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“Giuseppe Danise insegna a Valdengo” di Antonio Juvarra

Creato il 01 maggio 2018 da Gianguido Mussomeli @mozart200657
“Giuseppe Danise insegna a Valdengo” di Antonio JuvarraIl baritono Giuseppe Valdengo insieme ad Arturo Toscanini

Nel suo consueto articolo mensile, Antonio Juvarra commenta e analizza il video di una lezione data dal celebre baritono Giuseppe Danise (1882 – 1963) a Giuseppe Valdengo (1914 – 2007), baritono torinese passato alla storia soprattutto per la sua lunga collaborazione con Arturo Toscanini. Come sempre ringraziando Antonio per la collaborazione, auguro a tutti una buona lettura.

    DANISE FA LEZIONE A VALDENGO

In questo video possiamo assistere alla lezione che il baritono Giuseppe Danise diede, negli anni Cinquanta del secolo scorso, a un altro baritono, quello che sarebbe diventato noto come ‘il baritono di Toscanini’:  Giuseppe Valdengo.

Due personalità tra loro agli antipodi  quelle di Danise e Valdengo. Danise, uomo sicuro di sé e teatralmente scafato, mostra qui l’ atteggiamento vagamente supponente  di chi, dall’ alto della sua carriera, si degna di dare questa lezione al giovane e sprovveduto Valdengo, che incassa certe umilianti stoccate senza reagire, mostrandosi ciononostante sempre interessato a sperimentare e imparare.

La lezione incomincia in modo normale, almeno per quanto attiene i contenuti musicali trasmessi e l’ atteggiamento dell’ insegnante verso l’ allievo. Diventa subito del tutto ‘anomala’ quando si passa all’ aspetto specificamente tecnico-vocale e questo per due motivi: l’ oscurità e l’ambiguità  dei concetti trasmessi da Danise e la modalità da lui adottata per trasmetterli, intercalati  come sono da ‘chiarificazioni’ di questo tipo:

“Ma come si fa ad essere così testoni, cazzo?”, “Tu canti come un principiante!”, “Ma come fai a vociare così senza sentire quello che uno ti dice?”, “Non hai capito un corno!”.

‘Incentivi’ di questo tipo di solito si accettano solo se vengono bilanciati non dico dalla rivelazione di segreti tecnici inauditi, ma, per lo meno, da idee chiare e logicamente congruenti, eventualità qui ben lontana dal realizzarsi.

Come reagisce Valdengo alle bordate di Danise, che lo tratta come un pivello particolarmente testone, pur avendo Valdengo in quel periodo già debuttato al Metropolitan? Con un atteggiamento enigmatico, che non si capisce se provenga da soggezione, senso di inferiorità, spirito di sacrificio, distacco orientale o altro. Fatto sta che alla fine della lezione è però l’ insegnamento tecnico-vocale di Danise che viene messo alle corde, rivelando, grazie al candore di certe domande di Valdengo, tutta l’ incongruenza e contraddittorietà dei suoi principi di base.

Quali sono questi principi? Già poco dopo l’ inizio della lezione Danise provvede a esporli:

1 – “Voce chiara nella strozza (gola) e appoggio scuro nella bocca.” 

2 – “Il suono non deve mai essere dietro.” 

3 – “Bisogna coprire la voce, non mandarla in gola.”  

4 – “E’ la vocale che deve essere scura, non la posizione!” 

5 – “Se si sfugge alla pronuncia, questo va a detrimento del fiato, che scapperà da tutte le parti. Pronunciando forte, si evita questo inconveniente.”

Nel sentire indicazioni del genere (queste sì oscure!) uno si augurerebbe che Valdengo restituisse al mittente qualcuno dei ‘complimenti’ di Danise, gratificandolo ad esempio con un: “Ma come si fa a insegnare cose così astruse, cazzo?”.

Invece Valdengo accetta seraficamente tutto, con un atteggiamento quasi divertito, quello di chi avesse a che fare con un personaggio bizzarro o esotico e, giusto per la curiosità di vedere dove vuole andare a parare, gli dicesse: “Prego, si accomodi, faccia pure. Ha altri insulti da lanciarmi?”

Da parte sua Danise ostenta una sicurezza, che, anche quando dà spiegazioni di tipo letterario-teatrale, non lo mette al riparo dalla superficialità. È il caso della spiegazione, da lui data della frase del Conte di Luna “Ardita e qual furente amore ed irritato orgoglio chiesero a me.”  Danise la interpreta come una contestazione, da parte del conte di Luna, dell’ affermazione di Ferrando, che poco prima gli aveva fatto notare: “Ardita opra, o signore, imprendi”, ossia la interpreta come una doppia interrogativa: “Ardita? E qual furente ecc. ecc.?” Insomma come se il Conte di Luna, non condividendo l’ osservazione di Ferrando, lo correggesse, dicendogli: “Tu vieni a dirmi che sono troppo ardito? Ma loro che cosa hanno preteso da me?”

