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Giulio Albanese: il giornalista deve leggere i segni dei tempi

Creato il 27 maggio 2016 da Alessandro Zorco @alessandrozorco
Giulio Albanese: il giornalista deve leggere i segni dei tempi

Il continente africano è grande tre volte l'Europa ed ospita circa tre quarti della popolazione mondiale. Eppure questa enorme porzione del mondo, ricchissima di petrolio, legname, diamanti e uranio, è praticamente dimenticata dalla cosiddetta informazione mainstream. I potentati occidentali non hanno interesse a raccontarci la verità su quelle terre dove i bambini sfruttati scavano con le mani nude per estrarre il coltan, il prezioso materiale che viene utilizzato per costruire i nostri smartphones di ultima generazione. In quelle terre, che in una azzeccata definizione il direttore di Limes Lucio Caracciolo chiama " caoslandia", da decenni si combattono delle guerre totalmente dimenticate dai media. Ufficialmente causate da contrapposizioni di natura religiosa o etnica, in realtà per motivi smaccatamente economici, con la supervisione delle grandi potenze neocolonialiste che lottano sulla pelle della povera gente per accaparrarsi le cosiddette commodity, le materie prime di cui terre come quelle africane dispongono in quantità enormi. In questa trincea dimenticata lavora da anni il giornalista comboniano padre Giulio Albanese. Grazie al suo status di missionario, padre Giulio Albanese ha avuto la possibilità di approfondire forse come nessun altro le problematiche dell'Africa e del Sud del Mondo che da anni racconta sulle principali testate nazionali (Avvenire, Radio vaticana, Giornale Radio Rai). Non senza correre rischi. Nell'agosto 2002 - come lui stesso racconta sulla sua pagina facebook - è stato fatto prigioniero in Uganda da un gruppo di ribelli che aveva incontrato per una difficile mediazione di pace promossa dalla chiesa Cattolica e da altri leader religiosi locali. Esperienza, quella del sequestro, ripetuta anche altre volte.

Docente di giornalismo missionario e giornalismo alternativo alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie - Missio Italia, Popoli e Missione e Il Ponte d'Oro, padre Giulio Albanese ha pubblicato numerosi libri (l'ultimo si intitola Vittime e carnefici nel nome di Dio e appunto parla delle guerre dimenticate che insanguinano le periferie del mondo) ed è stato fondatore di un bellissimo progetto giornalistico, la Misna (acronimo di Missionary International Service News Agency) che purtroppo si è inspiegabilmente concluso.

Proprio sui temi delle guerre dimenticate nel sud del mondo e sul fenomeno migratorio padre Giulio Albanese ha tenuto nei giorni scorsi due incontri di formazione per i giornalisti sardi (uno a Cagliari e uno a Sassari) organizzati dalla Caritas, dall'Ordine dei Giornalisti della Sardegna e dall'Ucsi Sardegna.

E in questi incontri il sacerdote, che peraltro prima di diventare missionario è stato anche Ufficiale della Marina, non le ha certo mandate a dire. Nel sottolineare le enormi responsabilità che i giornalisti hanno di fronte alla società civile per dare voce a chi non ha voce padre Giulio Albanese ha spiegato che soprattutto in certi contesti una corretta informazione è la prima forma di solidarietà. Anche perché - ha ricordato citando un saggio di Sergio Zavoli (La Questione) - in base ad uno studio del 2007, su 100 fatti che ognuno di noi dovrebbe conoscere per capire quello che succede nel mondo soltanto 20 vengono rilanciati dalle grandi testate mainstream e di questi addirittura 18 sono sensibilmente distorti e deformati. In pratica attraverso i grandi canali di informazione oggi riusciamo a conoscere correttamente solo il 2% degli avvenimenti mondiali.

Un caso eclatante di disinformazione è quello del continente africano, una regione vastissima completamente fuori dai grandi circuiti mediatici. Quelle che padre Albanese chiama "le Afriche". Le guerre dimenticate che vanno avanti da decenni in quei territori non fanno notizia e quella "umanità dolente", come l'ha definita il missionario, sale agli onori delle cronache solo quando i migranti disperati bussano ai nostri confini e l'Europa si pone il problema della sua sicurezza.

