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Georgia: l’ombra del terrorismo e i probabili scenari geopolitici

Creato il 05 aprile 2016 da Bloglobal @bloglobal_opi

georgia-pankisi-terrorismo

di Luttine Ilenia Buioni

Lo scorso 26 gennaio, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che il governo di Mosca è in possesso di informazioni che testimoniano il funzionamento di un campo di addestramento dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (IS) nella gola del Pankisi, in Georgia. Nella medesima circostanza, lo stesso Lavrov annunciava l’intenzione di Mosca di voler restaurare le relazioni diplomatiche con la Repubblica ex sovietica, deterioratesi a seguito della Guerra dei Cinque Giorni, che nel 2008 aveva coinvolto Georgia, Federazione Russa e le due repubbliche de facto indipendenti di Abkhazia e Ossezia del Sud [1].

Benchè il Primo Ministro georgiano Giorgi Kvirikashvili abbia smentito le affermazioni del Cremlino, ribadendo il pieno controllo sulla regione da parte del governo centrale di Tbilisi, la valle del Pankisi è tradizionalmente considerata un focolaio di instabilità, divenendo nei tempi recenti anche un centro di reclutamento per il sedicente Stato Islamico. Secondo le ultime affermazioni del portavoce del Premier, Zurab Abashidze, fino a 30 cittadini residenti nel Pankisi si sarebbero infatti uniti alle fila dell’IS in Siria. Nonostante la modesta cifra indicata dal governo, secondo le stime effettuate a giugno scorso da fonti di intelligence americane e georgiane, circa 200 cittadini georgiani avrebbero raggiunto il Medio Oriente per combattere al fianco dell’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi e che almeno 50 di questi giungerebbero dal Pankisi. Già nel giugno 2015, i servizi speciali georgiani avevano condotto un’operazione segreta conclusasi con l’arresto di alcuni soggetti aventi legami con esponenti dello Stato Islamico: all’udienza del 7 marzo 2016, tre uomini nativi della gola del Pankisi – Aiuf Borchashvili, Giorgi Khutunishvili e Davit Pirisebiya – sono stati condannati rispettivamente a 14, 11 e 10 anni di reclusione per attività di reclutamento di giovani georgiani da inviare in Siria [2].

Parte integrante della provincia orientale della Cachezia, la gola del Pankisi dista circa 160 chilometri dalla capitale Tbilisi. Dopo la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), la zona è stata travolta da una situazione di completa ingovernabilità, divenendo luogo di transito per armi e gruppi di ribelli di provenienza cecena, aderenti ad una visione radicale dell’Islam di marca wahabita [3]. Per questa ragione, non è un caso che, nel corso della Seconda Guerra Cecena del 1999, la crescente vocazione fondamentalista abbia trasformato la regione in un crocevia di traffici illeciti e di boeviki, secondo l’appellativo attribuito dai russi ai combattenti ceceni. Tuttavia, è stato soprattutto nei primi anni 2000 che il governo di Tbilisi si è rivelato incapace di rispondere alla sfida del terrorismo di matrice ceceno-qaedista insediatosi nella gola del Pankisi. Solo a seguito del programma di assistenza militare fornita da Washington, nel 2003, le forze armate georgiane condussero con successo una campagna contro gli estremisti rifugiatisi nell’area successivamente alle guerre cecene e l’allora Presidente georgiano, Eduard Shevardnadze, poté finalmente ricondurre la zona sotto il pieno controllo del governo centrale.

Gli avvenimenti richiamati devono essere contestualizzati all’interno dello scenario geopolitico attuale, con l’obiettivo di analizzare le prospettive espansionistiche del Califfato, presumibilmente determinato ad aprire un nuovo fronte in Asia Centrale – mentre fa breccia in Afghanistan e in Pakistan – attraverso la regione caucasica. A tale proposito, giova ricordare che in un video-messaggio realizzato nel settembre 2014, alcuni terroristi comunicavano la volontà di liberare la Cecenia e il Caucaso, minaccia seguita da analoghe dichiarazioni rilasciate dal comandante dell’IS Abu Omar al-Shishani, noto come Omar il Ceceno, ex soldato georgiano originario del Pankisi, la cui morte è stata recentemente confermata dal Pentagono [4]. Simili intimidazioni hanno trovato rispondenza anzitutto nei due attentati che hanno avuto luogo a Grozny, capitale della Cecenia, il 14 ottobre 2014 – nei pressi del teatro dove era atteso il Presidente della Repubblica Ramzan Kadyrov – e in gennaio 2015, durante un assalto effettuato da un gruppo di ribelli jihadisti, prima che i militari riprendessero il controllo della città. Ugualmente, il 31 dicembre 2015 lo Stato Islamico rivendicava un ulteriore attentato contro i servizi di sicurezza russi, compiuto a Derbent, in Daghestan.