La frase del Conte invece non svolge alcuna funzione di correzione della frase di Ferrando, tanto meno di autogiustificazione, ma anzi ha valore rafforzativo, dato che “qual” non è qui un aggettivo interrogativo, ma significa “come”.  In altre parole, il vero significato della frase è: “Certo che il mio è un atto ardito! Ed è il minimo che ci si poteva aspettare da me, furioso come sono!”

Quella del Conte di Luna, quindi, non è l’ uscita di chi, per quanto arrabbiato, si mette a giustificare le sue azioni con un proprio sottoposto, ma è l’uscita di chi riafferma in maniera orgogliosa, provocatoria e quasi beffarda il proprio potere assoluto.

Ma tralasciando, in quanto periferica, questa critica di tipo letterario-teatrale e volendo passare a un’analisi di tipo tecnico-vocale, una cosa è certa ed è che nel sentire questa lezione, viene spontaneo chiedersi: ma come si fa a insegnare così? Come fa un cantante del livello di Danise a non essere sfiorato dal dubbio della mancanza di un qualsiasi rapporto tra le quattro idee contorte, da lui trasmesse a Valdengo in quella lezione, e il modo con cui, evidentemente solo grazie a madre Natura, funzionava la sua voce, quando cantava nei teatri? Come fa a mostrare quell’ aria di degnazione, uno che ha idee così irrimediabilmente contraddittorie e confuse?

Arrivati a questo punto del video, siamo presi però da una curiosità: leggere i commenti in calce, pubblicati dagli utenti, giusto per vedere quanti condividono queste impressioni.   La sorpresa, che ha dell’incredibile, è trovare una sfilza di soli elogi (sperticati) all’ insegnamento di Danise, a ennesima conferma che di fronte a un grande cantante le capacità critiche e razionali della gente vengono azzerate da una strana sindrome: quella idolatrica. In altre parole molte gente, prima ancora di sentire come si svolgerà la lezione, si è già genuflessa in atto di adorazione davanti al grande cantante.

I commenti che si leggono sono infatti di questo tipo:

“Leggendaria lezione!”, “Superbo insegnante!”, “Eccezionale!”, “Emozionante!”, “Straordinario documento!”, “Documento storico!” ecc. ecc.

A chi fa uscite del genere vorremmo chiedere che ci spiegasse il significato di almeno una delle frasi ‘oracolari’ di Danise, magari quella più oscura, a cui Danise dà più importanza, presentandola quasi come la sua ‘formula del canto’ e cioè quella secondo cui dalla gola avrebbe origine “la voce chiara” (?!) e dalla bocca “l’ appoggio scuro” (??!!), ma si sa già che una richiesta di questo tipo cadrebbe nel vuoto, se non addirittura ritenuta ‘provocatoria’ e ‘tendenziosa’.

In effetti l’ equivalente sul piano logico di una frase del genere, potrebbe essere: “Dal freno viene l’ accelerazione e dalla frizione viene il giro del volante” oppure, volendo passare da una metafora automobilistica a una violinistica: “Dalla diteggiatura viene l’ arcata e dall’ arco viene il pizzicato”.  Questo è il vero e proprio guazzabuglio logico che essa implica.

Prevengo le reazioni sdegnate degli adoratori di Danise e chiarisco: sì, so perfettamente che cosa voleva Danise da Valdengo. Voleva un suono rotondo, ma non intubato, puro ma non schiacciato, aperto ma non schiarito, cantato ma non gridato.

D’ accordo, ottimo gusto, lodevoli finalità anche dal punto di vista musicale-teatrale, ma la domanda è: tutte queste cose non è in grado di dirle anche un buon pianista con una certa esperienza? Da un insegnante di canto non ci si aspetta forse qualcos’ALTRO? Ad esempio, che spieghi COME arrivare a questi risultati o, se non altro, che non si contraddica nel giro di due frasi, prima chiedendo una cosa e poi l’ opposto, oppure suggerendo come mezzo tecnico un espediente che va esattamente nella direzione contraria a quella del risultato ricercato, che è quello che succede con la lezione di Danise.

