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Giovanni Falcone (e l'ipocrisia delle istituzioni)

Creato il 23 maggio 2014 da Funicelli
Nino Di Matteo, pm della trattativa Stato-mafia
Per tanti, troppi, i magistrati sono da onorare da morti; sono, siamo stanchi dell'ipocrisia di chi, quando erano in vita Falcone e Borsellino, non esitava a definirli "giudici politicizzati", mentre, dopo che sono morti, si finge di onorarli e si contrappone la loro condotta ai magistrati vivi per affermare che mai avrebbero agito come loro. Ma è un falso storico.

Giovanni Falcone (e l'ipocrisia delle istituzioni)  Oggi è una delle tante giornate dell'ipocrisia, quella dove i rappresentanti dello stato consolano la nostra e la loro coscienza con le solite belle parole per l'eroe che si è sacrificato per la patria.
Oggi, come nei passati anniversari di Capaci si dirà che non si deve abbassare la guardia nella lotta alla mafia, che si deve fare luce su tutti i misteri, che non dobbiamo dimenticare il lavoro fatto da Falcone e Borsellino, che pure, nel culmine dell'ipocrisia vengono usati come riferimento per colpire i magistrati di oggi.
Quelli troppo loquaci, che non stanno zitti, che scrivono libri e concedono interviste. E che, soprattutto, fanno processi contro la mafia, contro i politici mafiosi, contro la mafia dei colletti bianchi.
Ci sono persone che si ricordano solo oggi di Falcone, del suo lavoro, e magari citeranno anche una delle sue frasi più famose.
Poi ci sono quelli che si ricordano del pool di Caponnetto, degli attacchi che subirono i magistrati e del loro isolamento, della campagna denigratoria da parte della stampa garantista, le lettere del corvo.
Falcone dovette andar via da Palermo perché non c'era più il clima per lavorare serenamente: la sua morte, disse il collega e amico, iniziò con la mancata nomina a capo dell'ufficio istruzione da parte del CSM. Solo la prima delle sconfitte che questo magistrato subì da vivo. Per essere poi celebrato, ma solo da morto.
Come ora, la mafia fa paura, ma ancora più paura fanno i magistrati che entrano nelle banche, nelle istituzioni, negli studi dei professionisti che con la mafia entrano in contatto. Per prendere voti, per fare affari in comune, per stringere accordi. Per portare avanti una trattativa che ponga fine al muro contro muro tra stato e mafia.
Trattativa che è costata la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
Che ha salvato la vita ai politici che la mafia aveva indiviuato come responsabili delle condanne del maxi processo.
Che ha impedito che la lotta alla mafia proseguisse, uscendo dalle aule dei tribunali e diventando una lotta che coinvolge il mondo civile, le scuole. E soprattutto la politica. Che, ancora dal 1992, deve fare i conti al suo interno.
Quella che oggi, per Expo, propone le solite deroghe perché bisogna siglare appalti in fretta.
Quella che oggi contrasta in tutti i modi i magistrati di Palermo, ancora isolati, che portano avanti il processo sulla trattativa.
Quella che oggi ha sì approvato il 416 ter, ma con pene ridotte.
Quella che oggi si rifugia dietro la presunzione di innocenza, il garantismo peloso.
Quella che, come ai tempi di Falcone, punta il dito contro la magistratura indicandoli come giudici politicizzati.
Anche Falcone e Borsellino erano indicati come giudici politizzati. 

Sempre Di Matteo:

"Tanti autorevoli esponenti politici anche allora criticarono Falcone e Borsellino per la loro partecipazione al dibattito pubblico - ha aggiunto Di Matteo - Borsellino subì anche un procedimento disciplinare per difendersi di fronte al Csm per la denuncia di smantellamento del pool antimafia che aveva fatto. Adesso questo ambienti che prima attaccavano Falcone e Borsellino hanno attaccato altri magistrati dicendo che Falcone e Borsellino non lo avrebbero mai fatto: è un falso storico. Non possiamo e non dobbiamo parlare di processi in corso, ma possiamo e dobbiamo partecipare alla vita pubblica".
"Il rapporto con i media deve essere quello di ripristinare la verità di fronte a falsi che, ripetuti, diventano quasi realtà, per i lettori - ha chiosato Di Matteo - come quando si dice che la separazione delle carriere tra Pm e giudici è necessaria perché i giudici sono appiattiti di fronte a richieste del pm, ma è un falso".
"Da un punto di vista militare la mafia è diversa da quella del 1992; ma registriamo l'assenza di una legge che punisca l'auto riciclaggio, un sistema odierno di prescrizione molto breve che vanifica il lavoro del processo penale, una legge sulla corruzione come quella dell'anno scorso che pare quasi una presa in giro".
"Tutti questi fattori - ha aggiunto il magistrato - rendono difficile l'individuazione e la repressione di tutte quelle condotte penalmente rilevanti, come la turbativa d'asta, la corruzione o la concussione, attraverso le quali la mafia penetra nella vita sociale".

"Ci sembra di trovarci - ha concluso Di Matteo - di fronte a un sistema a due velocità: giustamente efficace quando si tratta di procedere nei confronti dell'estorsore o del trafficante, quasi timido nei confronti del politico colluso con la mafia".

 "Prendiamo atto della sentenza della corte costituzionale sulla distruzione delle intercettazioni che hanno riguardato Mancino. Siamo fieri che quelle conversazioni sono rimaste segrete: non è uscita una riga in proposito, ma quello che poi è avvenuto in termini di attacchi alla Procura di Palermo è sotto gli occhi di tutti".

"Certo, prendo atto, e qui faccio una constatazione di fondo - ha concluso Di Matteo - che altre conversazioni dello stesso Capo dello Stato e di quello che lo aveva preceduto, ugualmente irrilevanti dal punto di vista penale, erano invece state da altre Procure trascritte, depositate a disposizione delle parti, ed erano state pubblicate dai giornali. In quei casi non è stato sollevato alcun conflitto di attribuzioni - osserva Di Matteo - nel nostro caso, invece si".
Il secondo tempo: il  il docu-film integrale di Pierfrancesco Li Donni che racconta i 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio

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