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Giornalismo culturale: dalla Terza pagina al web

Creato il 03 aprile 2016 da Alessandro Zorco @alessandrozorco

In Italia è difficile vivere di cultura. Ma è estremamente difficile anche sopravvivere quando la cultura la si vuole raccontare. La crisi della carta stampata, che in pochi anni ha visto calare vertiginosamente il numero di lettori, e la "dieta mediatica" degli italiani, fatta per lo più di tivù generalista e internet, relega spesso il giornalismo culturale a una nicchia di volontari che animano - con passione ma senza soldi - i siti specializzati. Con le fortunate eccezioni (sempre meno) dei giornalisti che scrivono di cultura, viaggi e spettacoli sulle pagine dei grandi quotidiani.

Delle prospettive del giornalismo culturale si è parlato a Cagliari in un incontro di formazione organizzato dall'Ordine dei giornalisti della Sardegna. Il sottotitolo "Dalla terza pagina al web" voleva ancora una volta sottolineare il cambiamento epocale determinato dal digitale e dalla nascita dei social network che - da una decina di anni a questa parte - hanno modificato irreversibilmente il mondo dell'informazione.

In termini tecnici il fenomeno si chiama "disintermediazione": la comunicazione diretta tra la fonte e il recettore delle notizie sembra aver svuotato di contenuti la professione giornalistica, che continua a perdere appeal soprattutto tra i giovani che, in genere, recuperano sul web le informazioni senza preoccuparsi troppo di distinguere i siti autorevoli dagli altri.

E se in teoria il giornalista dovrebbe distinguersi nel mare magnum del web per la sua professionalità e per la sua competenza, nella pratica questo non avviene quasi mai. "Un giovane se ne frega della competenza", ha detto Giorgio Zanchini, giornalista Rai (conduce Radio Anch'io) e direttore del Festival del giornalismo culturale di Urbino, che ha molto realisticamente dipinto un settore dell'informazione dove i lettori dei quotidiani cartacei sono ormai in caduta libera e pochissimi italiani sono disposti a pagare per leggere i contenuti in Rete.

D'altronde la crisi del giornalismo tradizionale è sotto gli occhi di tutti. Se nel 2000 due terzi dei circa 50mila giornalisti iscritti all'Inpgi avevano un contratto di lavoro subordinato, oggi i contrattualizzati sono soltanto 17mila (1700 lavorano alla Rai) e prendono in media 61mila euro lordi all'anno, a fronte di un esercito di 33mila freelance di cui l'80% non arriva a guadagnare 5mila euro all'anno.

Il giornalismo culturale

Giornalismo culturale: dalla Terza pagina al web
Eppure proprio la cultura, intesa anche come mezzo di sviluppo economico dei territori, potrebbe essere uno sbocco importante anche per il giornalismo. Ma nonostante un immenso patrimonio culturale (l'Italia ha un numero di musei tre volte superiore alla Francia), la nostra nazione continua a spendere per la cultura la metà delle risorse spese dagli altri paesi d'Europa.

Come ha spiegato Federica Sali, ufficio Stampa e Comunicazione della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, oggi sono le fondazioni bancarie i nuovi mecenati della cultura: nel 2014 hanno stanziato ben 269 milioni di euro finanziando centinaia di iniziative in tutta la Penisola. Altro mezzo di finanziamento della cultura è il cosiddetto Art bonus, il credito d'imposta concesso a chi dona del denaro per sostenere la cultura: nel 2014 ha portato finanziamenti per 62 milioni di euro.

Proprio il cosiddetto crowndfunding, cioè il finanziamento collettivo da parte degli utenti, si spera possa diventare anche in Italia una importante fonte di sostegno per il giornalismo culturale e, più in generale, per il giornalismo libero. Anche se, tranne qualche eccezione, il nostro paese non è come l'America, dove le testate maggiori si fanno pagare per i contenuti messi in Rete e dove alcuni generosi filantropi sborsano milioni di dollari per finanziare l'informazione.

