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Giulio Questi: “I film muoiono, i generi sopravvivono”

Creato il 20 giugno 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Giulio Questi e Giovanni Berardi

Il nome di Giulio Questi continua ad essere fortemente legato ad un favoloso film “western” girato nel 1967, Se sei vivo spara.  Ma in realtà la carriera di Questi, pensiamo, è molto più importante, molto più significativa, molto più personale ed intima, e questo anche al di là del fatto che Se sei vivo spara resta, nella filmografia di Questi, il suo film preferito.

Afferma il regista: “Io non sono un cinefilo, non lo sono mai stato in vita mia. Prediligo certi film, è vero, ma tutto comincia e finisce qui. Invece resto proprio attratto dalla letteratura, dai romanzi, dai racconti, li trovo esemplari nella loro fantastica realtà”. Ed infatti in gioventù Questi ha mandato alle stampe anche diversi racconti, ed ha iniziato la propria carriera dapprima come scrittore fondando a Bergamo, la città natale, una rivista, L’Approdo, dove si approfondivano temi di politica e di cultura, e dove con il tempo cominciarono a collaborare anche firme importanti.

Conseguentemente alla rivista Questi fonda, insieme ad un amico molto interessato alla critica cinematografica, anche il primo circolo del cinema a Bergamo. Intanto studia a Milano lettere e filosofia dove, nel 1948, conseguirà la laurea. Il lavoro a questo punto lo porterà a Milano, dove entra come giornalista nella rivista Il Politecnico letterario fondata proprio a Milano da Elio Vittorini.

La carriera di Questi nel cinema inizia, come moltissimi altri registi in quel decennio, con il documentario. Gira infatti nella sua Bergamo un documento filmico dedicato alla città. È un avvenimento, perché il documentario, nonostante la pochezza dei mezzi a disposizione dei realizzatori, riuscirà ad avere un invito alla mostra del cinema di Venezia. È quindi un successo, anche se per Questi quel suo primo lavoro rimane “un piccolo film e girato anche in maniera propriamente rozza, senza uno stile ben precisato”. Ma per Questi, al di là di trovarsi a Venezia, ed in una manifestazione tra le più importanti a livello internazionale, il significato maggiore, al di là di tutto, è l’approccio finalmente completo con la cinepresa, la familiarità con il mezzo cinematografico. Grazie a questo documentario, Questi comincerà ad interessarsi, subito dopo e seriamente, a tutto quello che comporta la realizzazione di un film, come l’importante fase del montaggio in moviola. Grazie alla realizzazione di questo documentario bergamasco Questi ha modo di farsi conoscere abbastanza nell’ambiente. Ed una proposta di lavoro cinematografica arriva subito: è il Touring Club di Milano a commissionare a Questi un documentario dove potere raccontare, in assoluta libertà di espressione artistica, le città turistiche di  Viareggio, Cortina d’Ampezzo, Taormina.

Giulio Questi comincia ad amare intensamente anche il cinema, ne è forse assolutamente sedotto. Gira in quegli anni anche altri documentari come Donne di servizio (1950) e Viaggio nelle terre basse (1958). La discesa a Roma, capitale indiscussa del cinema italiano, a questo punto, è cercata. Questi arriverà a Roma nel 1960 con il risultato di non lasciarla mai più. Dice Questi: “Era autunno, c’era del vento, sono rimasto incantato,  vedevo delle nubi che correvano alte nel cielo di Roma, nuvole barocche, che dalle mie parti non avevo mai visto”. Nella città eterna avvengono dunque i primi contatti con quello che è il meraviglioso mondo del cinema italiano degli anni sessanta: il primissimo proprio con Luchino Visconti e con il suo aiuto Franco Zeffirelli, e con la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico, che stavano preparando un film, La carrozza d’oro, che verrà realizzato però da un altro regista, il grande Jean Renoir.