Ma quelle guerre, che i media classificano superficialmente come conflitti di religione e sono la principale causa dell'enorme esodo dal sud del mondo, sono dimenticate. Nel 99% dei casi la religione non c'entra nulla: è solo strumentalizzata per fini eversivi.

Quando i mezzi di informazione parlano degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste ci raccontano che si tratta soprattutto di somali ed eritrei, uomini, donne e bambini che arrivano in Italia da paesi che sono stati colonie italiane - ha detto Giulio Albanese - . Ma non fanno quasi mai cenno a quello che succede in quei paesi.

Eppure il caso della Somalia è un esempio molto significativo per comprendere la enorme e colpevole disinformazione sulle questioni africane. La Somalia è infatti un paese ricchissimo di uranio, di petrolio e di gas naturale, ma queste informazioni sono volutamente tenute sottotraccia da un occidente che quelle materie prime cerca in tutti i modi di sfruttarle. E allora i nostri atlanti di geografia, mistificando la realtà, insegnano agli studenti che l'economia somala è basata sulla coltivazione delle banane, sull'allevamento dei dromedari e dei cammelli e sull'industria ittica. E non viene detto che la guerra che va avanti dal 1991 in quelle terre è combattuta perché nel sottosuolo c'è una quantità indicibile di uranio (la Somalia ha il secondo giacimento dopo quello nigerino, ha detto padre Albanese) e perché negli impianti offshore al largo della Somalia si estrae il preziosissimo greggio light , petrolio a basso tenore di zolfo, con cui noi occidentali riempiamo di benzina verde il serbatoio delle nostre utilitarie per non inquinare l'ambiente. Peccato che ad ogni pieno non ci rendiamo conto che quella benzina verde è anche un po' rossa di sangue.

" Gli scenari del sud del mondo - ha detto padre Giulio Albanese - s ono infuocati dagli interessi economici e le materie prime agricole o minerali sono un enorme fattore destabilizzante". E' sintomatica anche la situazione della Repubblica centrafricana, dove qualche mese fa Papa Francesco ha aperto l'anno del Giubileo a Bangui, considerata la capitale del paese più povero del mondo. Ma è proprio vero?

La Repubblica centrafricana - ha spiegato padre Albanese - ha una superfice doppia rispetto alla Francia, di cui è una ex colonia, e 4 milioni e mezzo abitanti. Ha enormi scorte di uranio, petrolio e diamanti ed è il primo esportatore di legname del continente africano. E' un paese - ha aggiunto il missionario - che se solo fossero riconosciute le royalty adeguate per lo sfruttamento di queste materie prime sarebbe più ricco del Canton Ticino. Invece, vedi i casi della vita, è il paese più povero del mondo.

Perché? Forse perché quando, all'inizio degli anni Sessanta, la Francia ha benevolmente concesso l'indipendenza alla sua ex colonia non ha dimenticato di fare inserire nella Carta Costituzionale un articolo che gli concede l' esclusiva per lo sfruttamento delle sue materie prime e prevede il placet di Parigi in caso di cessione a Paesi terzi. Non è un caso che la guerra nella Repubblica centroafricana sia scoppiata esattamente il giorno prima che il presidente di quel paese, dopo aver chiesto inutilmente alla Francia di aumentare le misere royalties, firmasse un accordo con la Cina per cedere al paese del dragone i diritti di sfruttamento dell'uranio, del petrolio e del legname che abbondano sul territorio.

Magari - se conosciuti adeguatamente - anche questi sarebbero aspetti interessanti per capire perché a tanti migranti salta il chiribizzo di salire su un barcone per venirsene in Italia. Dovrebbero conoscerli i giornalisti che raccontano gli sbarchi, ma anche tutti quei politici che pronunciano il fatidico bisogna aiutarli a casa loro. Cosa che peraltro - ha ricordato Giulio Albanese - i missionari fanno da secoli.

