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Giovanna Rosadini, “Il numero completo dei giorni”

Creato il 26 luglio 2019 da Criticaimpura @CriticaImpura
Giovanna Rosadini, “Il numero completo dei giorni”Foto di Dino Ignani

Di SONIA CAPOROSSI *

Il numero completo dei giorni di Giovanna Rosadini segue l’impianto tradizionale delle Parashot, le letture pubbliche della Torah che gli ebrei svolgono durante la celebrazione settimanale dello Shabbat. Si potrebbe parlare di letteratura biblica, sull’onda di una troppo facile approssimazione descrittiva; e invece, al di là dell’indizio strutturale placidamente ancorato allo schema della lettura della Torah, abbiamo di fronte un libro di poesia che sincreticamente fonde due principi apparentemente contrapposti, la dimensione personale e l’estroflessione a raggiera del sentimento collettivo, l’intus ire e lo scandaglio dell’infinito, in direzione del raggiungimento di quella sorta di “universale privato” che è percorso destinale di tutta la vera poesia. In questo modo, il cammino esemplare dell’essere umano scandito dalla ritualità che da religiosa si fa fàtica, poietica, arte-facta, attraversa tutta la vasta gamma dei modi e degli attributi della condizione umana. È un vero e proprio viaggio meta-odissiaco quello che Giovanna Rosadini fa percorrere al lettore: nella suddivisione metodica delle parti, dal Bereshit (la Genesi) allo Shemot (l’Esodo), dal Levitico ai Numeri fino al Deuteronomio, la parola poetica di Rosadini si fa plurale, legame inscindibile io-noi, amplificazione estatica della percezione del senso delle cose e dell’esistenza, fino alla densità compiutamente figurale del verso, come accade, per l’appunto, in figura, componimento cardine dell’intera opera, all’interno del quale l’umanità in consesso si stringe attorno alla consapevolezza venturosa e perennemente perfettibile della propria fragilità e infinitesimale incogenza. Scrive infatti Rosadini che siamo come “relitti abbandonati alla risacca, fossili sputati dall’abisso / stiamo su questa spiaggia come per l’eternità / culla di venti, cortina di sale che ci fa / invisibili / calcificati sui sassi tiepidi, offerti all’azzurro semicerchio / graffiato da segni che non interpretiamo /occhi negli occhi col chiarore più sfocato e fondo”. Così, Il numero completo dei giorni sembra condensare nelle sue pagine un tentativo di significanza suprema, la ricerca di un linguaggio che riesca in qualche modo a gettare un ponte comunicativo tra gli uomini e la propria natura interiore, una parola che consenta la sovrumana percezione intuitiva, di natura assolutamente estetica, del proprio essere-nel-mondo. Ecco che il noi si fa preponderante ed estensivo, laddove le domande divengono quasi più importanti delle risposte e il basamento cultuale della struttura biblica del testo dilegua nell’apparato asistematico, perché euristico ovvero votato alla ricerca perpetua, del quesito supremo che contrappone l’essere e il nulla, punto di sospensione interrogativa in cui, come scrive la poetessa, “possiamo scostarci da una vocazione / sbagliata, addentrarci in un buio morbido / pieno di domande”, fino a renderci paghi, potremmo aggiungere, delle domande stesse come offerte di senso al senso, al di là del mero confine destrutturato del razionale, laddove la domanda coincida con la risposta e ne sia il dire cosmico e universale.

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* Nota critica scritta per il Concorso Letterario – Sezione opera edita del Festival Bologna In Lettere 2019 – Disseminazioni di cui il libro è risultato finalista.

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