Ricorda Giulio Questi: “ Quel giorno avevo portato una credenziale a Visconti, un mio articolo, scritto allora per un giornale importante che era L’Avanti, dedicato al suo film La terra trema. Ne avevo scritto parlandone ovviamente bene perché il film era una novità cinematografica abbastanza sconvolgente”. In quegli stessi anni Giulio Questi incontra il regista napoletano Ettore Giannini, di cui sarà il suo aiuto per Carosello napoletano, film che diventerà un’opportunità concreta per conoscere più da vicino, e poi frequentare, intellettuali come il regista Francesco Rosi e lo scrittore Raffaele La Capria, e poi il regista Valerio Zurlini, con cui Questi collaborerà nei suoi primissimi documentari e di cui diventerà l’aiuto nell’imminente Le ragazze di San Frediano.

L’incontro decisivo, però, quello che sarà il forte segnale per la carriera romana di Giulio Questi, sarà con Cesare Zavattini, il grande scrittore e sceneggiatore, uno dei padri nobili insieme a Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Vittorio De Sica, del grande movimento culturale del cinema italiano, il neorealismo. Sotto l’ egida di Cesare Zavattini nel 1962 va in porto il film Le italiane e l’amore (la sceneggiatura è basata sul libro di Gabriella Parca, Le italiane si confessano)  dove una serie di giovani registi – oltre a Giulio Questi ci sono Nelo Risi, Lorenza Mazzetti, Francesco Maselli, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Carlo Musso, Giulio Macchi, Gian Vittorio Baldi, Piero Nelli – confermerà, sul terreno del cinema industriale, quella che è la poetica straordinaria di Cesare Zavattini, per quei tempi assolutamente avanguardista, e realizzerà, infine, un film di forte impianto civile, uno dei primissimi, in fondo, di un movimento che diventerà basilare negli anni seguenti per il cinema italiano.

Il cinema è ormai, sempre di più, la superficie professionale di Giulio Questi. Sarà subito dopo il produttore Angelo Rizzoli a chiamare Questi per il film  Il passo, un episodio del film  Amori pericolosi (1964) che vede tra gli interpreti Frank Wolff, Juliette Mayniel ed una giovanissima Graziella Granata. Gli altri due episodi del film saranno firmati da Carlo Lizzani e da Alfredo Giannetti.  In questo frangente Questi ha modo di conoscere quello che si rivelerà un autentico collaboratore, artistico ed umano, un amico fraterno, lo sceneggiatore e tecnico del montaggio Franco Arcalli detto Kim.  Li accomuna in fondo la stessa esperienza umana: entrambi sono stati partigiani ed hanno assistito alle atrocità più inverosimili della guerra, ed entrambi ora vivono a Roma con l’intenzione di farsi strada nel cinema italiano. Le notti intellettuali di Roma diventano le loro notti, la vita di Piazza del Popolo, dell’osteria Menghi, del bar Canova, diventa la loro vita. Le grandi ubriacature, insieme agli intensi rapporti intellettuali con pittori, scrittori, giornalisti, artisti da strada costituivano la vita quotidiana nella Roma degli anni sessanta per Arcalli e Questi.

Ricorda Giulio Questi: “Avevano cominciato a chiamarci Julies e Kim, proprio in onore al bellissimo film di Francoise Truffaut, Julies e Jim, bandiera encomiabile della  novelle vague francese”.  Con Kim Arcalli Giulio Questi realizzerà quello che rimane il suo film più famoso ed il suo più celebrato, appunto, Se sei vivo spara interpretato da uno strepitoso Tomas Milian e da Piero Lulli e Marilù Tolo.

Ricorda Questi: “Un film fatto su commissione di un produttore assolutamente pazzo ma geniale, Sandro Iacooni, si è trasformato, nella grammatica della mia filmografia commerciale, nel film che in assoluto preferisco. Perché nella banalità della sua cornice western, c’era dentro tutta l’assurda violenza che io e Kim abbiamo vissuto durante la guerra partigiana”.

