Giuseppe Genna il creatore di banalità. Appunti critici su uno scrittore senza talento

Creato il 21 febbraio 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

di Iannozzi Giuseppe

Posso dire che Giuseppe Genna non ha una sola briciola della genialità visionaria di David Lynch. Mi sembra superfluo il dover sottolineare che non c’e niente di Michel Houellebecq né di Umberto Eco nella scrittura “popolare” di Genna, che è tutt’al più molto alla Emilio Salgari. Suvvia, siamo onesti: la scrittura di Genna è limitata a una pochezza di stereotipi bassamente popolari.

Houellebecq è un anarcoide per metà fascista à la Céline e per l’altra metà un demolitore di idoli. Non c’è niente di più lontano come la scrittura devastante e perfetta di Houellebecq dalla lingua popolare di Genna, il quale si rifà a dei cliché narrativi vecchi e comprovati, quali appunto quelli di Salgari e per la narrativa più “di fantasia” a quelli di Jules Verne. Non che ci sia niente di male, però non siamo di fronte a della letteratura, né con la minuscola né con la L maiuscola. Di tanto in tanto nei suoi lavori più mainstream – che sono a mio avviso anche i peggio riusciti – tenta indarno di ascendere a una scrittura nera à la William S. Burroughs, ma con risultati che sono solo imitativi, opachi, e che della potenza lisergica di Burroughs non hanno altro che lo spettro della ridicolaggine. Genna non inventa, Genna si butta a corpo morto in un mare di stereotipi, li pesca – spesse volte più a caso che non per un atto di volontà – e li riadatta malamente alla sua scrittura. Come detto in altre occasioni, Genna il meglio l’ha dato con la narrativa di genere, proprio perché supportata da quei cliché, vecchi e risaputi, che sono in Salgari e Verne. Ma quando tenta come nell’“Anno Luce” o in “De Profundis” di arrivare all’oggettivizzazione letteraria (*), i cliché di cui è imbevuta la sua vena scrittoria lo sottomettono.

Leggere il “De Profundis di Genna”, per quanto l’autore si sforzi di buttarci dentro alla rinfusa pietas e drammaticità, invece di un’opera ne viene fuori un pasticciaccio, che non è quello del Nobel Fo, bensì una sorta di canovaccio per un b-movie, per uno splatter. Al di là non gli riesce d’andare: Sarebbe moltissimo se riuscisse ad arrivare perlomeno a una visione antropologica – per quanto di serie B – come quella nei film Ruggero Deodato, ma niente. Ovvio che con l’ironica tragica indagine nell’umano – dello stereotipo dell’italiano in vacanza – con Alberto Sordi, Giuseppe Genna non ha niente a che vedere. E’ uno scrittore per il popolino, spesse volte splatteroso quando non sistematicamente ridicolo come nella fiction “Suor Jo”. Eppure è nella fiction il campo in cui meglio eccelle! Consideriamo dunque “Suor Jo” un brutto scivolone, che poteva capitare. E speriamo per lui che non si ripeta.

Giuseppe Genna butta tutto quello che gli capita fra le mani dentro al calderone e poi quel che viene viene. Lo fa senza metodo. Un alchimista matto senza regole, senza nemmeno quelle minime perché l’alchimia si possa dir tale per quanto non fruttuosa. “De Profundis” mostra tutta l’incapacità dello scrittore nel gestire la materia narrativa: la giustificazione che cerca di portare al suo collage – ma meglio sarebbe dire pasticcio e basta, senza indoramento della pillola, senza dire che è poi in fondo in fondo un poetico zibaldone illuminato un po’ leopardiano – è che l’intenzione precipua era poi solo quella del risultato ottenuto e infine portato ad editore e lettori.
Detto fuori dai denti, in maniera spicciola perché chiunque possa capire: una schifezza che l’autore spaccia per uno scritto di ragionamenti e lisergiche visioni.

(*) Il rendere concreta la lingua di uno scritto conferendogli stile e organicità.


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