Magari poi, per completezza dell'informazione, bisognerebbe anche parlare un po' di più dell'ipocrisia di una Unione Europea che da un lato si pone come priorità assoluta il problema della sicurezza per gli sbarchi dei migranti, ma dall'altro costringe i paesi del sud del mondo ad accettare i vessatori EPA ( Economic Partnership Agreements - Accordi di partenariato economico): provvedimenti devastanti - tra l'altro votati anche dal Parlamento italiano senza alcuna discussione - che daranno il colpo di grazia all'economia dei paesi meno sviluppati perché porteranno ad una invasione di prodotti agricoli europei a basso costo che penalizzerà ulteriormente le produzioni agricole locali.

Una sfida culturale

Ecco allora che la sfida è culturale. E in questa sfida l'informazione assume un ruolo importantissimo. I giornalisti devono saper comprendere queste realtà complesse per raccontarle in maniera veritiera, ha detto padre Albanese. Devono saper leggere i segni dei tempi alla luce dei loro valori di riferimento. Ma uscendo dalle logiche nichiliste del pensiero debole che sta pervadendo questa società, dove ormai si ragiona soltanto per etichette e ci si divide tra guelfi e ghibellini come se fossimo sempre allo stadio.

" Quando prendiamo penna e calamaio - ha detto Giulio Albanese - mettiamoci in testa che il nostro lavoro deve essere un servizio per il bene comune: temi complessi come la globalizzazione, le guerre dimenticate del sud del mondo e il fenomeno migratorio non possono essere strumentalizzati per manipolare le coscienze e seminare odio e zizzania.

Di fronte a certi problemi - ha aggiunto - non c'è una ricetta perfetta. Bisogna avere l'umiltà di ascoltare le persone e dialogare senza pensare di poter trovare una ricetta immediata. E' meglio tacere piuttosto che scrivere idiozie ".

Compito dei giornalisti - ha aggiunto il missionario - è quello di cogliere i veri retroscena che determinano questi fenomeni complessi andando al di là della notizia e dell'approccio dettato dalle agenzie di stampa internazionali. E raccontare come gli interessi economici prendano sempre e comunque il sopravvento sui diritti della gente. Le guerre dimenticate non si combattono per una religione, ma per il dio denaro (con la d minuscola, ha sottolineato). E producono sempre esclusione sociale, enormi sacche di povertà che sono vivaio di ogni genere di fondamentalismo.

Stando ai dati dell' Oxfam, network internazionale che lotta contro la povertà e l'ingiustizia, attualmente 62 persone dispongono di ricchezze pari a quelle di cui dispone la metà della popolazione mondiale. Grazie al cosiddetto "sistema bancario ombra" ( shadow banking system) questi eletti, tra i quali il fondatore di Microsoft Bill Gates, fanno il bello e il cattivo tempo muovendo risorse per circa 700mila miliardi di dollari, 14 volte e mezzo il Pil mondiale. Per questo la crisi attuale non è solo finanziaria, ma è fortemente antropologica.

" Informare è un dovere, essere informati è un diritto, la negazione di queste due cose è dittatura - ha concluso padre Giulio Albanese -: i giornalisti hanno il dovere etico di aiutare l'opinione pubblica a capire che il fenomeno migratorio non è qualcosa di legato al caso, ma ha delle radici delle motivazioni che devono essere spiegate e raccontate ".

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L'Italia, per dirla con Lucio Caracciolo, è proprio al confine di "caoslandia" e rischia di esserne travolta. Il mondo dell'informazione libera ha il dovere di capire e raccontare quali sono le cause delle guerre dimenticate, che non sono altro che tasselli di quel puzzle che per Papa Francesco è una "terza guerra mondiale a pezzi". Una guerra ben pilotata dalle plutocrazie mondiali alla quale non possiamo arrenderci.

Giulio Albanese: il giornalista deve leggere i segni dei tempi

Alessandro Zorco è nato a Cagliari nel 1966. E' sposato e ha un figlio. Laureato in Giurisprudenza è giornalista professionista dal 2006. Ha lavorato con L'Unione Sarda e con Il Sardegna (Epolis) occupandosi prevalentemente di politica ed economia. E' stato responsabile dell'ufficio stampa dell'Italia dei Valori Sardegna e attualmente è addetto stampa regionale della Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Dall'aprile 2013 è vicepresidente regionale dell'Unione Cattolica Stampa Italiana e dal 2014 è nel direttivo del GUS Sardegna.


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