L’ abbaglio preso da tutti quelli che danno per scontato che un grande cantante debba necessariamente essere anche un grande insegnante, deriva dallo stabilire un inesistente rapporto di causa/effetto tra il suo splendore vocale (che è dovuto essenzialmente alla natura ed è quindi un possesso inconscio) con le bislacche interpretazioni tecnico-vocali che quello stesso cantante darà ‘a posteriori’ del proprio modo di cantare.

Nel caso specifico, se ad aver detto che il segreto per cantare bene è “la voce chiara in gola e l’appoggio scuro in bocca” (?) fosse stato, invece che il famoso baritono Danise, uno sconosciuto insegnante senza alcuna carriera alle spalle, la reazione degli adoratori genuflessi degli idoli vocali sarebbe stato lo sberleffo e la pernacchia. Siccome invece si tratta di Danise, allora assistiamo alla gara degli inchini e delle genuflessioni.  Il che significa che se queste persone applicassero questa stessa loro logica per risolvere un problema di salute, assisteremmo a questa nemesi ironica: le vedremmo fare la fila per mettersi nelle mani di Mr. Hyde, rassicurate dal fatto che lui e il rinomatissimo dr. Jekyll sono la stessa persona.

Abbiamo sottolineato che tra l’ effettivo modo di cantare di Danise e la sua personale interpretazione delle cause tecnico-vocali del proprio canto non c’ è il minimo rapporto. Questa è una situazione tipica ed è appunto la situazione del grande cantante con voce naturale che, pur cantando inconsapevolmente in un altro modo, fa propria a livello razionale la concezione tecnico-vocale del suo insegnante, concezione che in questo caso si riconduce, come al solito, alla teoria di Garcia di un controllo della voce, attuato modificandone intenzionalmente il timbro (e quindi passando, a seconda delle esigenze, dal ‘chiaro’ allo ‘scuro’ e viceversa) e alterando geneticamente le vocali (la vocale A che diventa AO, la vocale E che diventa EU e così via). Questo è il virus tecnico-vocale introdotto storicamente nella didattica del canto da Manuel Garcia jr., virus letale in quanto porta automaticamente alla distorsione acustica del suono, distorsione che poi potrà essere solo compensata (ma mai sanata), ricorrendo a espedienti meccanico-muscolari.

La seconda teoria (questa volta più terra terra), fatta propria da Danise nella sua lezione, è quella che associa alla ‘gola’ tutti i mali possibili e immaginabili.

Quando qualcosa del modo di cantare di Valdengo non piace a Danise, questi in automatico non trova di meglio che individuarne la causa nella ‘gola’.

“Questo suono è di gola!”, “Questo suono è indietro!”, “Il ‘coperto’ non è l’ingolato!” sono le frasi cui ricorre Danise (in modo molto poco originale e quale potrebbe utilizzare il primo venuto e non certo un cantante con la carriera di Danise), quando corregge Valdengo.  La gola, dunque, vista non come una delle due legittime e reali cavità di risonanza della voce (assieme alla bocca), ma come uno spauracchio o come un  terreno minato da cui stare lontani: questo è uno dei caposaldi della concezione tecnico-vocale di Danise e uno dei più frequenti leit motiv della lezione.

Avendo trasmesso questo imprinting all’ allievo, non stupisce poi che quando Danise, per la prima e ultima volta, rinuncia a questa assurda demonizzazione, mostrando un atteggiamento più razionale e spiegando che si tratta semplicemente di “aprire la gola, non facendo nessuna contrazione” (e non di starne nevroticamente distanti), il suggerimento non ottenga alcun risultato concreto.

Questo anche perché l’ indicazione data più frequentemente da Danise, è quella, anti-acustica, di “scurire la vocale” e di “pensare alla O quando si va nella zona acuta”.

Condizionato da questa prospettiva, a un certo punto Valdengo, quasi pensando a voce alta e come in automatico, esclama candidamente a commento di un suono, eseguito seguendo l’indicazione di Danise:  “Questo suono è ingolato, lo sento io che è ingolato”.  E Danise che cosa fa per aiutarlo? Si mette a teorizzare una sottile distinzione tra ‘coperto’ e ‘ingolato’, distinzione non solo sofistica, ma anche basata su una confusione concettuale: quella tra ‘coperto’ e ‘scurito’.

‘Coprire’ infatti NON è scurire intenzionalmente la vocale, come Danise sembra pensare sulla scorta di Garcia, ma è lasciare che da solo si faccia il passaggio di registro, chiudendo foneticamente la vocale e lasciando aperta la gola.

“Vocale chiusa in gola aperta” (e non “vocale scura in gola aperta!”) è, non a caso, la formula elaborata in proposito da un altro grande baritono del tempo: Giuseppe De Luca.