Occorre dunque porre l’accento sui fattori che verosimilmente potrebbero rendere la gola del Pankisi un hub terroristico per i miliziani che sostengono la causa jihadista.    

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Localizzazione geografica della Valle del Pankisi – Fonte: Google Maps

Cause e fattori di rischio – In primo luogo, la prossimità alla Cecenia, storica polveriera del Caucaso russo distante qualche decina di chilometri, ha senz’altro contribuito anche nei tempi più recenti alla demonizzazione del Pankisi, popolata in prevalenza dai Kists, un gruppo etnico vicino ai Ceceni e agli Ingusci, di fede prevalentemente musulmana sunnita.

Secondariamente, appare innegabile che la regione sia caratterizzata dalla compresenza di elementi eterogenei, espressione di un disagio economico e sociale diffuso. Anzitutto la percezione di una povertà latente e l’assenza di concrete prospettive economiche ed occupazionali: solo un decimo della popolazione è realmente occupato; da ciò discende l’elevato tasso di emigrazione, in particolare verso la Turchia, e il fatto che più della metà degli abitanti abbia un’età media compresa tra i 15 e i 25 anni. L’emigrazione costante e la difficoltà di svolgere un’occupazione nel settore secondario e dei servizi ha indotto i leaders locali a richiedere nuove forme di investimento per supportare l’economia. Tuttavia, la Strategia per lo Sviluppo regionale della Cachezia 2014-21 – senza accennare minimamente alla specifica condizione del Pankisi – considera che il tasso occupazionale nella provincia sarebbe addirittura superiore a quello registrato nel resto del Paese, a causa dell’elevato numero di persone impiegate nell’agricoltura [5].

Infine, ai fattori sopra richiamati si aggiunga la tendenza a considerare la moschea come principale luogo di incontro per i giovani musulmani, spesso vittime del clima di isolamento indotto dalla storica diffidenza che contraddistingue il Patriarcato ortodosso. Il delicato percorso di integrazione della comunità islamica presente in Georgia – la cui consistenza si aggira tra il 9,9 e il 13% della popolazione – è stato scandito da un’articolazione bifasica, conseguente all’iniziale assenza di riconoscimento giuridico. Il processo di riforma ha avuto inizio nel 2005, quando un primo aggiornamento del codice civile ha consentito ai gruppi religiosi minoritari di essere registrati presso il Ministero della Giustizia in qualità di organizzazioni non governative, fondazioni senza scopo di lucro o altre forme associative di diritto privato. Ovviamente, se da un lato la registrazione ha condotto all’acquisizione di uno status giuridico specifico, d’altro canto si è trattato di una scelta di politica legislativa che ha limitato la precedente libertà di azione della comunità islamica, inquadrandone per la prima volta le attività entro una cornice normativa. Il passaggio successivo alla regolamentazione ha investito il riesame dello status legale dei musulmani e degli altri gruppi religiosi minoritari, nonostante la ferma opposizione degli esponenti del Clero ortodosso: nel 2011, il Parlamento emendava nuovamente il codice civile, statuendo che qualunque gruppo religioso caratterizzato da legami storici con la Georgia o definito come comunità religiosa in base alla normativa vigente per gli Stati membri del Consiglio d’Europa, potesse richiedere la registrazione quale soggetto giuridico di diritto pubblico. Dal punto di vista formale, l’evoluzione normativa descritta implica l’uguaglianza di tutte le confessioni religiose presenti nel territorio dello Stato. Tuttavia, sebbene la Costituzione medesima non menzioni alcuna religione ufficiale, dal punto di vista sostanziale rimane indiscussa la posizione di privilegio accordata alla Chiesa Apostolica Autocefala Ortodossa Georgiana [6].

