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Giulia Tofani, un’affascinante avvelenatrice seriale

Creato il 16 novembre 2019 da Valeria Vite @Valivi92

Giulia Tofani, un’affascinante avvelenatrice seriale

Il veleno è considerato l’arma delle donne, poiché non prevede l’utilizzo della forza fisica per uccidere, una leggenda molto in voga nell’Ottocento grazie alle grandi avvelenatrici del Rinascimento. Giulia Tofana era una celebre sicaria del Seicento, specializzata nell’eliminazione dei mariti sgraditi grazie ad un intruglio che vendeva alle sue clienti, l’acqua Tofana.

La condizione femminile era tragica nel Seicento. La donna era subordinata all’uomo e, se nelle classi inferiori aveva un certo margine di autonomia poiché poteva mantenersi, le matrone aristocratiche dipendevano economicamente da un marito che non avevano scelto, spesso di molti anni più vecchio. All’epoca non era nemmeno possibile scegliere tra il matrimonio e il convento, molte perdevano la vita in seguito alle gravidanze e ai parti, oppure venivano ripudiate o maltrattate. L’unica via di fuga da una situazione insostenibile era la vedovanza, una condizione che spesso le mogli oppresse raggiungevano grazie all’aiuto di Giulia Tofana.

Il personaggio di Giulia Tofania è certamente affascinante: incute il timore di una serial killer, ma ha il fascino di una femme fatale e di una paladina della giustizia che salva le donne oppresse dai mostri che erano state costrette a sposare.

Abbiamo pochissime informazioni si Giulia Tofana, infatti la sua pagina di Wikipedia è piuttosto spoglia. Nacque a Palermo verso la Fine del Cinquecento in data a noi ignota ed era figlia o nipote di Thofania d’Adamo, giustiziata il 12 luglio 1633 per aver avvelenato il marito Francesco. Giulia non inventò l’acqua Tofana, si limitò a vendere una pozione inventata da Thofania.

Giulia crebbe nel poverissimo quartiere palermitano del Papireto ed era orfana; come tutte le donne sfortunate dell’epoca fu costretta a prostituirsi per sopravvivere. Nel 1640 decise di migliorare la propria condizione producendo l’acqua Tofana, perfezionandone la ricetta. L’acqua tofana è detta anche “acqua tufanica”, “acqua perugina”, “acquetta”, “acqua di Napoli” o “Manna di San Nicola”, in quanto per non destare sospetti veniva venduta in una boccetta recante l’effigie di San Nicola; in alternativa, la sostanza poteva essere venduta in polvere, sotto forma di trucco. La pozione era insapore, inodore e incolore, il veleno doveva essere somministrato poche gocce alla volta durante i pasti per provocare una morte lenta e asintomatica, che non destasse sospetti. Sappiamo che la miscela era composta da arsenico, piombo e belladonna, ma non conosciamo le proporzioni. Il medico di Carlo VI d’Austria sosteneva che il contenuto dell’acqua Tofana fosse “una soluzione di anidride arseniosa in acqua distillata aromatica, addizionata con alcolato di cantaridi”, un componente altamente tossico, che veniva estratto da un coleottero.

Giulia iniziò con un piccolo gruppo di clienti materni, ma ben presto ebbe acquirenti in tutto il centro-sud Italia; inoltre non cessò di praticare la propria attività di prostituta. Un giornò rischiò di essere catturata dall’Inquisizione in seguito ad un passo falso di una cliente, così fu costretta a trasferirsi a Roma con la figlia Girolama Spera, che secondo altre fonti era sua sorella di latte, e dal suo amante fra Girolamo, che la mantenne nella Capitale di papa Urbano VIII Barberini in un raffinato palazzo a Trastevere. Giulia aveva migliorato le proprie condizioni economiche e si atteggiava da dama elegante e sofisticata.

Giulia decise di rilanciare la propria attività, rendendosi conto che anche le matrone romane erano imprigionate in matrimoni scomodi e opprimenti. Per procurarsi le erbe ricorse ad un parente del suo amante frate, che era speziale alla Minerva. Giulia divenne molto ricca e la sua impresa crebbe indisturbata per circa un ventennio, sino a quando una moglie pentita fece il nome della Tofana e il marito la denunciò per omicidio. A Roma fu aperta una vera e propria caccia alla strega e Giulia fu costretta a cercare riparo in una chiesa, ma fu catturata quando lasciò l’edificio. Sotto tortura la donna rivelò di aver venduto a Roma il veleno sufficiente per uccidere circa 600 uomini tra il 1633 e il 1651.

Nel 1659 Giulia fu giustiziata a Campo de’ Fiori con la figlia Girolama e gli apprendisti, mentre le mogli omicide furono murate vive a Porta Cavalleggeri, nel palazzo dell’Inquisizione. Molte donne riuscirono a salvarsi dichiarando che le sostanze acquistate avevano una funzione puramente cosmetica, infatti il collirio a base di bacche di belladonna veniva usato per dilatare le pupille rendendole più luccicanti, grazie ad una sostanza chiamata atropina. Molto probabilmente la maggior parte si salvò corrompendo l’inquisizione.

L’acqua Tofana divenne molto popolare nell’immaginario collettivo, non è un caso che Mozart, poco prima di morire, confidò alla moglie di sospettare di essere stato avvelenato proprio con la sostanza venduta da Giulia Tofana.

FONTI:

Giulia Tofana: Veleno per Matrimoni infelici nella Roma del ‘600


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