In Italia l'editoria digitale convoglia attualmente appena il 18% degli introiti pubblicitari, che comunque sono in enorme calo anche per l'editoria cartacea.

Eppure il web può rappresentare una grande opportunità per i giornalisti, a patto che sappiano adattarsi e cercare nuovi spazi. Se fino a una pochi anni fa la tv di Stato mandava in onda programmi culturali di altissimo livello e la Terza pagina era il punto di forza di tutti i giornali cartacei, che in quella pagina schieravano le firme più autorevoli, oggi non è più così: se ci sono fatti di cronaca imprevisti ad essere tagliate sono prima di tutto proprio le pagine della cultura. E dato che la carta stampata offre meno spazio per le recensioni degli spettacoli, gli addetti stampa degli enti culturali sono spesso costretti a spostarsi sul web e cercare alloggio sulle testate specializzate.

Gli strumenti offerti dal web consentono comunque di raccontare la cultura in modo molto più vario e creativo, arrivando a pubblici molto differenziati. Così un evento si può raccontare in tempo reale con una serie di tweet, oppure dandone notizia sulle pagine di Facebook o postando le immagini su Instagram. Si tratta di un lavoro che - vista l'esposizione costante al giudizio del pubblico - comporta per il giornalista notevoli doti professionali e soprattutto la capacità di dialogare con il pubblico e filtrare e moderare i commenti. Capacità che spesso e volentieri non viene compresa nè retribuita.

Perché alla fine della fiera, come testimoniano i numeri, in Italia il problema del giornalismo (e non solo del giornalismo culturale) è quello dei tanti precari costretti a sbarcare il lunario con mille piccole collaborazioni. Anche perchè - e questo è un altro problema di non poco conto emerso durante l'incontro - spesso attività prettamente giornalistiche vengono affidate a collaboratori non giornalisti che ovviamente non sono vincolati da alcuna regola deontologica.

Dunque non c'è alcuna speranza? Forse la sutuazione non è così catastrofica. Come ha sottolineato in chiusura Alberto Lazzarini, presidente della Commissione cultura dell'Odg, insieme a famiglia e scuola la stampa continua ad avere un ruolo centrale nella crescita della nostra società. A patto che sappia offrire una informazione di qualità.

Senza un giornalismo di qualità che - attraverso il rispetto delle regole deontologiche e una adeguata formazione professionale - garantisca verità, correttezza e pluralismo, la nostra stessa democrazia è molto più fragile. Chi fa l'informazione e ne conosce i meccanismi sa quali sono i rischi insiti in una stampa non plurale e oligopolista. Probabilmente questi rischi dovrebbero averli bene in mente anche e soprattutto i fruitori dell'informazione. I lettori dei giornali, gli spettatori dei programmi tivù e gli ascoltatori delle trasmissioni radiofoniche. Ma soprattutto tutti quei giovani (il 77%) che leggono compulsivamente le notizie soltanto sul web, ma spesso lo fanno senza neppure valutare l'attendibilità del sito da cui le hanno recuperate.

All'incontro - moderato dal consigliere nazionale dell'Odg Giuseppe Murru e aperto da presidente dell'Odg Sardegna Francesco Birocchi - hanno partecipato anche Roberto Caramelli, giornalista di Repubblica - I viaggi di Repubblica, Elisabetta Cosci, ufficio stampa del Festival Armunia di Castiglioncello e Francesca Madrigali, giornalista e blogger culturale.

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Giornalismo culturale: dalla Terza pagina al web

Alessandro Zorco è nato a Cagliari nel 1966. E' sposato e ha un figlio. Laureato in Giurisprudenza è giornalista professionista dal 2006. Ha lavorato con L'Unione Sarda e con Il Sardegna (Epolis) occupandosi prevalentemente di politica ed economia. E' stato responsabile dell'ufficio stampa dell'Italia dei Valori Sardegna e attualmente è addetto stampa regionale della Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Dall'aprile 2013 è vicepresidente regionale dell'Unione Cattolica Stampa Italiana e dal 2014 è nel direttivo del GUS Sardegna.


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