Nel delineato quadro storico-politico, emergono diversi elementi di destabilizzazione regionale potenzialmente in grado di fondersi insieme, fino ad alimentare spinte jihadiste: la frustrazione conseguente al disagio economico, la memoria di conflitti etnico-religiosi passati e, in parte, la marginalizzazione sociale che affligge la società musulmana. In questo senso, è indubbio che la strategia dello Stato Islamico miri a rafforzare in maniera radicale il sentimento religioso di giovani musulmani provenienti da un background di forte precarietà sociale ed economica. Di conseguenza, soprattutto in virtù della peculiare collocazione geopolitica dell’area in questione, sembra opportuno non sottovalutare il rischio della proliferazione del terrorismo a livello regionale e verificare quali siano gli strumenti di cui la Georgia può disporre per reagire alle sfide attuali, che coinvolgono indirettamente anche gli altri Stati della Transcaucasia.

Le incognite di una contaminazione regionale – Attratte nell’orbita sovietica fino al 1991, le tre Repubbliche del Caucaso meridionale hanno intrapreso, all’indomani dell’indipendenza, un graduale processo di recupero della propria identità storica e culturale, mosse da un costante confronto con Russia, Europa e Medio Oriente. Tuttavia, l’allentamento dell’influenza di Mosca – quantunque parziale nel caso dell’Armenia – e la rinnovata rete di relazioni internazionali hanno immediatamente messo in luce le criticità della regione, divenuta fulcro di ambizioni geopolitiche e scossa da spinte autonomiste e da frammentazione etnica e religiosa.

Sul fondamento delle considerazioni riportate, è facile ipotizzare che la sicurezza regionale della Transcaucasia sia intimamente connessa alla sua particolare vulnerabilità geopolitica, nonché alle difficoltà di gestione e di controllo delle aree di frontiera, di cui il Pankisi è un esempio emblematico. Un dato non certo trascurabile è stata la decisione assunta dal governo di Tbilisi, a seguito degli attentati di Parigi dello scorso novembre, di consolidare le misure di sicurezza e di incrementare i controlli ai confini nazionali, nei limiti in cui ciò sia consentito dalla porosità di alcune frontiere [7]. La decisione si pone in linea di continuità con le misure approvate nei mesi precedenti, nell’intento di uniformare il sistema normativo nazionale a quanto prescritto dalla Risoluzione 2178 (2014) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo internazionale. In tale occasione, il governo si era già pronunciato sulla necessità di intensificare i controlli dei documenti alle frontiere con i Paesi limitrofi, specialmente con la Turchia, per impedire il passaggio di terroristi diretti o provenienti dalla Siria. In secondo luogo, gli emendamenti apportati al codice penale e ai testi legislativi in materia di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo erano rivolti a rendere più efficace l’azione di contrasto ai principali reati con finalità di terrorismo. Tuttavia, una strategia di azione così articolata sembra prediligere la fase repressiva piuttosto che quella preventiva, che rappresenta invece uno dei concetti chiave del cosiddetto Countering Violent Extremism, ossia un’ampia serie di iniziative destinate all’individuazione ed alla prevenzione del terrorismo domestico ed internazionale mediante il coinvolgimento attivo delle comunità locali e delle organizzazioni non governative che operano nelle aree a più elevato potenziale di rischio, che nel caso specifico della Georgia riguarda il Pankisi, la provincia di Kvemo Kartli e la repubblica Autonoma dell’Agiaria. A tale proposito, è significativo che alla conferenza organizzata dall’OSCE sul tema della lotta al reclutamento di combattenti stranieri, tenutasi a Vienna a giugno 2015, non abbiano partecipato esponenti del governo georgiano, mentre erano presenti i rappresentanti di Armenia ed Azerbaijan [8].

