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Giovanni Boldini: una Vita a Dipingere la Metà più Bella dell’Universo

Creato il 26 luglio 2017 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Giovanni Boldini: una Vita a Dipingere la Metà più Bella dell’Universo

Giovanni Boldini non fece mai ammenda per le sue "fragili icone" e d'altronde, nessuno avrebbe mai potuto chiedergliene conto. Le donne da lui ritratte nel corso di un'intera carriera rappresentano, infatti, il punto d'arrivo di una ricerca pittorica che non si discostò quasi mai dalla centralità dell'universo femminile, riconoscendogli un primato prima che simbolico, oseremmo dire ideologico.

Lo si è potuto vedere lapalissianamente nella mostra ospitata al Complesso del Vittoriano Ala Brasini, a Roma, fino allo scorso 16 luglio, mostra organizzata e prodotta da Arthemisia Group, in collaborazione con Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale e AIAC (Associazione Italiana Arte e Cultura), e curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi.

L'esposizione ci ha permesso di ammirare circa 160 opere dell'artista ferrarese divise in quattro macrosezioni che, grazie alla solita suddivisione temporale, marcano in senso biografico la sua pittura.

Fondamentale fu il precoce incontro con i macchiaioli fiorentini ai quali inizialmente si accostò per stile e poetica. Lo studio della luce naturalistica e il superamento morbido della tradizione son ben ravvisabili ad esempio in opere come Il paggio. Giochi col levriero (1869) che mostra un già robusto senso del dinamismo (la gamba che solleva il tappeto, il taglio del viso del ragazzo) pur all'interno di un soggetto classico.

È proprio a Firenze che Boldini affina la sua tecnica ritraendo ad esempio amici/colleghi come Telemaco Signorini o la famiglia Banti in opere che nonostante la giovane età gli aprono sin da subito i favori dell'aristocrazia locale. Ha così modo di venire a contatto con quel mondo da lui sognato sin dalla provincia e nel giro di appena qualche anno diventarne il cantore pittorico più apprezzato. La sua ambizione gli rende però stretta pure Firenze e nei primi anni del Settecento si trasferisce a Londra come collaboratore della raffinata Maison Goupil. Lì l'incontro con l'Impressionismo, a cui non aderì mai formalmente ma la cui influenza è ravvisabile in opere come Signora con ombrellino o parasole (1876), e probabilmente con Turner lo spinsero a realizzare i primi capolavori.

La contessa de Rasty in piedi (1878) apre quindi la famosa galleria di nobildonne protagoniste dei suoi quadri. Giovanni Boldini però vuole andare nella città che più esprime al suo interno la soavità leggera e sfarzosa della nascente Belle Époque e così, interrotta la collaborazione con la galleria londinese, si trasferisce definitivamente a Parigi. Prende un appartamento a Montmartre, ça va sans dire, e il suo atelier diventa subito una specie di passerella dove sfilano le creature più amabili dei ceti ricchi. Il pennello del pittore italiano diventa allora una specie di consacrazione alla propria magnificenza fisica e alla propria opulenza materiale, ravvisabile nella scelta di vestiti e accessori con le quali le donne scelgono sapientemente di farsi ritrarre.

In questo periodo l'elenco dei capolavori diventa vasto e allora andiamo ramengo in base al nostro peculiare gusto estetico. Se con La contessa de Rasty coricata (1880) esplora un erotismo sensuale ravvisabile sin dalla scelta prospettica del taglio (sembra la visione dell'amato appena alzatosi dal letto condiviso), Boldini sa valorizzare perfino la bellezza imperfetta con Ritratto di Cecilia de Madrazo Fortuny. E quando davanti la sua tela si trova invece davanti un essere dalle fattezze fisiognomiche angeliche egli può allora donarle la sfacciataggine di quella perfezione con Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889). Lo stile vaporoso del quadro si accorda magnificamente con lo splendido abito indossato con altera sicurezza dalla donna, immergendo chi guarda in un'atmosfera da sogno.

Un solo quadro poteva chiudere l'esposizione (del resto la sua riproduzione campeggiava sin dall'entrata esterna del Complesso del Vittoriano): l'inimitabile Ritratto di donna Franca Florio (1901-1924) che i curatori della mostra sono riusciti ad inserire nonostante l'intricato caso giuridico in cui è coinvolto e che probabilmente presto lo vedrà cadere in mani private. Possiamo allora apprezzare con ancora più enfasi la felicità artistica di quest'opera dove tutto splende magnificamente: la rarefatta Franca Florio (che D'annunzio definì "Unica. Una creatura che svela in ogni suo movimento un ritmo divino"), la scelta dell'elegante abito e la pennellata che fissa davvero l'attimo fuggente di quella plastica posa mentre tutto attorno sembra danzarle estatico in un tourbillon di colori caldi.

All'uscita dalla mostra Roma si presentava caotica come sempre ma nemmeno questo ha potuto cancellare la sensazione del sublime incanto che abbiamo provato nell'ammirare le donne di Giovanni Boldini.


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