Il film ormai è diventato un opera cult estrema, Quentin Tarantino e Joe Dante non si stancano mai di omaggiarlo e di citarlo continuamente. Oggi, questo film di Questi, è proprio un riferimento di studio, di accademia, per noi anche di nostalgia. E pensare che Se sei vivo spara è nato proprio per caso. Ricorda Giulio Questi: “io e Kim eravamo a casa a scrivere la scaletta di quello che era il prossimo film da girare, La morte ha fatto l’uovo, quando bussa alla porta il produttore Iacovoni. Aveva assolutamente bisogno di noi perché dovevamo buttargli giù, proprio immediatamente, una scaletta per un western. Si informò sul film che stavamo scrivendo, lo giudicò subito inefficiente, addirittura inutile. Insisteva, in questo momento ci vuole un western. Eppure ad Arcalli e a me il western non diceva proprio nulla, cercavamo cose più autentiche. Però cercavamo anche un produttore per La morte ha fatto l’uovo, il cui copione andava delineandosi bene. Ed un produttore, in ogni caso, ci era piombato dentro casa. Insomma noi parlavamo del nostro film, lui rispondeva con la storia western”. La decisione finale, giunta come una illuminazione per Giulio Questi e Kim Arcalli, è quella di accontentare il produttore Iacovoni e di consegnarli in brevissimo tempo l’ampia scaletta. Dice Questi: “Il film fu fatto a Madrid, con pochi soldi e dentro un cantiere, stando ben attenti a non inquadrare gli operai al lavoro e le tante case che insistevano attorno al proscenio”. Il successo internazionale ottenuto dalla pellicola, come ha riconosciuto lo stesso regista, può anche ascriversi all’equivocità del film, al suo occhieggiare in definitiva a più generi cinematografici.

Dice Questi: “Perché Se sei vivo spara più veniva visto e più generava domande tipo: ma è un film western? O è un film d’avventura? È un film esistenzialista, oppure è un film che parla per la prima volta degli omosessuali? Oppure è un film sulla violenza, vale a dire un film horror? Si, è anche un film horror”.

Ed è un po’ la morale, pensiamo, di quello che succederà anche con il film successivo, appunto La morte ha fatto l’uovo (1968) interpretato da Jean Louis Trintignant, Ewa Aulin, Gina Lollobrigida.

Dice Questi: “La morte ha fatto l’uovo, in verità, è risultato ancora più equivoco di Se sei vivo spara, perché era un film che poteva essere visto si come un thriller, ma anche come un opera sociologica, come un film sulle perversioni sessuali, perciò sull’erotismo, ma anche come un film sulla società dei consumi. Infine, e penso sia stata la sua fortuna industriale, il film è stato registrato, e questo insiste anche nei listini commerciali dei dvd, come un film erotico, pur non essendolo affatto”.

In definitiva, a questo punto, come Giulio Questi definisce i suoi film? Risponde Questi: “Io definisco i miei film semplicemente pop, perchè si avvalgono continuamente degli stilemi del cinema di consumo di tutti i generi, ma per raccontare una storia che è completamente al di fuori di ogni genere. Per cui il mio motto è: i film muoiono, i generi sopravvivono”.

Ma oggi Giulio Questi è, soprattutto, il suo ultimo film realizzato in digitale, By Giulio Questi, sette cortometraggi raccolti in una edizione a doppio dvd.

Dice Questi: “Sono i film che faccio oggi quelli più vicini, perché io non tengo più conto del cinema, della macchina cinema, ma solo del mio rapporto con quello che vedo e con quello che illumino, tanto è vero che sono sempre io l’attore. Questo è, per me, il momento della verità più assoluta perché la videocamera ti dà sempre e comunque l’immagine. Appena l’accendi, bella o brutta, hai l’immagine. Ed avverti un po’ la stessa libertà che ti dà la penna stilografica quando scrivi un racconto su un foglio bianco, solo che hai la luce, come materiale creativo, al posto dell’inchiostro”. È un po’, pensiamo, come un ritorno al Giulio Questi giovane filosofo a Milano.

Giovanni Berardi


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