Al di là di facili suggestioni alimentate dalla proclamata resurrezione dell’antico Califfato – che nel VII-VIII secolo si estendeva dal Portogallo all’India – l’implementazione di un efficace piano di prevenzione e di lotta al fenomeno terroristico risulta motivato anzitutto dal comprensibile timore per la vicinanza geografica con le periferie meridionali della Federazione Russa. Difatti, un simile ragionamento potrebbe motivare preoccupazioni analoghe anche nei confronti dell’Azerbaijan, uno tra i pochi Paesi al mondo a maggioranza musulmana sciita, che negli ultimi tempi ha assistito ad un incremento della percentuale di fedeli sunniti, oltre alla presenza di alcune centinaia di cittadini votati al jihad, che transitano da e verso il Daghestan. In ogni caso, nonostante l’espansione del movimento salafita nel Nord del Paese, risulta difficile stabilire con certezza la reale consistenza degli appartenenti alle frange più radicali della comunità, che evitano la frequentazione di luoghi pubblici. Le prime notizie di cittadini azerbaijani che combattevano in Siria risalgono al 2013 e finora la cifra oscilla tra 400 e 1000 unità, su una popolazione al 96% di fede musulmana (approssimativamente il 65% sciita e il 35% sunnita) [9]. In un contesto differente si inserisce invece l’Armenia, Paese di antica tradizione (esclusivamente) cristiana che allo stato attuale appare immune da infiltrazioni terroriste provenienti dall’Azerbaijan, ma che non ignora il pericolo di penetrazione attraverso la rotta georgiana [10]. 

Senza dubbio, la complessità delle dinamiche che distinguono le relazioni russo-georgiane fin dal collasso dell’URSS, e che tuttora soffre di dispute irrisolte, svolge un ruolo chiave nella capacità di affrontare congiuntamente le sfide comuni. In considerazione della cronica instabilità del Caucaso del Nord, la partecipazione del Cremlino alla preoccupazione per la presunta esistenza di un campo di addestramento islamico nel Pankisi risponde anzitutto alla necessità di proteggere i propri confini con la Georgia. Tuttavia, a giudizio di alcuni analisti, le affermazioni del Ministro russo Lavrov potrebbero riflettere la posizione di Mosca circa questioni di diversa natura, quali il rifiuto di semplificare il regime dei visti con la Georgia, così come la pressione sul governo georgiano per l’apertura di una linea ferroviaria diretta dalla Russia all’Armenia, proprio attraverso la Georgia [11].

Ma al di là della dimensione regionale, la sicurezza dell’area euroasiatica riveste un significato ben preciso anche in una cornice di più ampio respiro, e ciò in quanto il terrorismo islamico si presenta quale elemento condizionante l’evoluzione dei rapporti tra la Georgia ed il mondo occidentale. Tale interpretazione sembrerebbe trovare conferma nella solidarietà espressa al governo di Tbilisi da parte dell’Ambasciatore americano Ian Crawford Kelly, il quale – dopo aver compiuto un sopralluogo nella valle del Pankisi insieme al Capo di Stato georgiano Giorgi Margvelashvili e al capo delegazione dell’Unione Europea in Georgia, l’Ambasciatore Janos Herman – ha richiamato l’attenzione sull’impegno comune di Georgia e Stati Uniti nella lotta globale al terrorismo [12].

Alla luce di tale quadro, sembra lecito prevedere che la lotta contro il reclutamento non possa condurre a risultati concreti basandosi esclusivamente su programmi legislativi e misure specifiche di repressione del fenomeno terroristico. Al contrario, la ricerca della stabilizzazione in aree caratterizzate da una forte complessità socio-culturale, quale la valle del Pankisi, passa anche attraverso la programmazione di una cauta politica religiosa e sociale, volta a sostenere l’inclusione delle minoranze. I recenti interventi promossi dal governo centrale hanno individuato nei minori in obbligo scolastico il target delle azioni rivolte ai soggetti considerati più a rischio, con l’obiettivo di agevolare l’integrazione dei giovani di fede musulmana all’interno della società georgiana, anzitutto fornendo un migliore accesso all’istruzione, anche attraverso la predisposizione di borse di studio.