Invece la “vocale scura in gola aperta” di Danise è proprio quell’ elemento che determina la distorsione acustica del suono e, nella zona acuta, è all’ origine di quel suono gridato, che paradossalmente poi Danise rimprovera a Valdengo! Non solo: l’ oscuramento intenzionale determina una riduzione della brillantezza naturale, che sarà percepita come “intubamento” del suono, da cui gli inutili inviti di Danise ad aprire la gola (che proprio lui aveva provveduto a intubare, consigliando Valdengo di scurire la vocale e mescolarla con la O).

Ciò che Danise sembra non capire (perché probabilmente in lui il passaggio di registro sarà stato un’abilità naturale e non qualcosa di acquisito con lo studio), è che la vocale SCURA non è necessariamente una vocale ‘coperta’, cioè chiusa foneticamente per l’effettuazione del passaggio di registro.

L’ ignoranza di questo fatto fa sì che a un certo punto, nell’esecuzione dell’ aria del Conte di Luna dal ‘Trovatore’, la lezione imbocchi un vicolo cieco…

Valdengo domanda: “Ma quindi, se ho capito bene, lei vuole che le note acute io le faccia sempre modellandole sulla O?” Danise risponde senza titubanze: “Certo! Quello è il coperto!”  Allora Valdengo prova a mettere in pratica le istruzioni di Danise, e quello che ne esce è un acuto scurito ma, appunto, aperto, cioè eseguito senza aver fatto il passaggio di registro, il che fa imbestialire Danise, che lo giudica un suono “gridato”.  Valdengo si giustifica dicendo: “Ma io ho detto ‘O’!” (come a dire: “Io ho eseguito  esattamente quello che lei mi ha detto di fare.”) E Danise (ignorando che lo scuro ‘indiretto’ del suono ‘coperto’, cioè ‘passato’ di registro, NON è lo scuro del suono scurito direttamente,  e che quindi la vocale scurita intenzionalmente NON porta  alla vocale chiusa del ‘coperto’) per togliersi da questa situazione imbarazzante fa uscire dalla manica il suo solito jolly: la ‘gola’, ovvero il classico colpevole, buono per tutte le stagioni. Ecco le parole testuali di Danise: “Sì, hai detto ‘O’, ma l’ hai detto con la gola!”, classica mossa da giocatore del gioco delle tre carte, che è come se uno dicesse: “Sì, hai fatto un passo, ma l’ hai fatto alzando il ginocchio, invece che il piede!”.

L’ esecuzione della parte finale dell’ aria del Conte di Luna coincide con la fine della lezione. Qui le contraddizioni vengono al pettine in modo ancora più evidente e Danise è come messo all’ angolo. In che modo?

A metà dell’ aria Danise aveva raccomandato a Valdengo di tenere la voce “chiara”. Dopo la serie di Fa acuti sulla vocale E della parola “sperda”, non apprezzati da Danise perché di volta in volta giudicati o intubati o stretti, arriviamo al Fa acuto sulla vocale A della parola “la (tempesta)” ed è qui che i due entrano in un vero e proprio circolo vizioso, da cui non li vedremo più uscire perché nel frattempo la lezione finisce.

Valdengo, seguendo le indicazioni di Danise, canta quel Fa con una A aperta, ma Danise lo corregge perché trova quel suono “schiacciato”. Lo invita quindi a fare “una vocale scura, ma non con una posizione scura”. (?!) Valdengo cerca di decifrare e mettere in pratica in qualche modo questo indecifrabile rebus, spacciato per consiglio tecnico-vocale, e quello che ne esce è un suono scuro, che però Danise non apprezza perché, tanto per cambiare, lo giudica “ingolato”.

Ora l’ unica interpretazione sensata dell’ ermetica frase di Danise “fare una vocale scura, ma non con una posizione scura” è “fare una vocale rotonda, ma senza scurirla intenzionalmente e direttamente”, solo che questo presuppone la demolizione di tutta l’ impalcatura teorica, elaborata da Garcia e fatta propria da Danise, dei due colori della voce, concepiti come i due manici con cui prendere in mano la pentola della voce.

A questo punto la lezione si avvia verso una sorta di ‘moto perpetuo’, che probabilmente è il motivo per cui proprio qui il video termina, non senza un certo qual senso di sollievo sia per il maestro, sia per l’allievo, sia per gli ascoltatori.

Non sappiamo come si siano lasciati Danise e Valdengo. Certamente con indicazioni di questo tipo è difficile che i dubbi di Valdengo si siano chiariti.

