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Giuseppe Fava, la voce scomoda spenta dalla mafia ma che risvegliò la Sicilia

Creato il 06 gennaio 2014 da Comunalimenfi
Giuseppe_Fava

L’anniversario. Giuseppe Fava 30 anni dopo.

Il 5 gennaio 1984 il giornalista e scrittore catanese veniva ucciso davanti al Teatro Verga.

“Processo alla Sicilia”: era intitolata così la serie di reportage di Giuseppe Fava pubblicati su “La Sicilia” tra il 1966 e il 1967 e raccolti poi anche in un libro. Qui di seguito pubblico ampi stralci di un articolo dedicato alla presenza mafiosa in Sicilia e a Corleone in particolare.

La causa umana fondamentale della mafia è la miseria senza vie d’uscite, cioè la miseria che riunisce l’ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza. Anche le cose futili dell’esistenza diventano essenziali. In un paese dove ogni individuo maggiorenne ha la sua possibilità di lavoro ben retribuito, non si troverà mai un uomo disposto ad uccidere per centomila lire o per un milione. Per uccidere un uomo si chiederanno dieci o quindici milioni. Non è una questione di onestà, è una questione di prezzo per il delitto. A Corleone, un paese devastato dalla miseria, dall’ignoranza, dalla disoccupazione, si trovavano centinaia di uomini disposti ad uccidere per potere risolvere il problema della vita. Oltretutto la violenza è sempre una maniera per reclamare quel diritto alla vita di cui ci si sente defraudati.

Se non ci fossero gli uomini poveri, disperati, analfabeti disposti ad uccidere, non ci sarebbe la mafia. Poiché il mafioso autentico, il signor mafioso, quello che tratta a livello dei deputati e degli assessori, che si accaparra le aree edilizie, che organizza il contrabbando, non uccide mai di persona. Altri uccidono per suo conto mentre egli sta seduto ad un circolo di persone civili o partecipa ad una cerimonia patriottica accanto al sindaco ed all’onorevole. Il fondamento umano della mafia è dunque la miseria. Il fascismo si illuse di stroncare la mafia eliminandone a manganellate, fucilazioni, deportazioni le persone fisiche, ma la radice restava intatta. In vent’anni di democrazia le cose non sono cambiate molto.

Il fondamento umano della mafia è la miseria, ma il suo agente è la ricchezza, la ricchezza sporca, la confusione della ricchezza, la disputa, l’orgia, l’accumulo della ricchezza. La mafia si contende denaro, montagne di denaro. Anche quando essa sembra lottare per conquistare i voti politici dei cittadini, in realtà essa lotta per il denaro, per gli appalti che il deputato potrà garantire, per le raccomandazioni che potrà accogliere, per l’impunità che potrà promettere, per le informazioni, le licenze edilizie, le concessioni di monopolio. I mafiosi autentici sono a questo livello, sono i «ras» invulnerabili, corazzati da cento amicizie, da mille alibi, da una coorte di conoscenze potenti, da muraglie di denaro con cui possono comperare tutto, dalla compiacenza di un funzionario alla mira infallibile di un sicario.

Ora la storia di Corleone è la storia esemplare della mafia, poiché essa si identifica con la storia di Luciano Liggio. Il quale a sua volta è un mafioso esemplare nella carriera, dalla miserabile disperazione all’orgia della ricchezza. Luciano Liggio era figlio di contadini analfabeti, e contadino egli stesso, ma gracile, ammalato, debole, senza nemmeno la forza fisica, la possibilità di lavorare da bracciante nelle campagne. Era niente. E di questo egli non aveva colpa: era nato in un luogo della terra dove il sospetto dell’animo umano, l’avarizia e la stupidità dei governanti, non concedevano agli infelici che la rassegnazione al destino. Dire che Luciano Liggio, e tutti coloro come lui che uccidono, estorcono, rubano, costituiscano una depravazione della natura umana nel Sud è stupido. La mafia c’è perché ci sono i poveri, ed i poveri esistono perché tutti gli altri, da centinaia di anni, abbiamo fatto poco o niente per evitare che ci fossero. Taluni affermano che una proposizione del genere è comunista. Noi diciamo invece che è una verità che spesso la paura, la reticenza borghese concedono in monopolio ai comunisti.

La ribalta ora potrebbe sembrare deserta poiché i personaggi della commedia sono scomparsi, Luciano Liggio, Genco Russo patriarcale e sinistro, l’opimo don Vincenzo Rimi detto il «cardinale», Pietro Torretta aquilino e triste, conosciuto come il «padreterno dei Ciaculli», e cento altri come loro; sulla ribalta sono rimasti solo i morti, centinaia di morti straziati in ogni modo, una montagna sanguinosa, e banconote sparse ogni dove che svolazzano ancora come coriandoli. Ma dietro questa ribalta, dietro le quinte, sono rimasti i palazzi costruiti senza licenze edilizie, le migliaia di testimoni che giurarono il falso dinnanzi alle Corti di Assise e di nuovo giureranno il falso, i miliardi depositati nelle banche sotto nomi fittizi, gli uomini politici che rappresentano il popolo con i voti della mafia, i funzionari che concessero le licenze e gli appalti, le terre depredate a prezzi di terrore, le industrie che non si costruirono poiché chi voleva costruirle ebbe paura, le dighe che non sono state costruite per non seppellire alcuni ettari di aranceto, i posti che furono dati con l’imbroglio. (…)


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