Tuttavia, ad eccezione delle modeste aperture verso programmi orientati all’educazione giovanile, la debolezza strutturale nel sistema di prevenzione messo a punto dal Governo si riscontra nella limitata implementazione di politiche conformi al Countering Violent Extremism, dirette al coinvolgimento attivo della società civile e delle istituzioni culturali e religiose di minoranza. La vicenda che riguarda Ayuf Borchashvili, l’Imam legato da un rapporto di parentela al leader Omar il Ceceno e da poco condannato a 14 anni di carcere per l’attività di reclutamento, è emblematica sotto due profili. Anzitutto, ha rivelato il forte impatto comunicativo della propaganda sui giovani georgiani inviati a combattere tra le formazioni jihadiste, che potrebbero passare all’azione una volta tornati in patria. In secondo luogo, ha dimostrato come il terrorismo endogeno non si fondi necessariamente su un inquadramento gerarchico, ma si avvalga anche del contributo di simpatizzanti e fiancheggiatori del jihad.

In quest’ottica, appare evidente la concretezza della minaccia del radicalismo, che richiama l’attenzione di Tbilisi sull’opportunità di un’efficace collaborazione regionale con le Repubbliche sud-caucasiche e, a livello internazionale, con gli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa, del GUAM-Organizzazione per la democrazia e lo sviluppo economico, nonché dell’Organizzazione della Cooperazione Economica del Mar Nero.

* Luttine Ilenia Buioni è OPI Trainee

[1] W. Watkinson, War on Isis: Georgia’s Prime Minister denies Daesh training camp operating in Pankisi Gorge, International Business Times, January 27, 2016.

[2] O. Krikorian, Identifying the Islamic State Threat to Georgia, Institute for War & Peace Reporting, 8 febbraio 2016. Sui recenti fatti di cronaca, cfr. Man Found Guilty of Recruiting for IS Group, Sentenced to 14 Years in Jail, Agenda.ge, March 7 2016.

[3] Sull’affermazione e la diffusione del Wahabismo nel Caucaso, cfr. S. Ozeren, I.D. Gunes, D.M. Al-Badayneh (Eds.), Understanding Terrorism: Analysis of Sociological and Psychological Aspects, 2007, IOS Press.

[4] B. Starr, US assesses ISIS operative Omar al-Shishani is dead, CNN Politics, March 15, 2016.

[5] Con riferimento a tali aspetti, è opportuno segnalare che non è possibile disporre di dati ufficiali idonei a rivelare il reale tasso di occupazione, il livello di reddito e la percentuale dei migranti, in quanto una ricerca sui suddetti campi di indagine è stata ritenuta complessa e dispendiosa da parte di GeoStat, organismo indipendente dell’Ufficio Nazionale di Statistica della Georgia.

[6] L’Art. 9 della Carta costituzionale, dopo aver dichiarato il principio della «libertà di credo e di religione», riconosce inoltre «il ruolo speciale della Chiesa Apostolica Autocefala Ortodossa Georgiana nella storia della Georgia e la sua indipendenza dallo Stato». Per un approfondimento, si segnala  J. Nielsen, S. Akgönül, A. Alibašić and E. Racius (Eds.), The Yearbook of Muslims in Europe, Vol. 6, 2014, Brill.

[7] Cfr.  C. Johnson, Looking at Georgia’s National Security After Paris, Georgian Journal, November 19, 2015.

[8] O. Krikorian, Countering radicalisation in Georgia, Institute for War & Peace Reporting, July 13, 2015.

[9] È quanto riportato da S. Rumyantsev, Azerbaijan Waiting for the Islamic State: What’s Next?, The Heinrich Böll Foundation, May 29, 2015. Le stime ufficiali riportate nel testo sono state diffuse dal Comitato Statale per l’Attività con le Strutture Religiose a Baku. Fonte: 2014 Report on International Religious Freedom – Azerbaijan.

[10] Come è stato opportunamente osservato da A. Krylov, Presidente della Scientific Society of Caucasian studies, citato da Russian-Armenian News Agency.

[11] Si rinvia a M. Vatchagaev, Georgian President, US Ambassador Deny Russian Claim That Terrorists Are in Pankisi Gorge, The Jamestown Foundation, February 4, 2016.

[12] US Ambassador: Georgia and the US jointly fight terrorism, Agenda.ge, January 28, 2016.

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