In effetti non c’ è una delle affermazioni tecnico-vocali di Danise che, così come viene formulata da lui, non sia discutibile, compresa quella secondo cui pronunciare bene vorrebbe dire “pronunciare forte”, cioè accentuare e ‘scolpire’ l’ articolazione, quando invece secondo la scuola di canto italiana storica questo modo di pronunciare ha come effetto la detonazione e la distruzione del legato. Ricordiamo in proposito le raccomandazioni (contrarie) di Mancini (“pronuncia non caricata”, 1777), di Lamperti (“pronuncia dolce e chiara”, 1864), di Caruso (“pronuncia semplice e naturale”, 1901), di Pertile (“pronuncia non esagerata”, 1934) e di Schipa (“parole piccole, mai grandi”).

Giunti al termine di quest’ analisi, è il caso però di cercare di fornire una spiegazione del rebus di Danise “voce chiara nella strozza e appoggio scuro nella bocca”.

Per farlo occorre innanzitutto togliersi gli occhiali a lenti deformanti, lasciati in eredità da Garcia a tutte le generazioni successive di cantanti e maestri di canto.

Incominciamo dalla prima parte dell’ enigmatico binomio:  il concetto di “voce chiara nella strozza” (cioè ‘voce chiara nella gola’). Danise la mette in relazione con l’ attacco del suono, come a dire che esso non deve essere realizzato con contrazioni a livello faringeo e glottico, ma deve essere puro e libero.

La purezza del suono è infatti diretta conseguenza del lasciare che il suono nasca semplicemente e naturalmente per auto-avvio, come avviene nel parlato, e non con attivazioni localizzate e pseudo-tecniche, come avviene col colpo di glottide (altra bislacca invenzione di Garcia).

Se questo avviene, il suono avrà in sé e di per sé come suo nucleo centrale la brillantezza naturale del parlato, e, pur avendo avuto origine dalla vibrazione delle corde vocali, verrà percepito (come succede parlando) come se fosse GIÀ in una delle due cavità che formano lo spazio bicamerale di risonanza del canto, solo che questa cavità dove è percepito il “chiaro” della voce, NON è la gola, come crede Danise, ma la bocca.

Questo è il motivo per cui, per indicare la fonazione umana, il linguaggio (che scaturisce dal vissuto sensoriale, cioè dalla realtà esperita e non dalle astrazioni intellettuali della foniatria) ha generato la parola ‘OR-AZIONE’ (cioè, etimologicamente, fenomeno che avviene nella bocca) e non ‘FARING-AZIONE’ (cioè, fenomeno che avviene nella faringe) e tanto meno ‘GLOTT-AZIONE’, per indicare la fonazione umana.

È la bocca, pertanto, e non la gola che deve essere concepita come la sede del ‘chiaro’ della voce, e questo ‘chiaro’ non è creato da nessuna intenzione diretta di rendere chiaro il suono, come erroneamente Garcia incominciò a teorizzare un secolo e mezzo fa con la sua teoria del colore ‘chiaro’ e ‘scuro’ della voce. Analogamente lo ‘scuro’ della voce, cioè la naturale brunitura che si crea lasciando che la gola si apra morbidamente, non è creato da nessuna intenzione diretta di rendere scuro il suono, altrimenti il suono verrà irrimediabilmente distorto e intubato.

Solo a queste condizioni, ‘chiaro’ e ‘scuro’ si fondono naturalmente tra loro, dando origine al ‘chiaroscuro’ belcantistico, che NON è la somma del ‘chiaro’ e dello ‘scuro’, ma l’ unità inscindibile, genetica di questi due aspetti del suono, creati INDIRETTAMENTE dal suo giusto concepimento-avvio.

Come sia potuta venire a Danise l’ idea che lo ‘scuro’ della voce abbia la sua origine nella bocca, invece che nella gola, si può spiegare solo in un modo: quando lo ‘scuro’ è dominante e non è bilanciato dal ‘chiaro’, esso ‘invade’ anche lo spazio della bocca, che così assume quella forma grottescamente verticale, che è quella che caratterizza e distingue i cantanti di scuola tedesca (includendo in questa ovviamente anche l’affondo di Melocchi) dai cantanti di scuola italiana (Caruso, Schipa, Pertile, Gigli, Di Stefano). È allora che nasce l’ illusione secondo la quale la bocca, così innaturalmente verticalizzata, perché resa SUBORDINATA (e non COORDINATA) alla gola, sia la sorgente dello ‘scuro’.

Ed è allora che si capisce non solo il motivo per cui  tutte le indicazioni tecnico-vocali date a Valdengo da Danise, proprio perché viziate da questa originaria, radicale  confusione concettuale,  siano cadute desolatamente nel vuoto, ma anche chi dei due fosse il “testone che non capisce un corno”…

Antonio Juvarra


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