Un po' come accade in The Extra Man con Kevin Kline, Gigolo di David Hemmings non ha niente a che fare con il sesso o con la ricerca di soddisfazioni carnali. Paul sembra cercare tutt'altro, senza riuscire, con ciò, a mostrarsi in qualche modo interessato. Se l'assunzione nella schiera di accompagnatori della baronessa ha il sapore di un'investitura, la maschera di quel che era stata Marlene Dietrich - truccatissima, di classe, ma evidentemente vestigia di un'altra epoca - appare inquietante. L'attrice, strettamente legata al periodo interbellico, vi appare come una donna inadatta a quel mondo che ha rappresentato, forse suo malgrado, per molti decenni dopo la morte di Hitler.
Chi sono quei personaggi che si esprimono in forza di aforismi più o meno memorabili, in un dandysmo superfluo, ballano sulla scena, che assistono a spettacolini poco credibili di Kabarett? Non ricordo un una descrizione di quel mondo che possa risultare meno vera, eppure a suo modo funzionale. Certo, Gigolo di David Hemmings è un film sulla Deutsche Bühne che sogna Hollywood come luogo di realizzazione, ma non ne ha il respiro, né lo spirito: Cilly sogna un Joseph von Sternberg che la porti dove il talento merita il successo e il successo ha un senso. Ma manca una chiave per ricreare il miracolo, in una Germania che negli anni '70 e '80 si mostra orgogliosa e fiera del nuovo cinema tutto tedesco.