie l’elmo dopo può solo ringraziare per averci rimesso semplicemente un naso.

«…per un solo ieri» è un altro di quei testi impregnati di una forte malinconia nei quali qualcuno fatica ad accettare la realtà. Tutto quello che poteva essere azione, ogni scena concitata, è stato eliminato. Rimangono i ricordi, la consapevolezza, e il senso d’insufficienza e di insoddisfazione. E un finale aperto nel quale ciascuno può immaginare la conclusione che vuole.

George R.R. Martin dalle Canzoni d’ombre e di stelle alle Cronache del ghiaccio e del fuoco

 

Avranno una conclusione positiva Le cronache del ghiaccio e del fuoco? A leggere questi racconti verrebbe da dire di no, certo non sarà positiva per tutti, e molte cose rimarranno affidate all’immaginazione di ciascuno. Io dubito che la saga si concluderà in sette volumi perché, a meno che Martin non accelleri molto il ritmo degli eventi – cosa che non mi sembra da lui – la situazione dopo A Dance with Dragons (I guerrieri del ghiaccio, I fuochi di Valyria, La danza dei draghi) mi sembra ancora troppo incasinata, con troppe cose che devono accadere prima del gran finale. O fa una strage e ammazza metà personaggi, in modo da poter portare avanti meno trame, o deve scrivere ancora parecchie cose. E comunque per un personaggio che ammazza ne tira fuori altri due o tre, quindi anche le uccisioni velocizzano ben poco.

In un primo progetto l’ultimo romanzo si sarebbe dovuto intitolare A Time for Wolves, ora lo scrittore parla di A Dream of Spring. Se intendiamo con Wolves, lupi, gli Stark, allora dovremmo avere una riscossa per la casa di Grande Inverno. Più difficilmente il richiamo agli animali doveva essere un’indicazione di un periodo di ferocia e di abbassamento agli istinti primordiali di sopravvivenza. Se pensiamo alla conversazione fra Ned e Arya nel Trono di spade, quando lui scopre dell’esistenza di Ago, vediamo che le parla dei lupi in modo positivo, come di un branco pronto ad aiutarsi. I predatori, i mangiacarogne, sono i corvi, quelli di A Feast for Crows (Il dominio della regina e L’ombra della profezia).

Ora parla di A Dream of Spring, un sogno di primavera, e la primavera è la speranza per la fine dell’inverno, la crescita, il ritorno alla vita. Avremo altri morti, non ho dubbi in questo, ma complessivamente il finale sarà abbastanza positivo. Dolceamaro, non potremo cancellare le perdite, il dolore, ma gli Estranei cesseranno di essere un problema e la guerra civile avrà una fine. Martin ha dichiarato che spera di riuscire a realizzare un finale a livello di quello del Signore degli anelli. Ricordate cosa ha scritto J.R.R. Tolkien? L’anello viene distrutto, i buoni vincono, ci sono pure dei matrimoni, ma la malinconia rimane. Frodo non sarà più lo stesso, la Contea non sarà più la stessa, l’innocenza originaria è andata perduta per sempre. Qualcosa perdiamo sempre, anche quando vinciamo. Anche senza gli Estranei, Westeros e i suoi abitanti non saranno più gli stessi.



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