Gli accordi di schengen: una prova di fiducia

Creato il 12 febbraio 2016 da Eurasia @eurasiarivista
:::: Giusy Monforte :::: 12 febbraio, 2016 ::::  

Il 2015 è stato l’anno dei grandi numeri; tra Gennaio e Luglio 2015 i dati Frontex rivelano che 340.000 migranti irregolari hanno attraversato le frontiere europee, contro i 280.000 del 2014.i I flussi migratori hanno raggiunto l’Europa principalmente attraverso le seguenti rotte:
Mediterraneo Occidentale: migranti provenienti da Syria, Algeria e Guinea
Mediterraneo Centrale: migranti provenienti da Eritrea, Nigeria e Somalia
Mediterraneo Orientale: migranti provenienti da Syria, Iraq e Afghanistan
Balcani occidentali: migranti provenienti da Syria e Afghanistan

Oltre a questi dati, che si riferiscono alle rotte via mare, è importante ricordare che il numero degli immigrati irregolari aumenta se si considerano coloro che sono giunti in Europa attraverso gli aeroporti internazionali con i documenti necessari , prolungando la loro permanenza oltre il periodo consentito.

L’emergenza migranti ha sottoposto le strutture e i sistemi di accoglienza dei Paesi Europei a forti pressioni, oltre a generare molte polemiche sia tra gli esponenti politici che tra l’opinione pubblica. L’acutizzarsi delle tensioni ha portato a mettere in dubbio persino uno dei principi cardini dell’integrazione europea: la libertà di circolazione delle persone, disciplinata negli Accordi di Schengen.

Cosa sono gli Accordi di Schengen
Nel 1985 Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi decisero di istituire un territorio senza frontiere che assicurasse la libera circolazione ai cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità e dei Paesi terzi. Dopo il primo accordo, firmato nel 1985, fu elaborata la Convenzione Schengen, che, entrata in vigore nel 1995, definì le caratteristiche dello Spazio Schengen attraverso l’abolizione dei controlli interni tra gli Stati firmatari e la creazione di una frontiera esterna unica, lungo la quale i controlli vengono effettuati attraverso procedure comuni. Lo Spazio Schengen, diventato parte integrante della legislazione UE con il Trattato di Amsterdam, si è esteso progressivamente a quasi tutti gli Stati membri. Gli accordi sono stati firmati tra il 1990 e il 1992, in ordine cronologico, da Italia, Spagna, Portogallo, Grecia; nel 1995 da Austria e nel 1996 da Danimarca, Finlandia, Norvegia , Islanda e Svezia. Nel 2007 hanno aderito Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia e la Svizzera nel 2008ii; per quanto riguarda Bulgaria, Cipro, Romania, pur avendo questi paesi aderito agli accordi, nel loro caso lo Spazio Schengen non è ancora entrato in vigore ed i controlli alle frontiere non saranno rimossi fino a quando il Consiglio Europeo non riconoscerà che tutte le condizioni ed i requisiti previsti sono rispettati. Non bisogna dimenticare che l’Irlanda e la Gran Bretagna hanno preso parte solo ad alcune delle disposizioni che compongono il corpo normativo di Schengen, tra cui la cooperazione giudiziaria e di polizia, la lotta contro il traffico di stupefacenti e il sistema d’informazione Schengen.

Attraverso gli accordi le parti contraenti si impegnano a:
a. Armonizzare le proprie procedure per il rilascio dei visti.
b. Adottare tutte le misure necessarie per la lotta all’immigrazione clandestina.
c. Abolire i controlli sulle persone che attraversano le frontiere interne
d. Creare una frontiera esterna unica attraverso la cooperazione e l’armonizzazione delle norme da applicare alle persone che attraversano le frontiere esterne dell’Unione Europea.
e. Creare un sistema di informazione Schengen: una banca dati che raccoglie le informazioni, su persone e oggetti, utilizzate dalle autorità competenti e dal personale di frontiera per ragioni di sicurezza.iii

L’accordo contiene tuttavia una clausola di tutela che consente alle parti contraenti di ripristinare i controlli alle frontiere in caso di minaccia alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico; in seguito all’emergenza migranti e agli attentati dello scorso 13 novembre a Parigi, tale clausola è stata invocata da diversi Stati.

Gli Accordi di Schengen e la crisi migratoria internazionale oggi
Negli ultimi mesi del 2015, la Norvegia, la Danimarca, l’Austria, la Francia , la Germania e la Svezia hanno attuato una sospensione temporanea degli accordi che dovrebbe giungere al termine entro la fine di febbraio; ma il futuro è incerto, così come la sopravvivenza dell’intero sistema. Se da un lato è necessario un intervento deciso, è chiaro che se anche altri Stati decidessero di ricorrere ad una sospensione e per un periodo più lungo, il principio di libera circolazione verrebbe negato. Ricordiamo che nell’accordo gli Stati si impegnano ad attuare tutte le misure possibili per garantire la sicurezza; una sospensione dimostrerebbe forse una scarsa fiducia reciproca tra gli Stati Europei?

Il primo ministro francese Valls parla di gravi rischi per l’Europa e della necessità di intervenire anche chiudendo le frontiere, mentre l’Italia rimane salda nella sua posizione ribadendo il valore dell’accordo. La Germania ha ribadito che è giunto il momento che gli Stati diano piena e concreta esecuzione all’accordo attuando tutte le misure possibili per garantire la sicurezza del territorio, pena l’esclusione dallo spazio. L’ammonimento è rivolto in particolar modo alla Grecia, Paese verso cui negli ultimi mesi si sono rivolti i maggiori flussi migratori, gravando su una situazione interna già molto instabile.

Gli Stati di frontiera sono sottoposti a pressioni elevate di difficile soluzione anche nell’ambito del diritto comunitario; basta ricordare il Sistema europeo comune di asilo. Infatti il Regolamento di Dublino, appartenente al sistema SECA, tende a riconoscere come Stato competente alla valutazione della domanda di asilo lo Stato di ingresso, ad esclusione di alcune situazioni particolari come il ricongiungimento familiare, e non attribuisce ai richiedenti asilo la possibilità di scegliere lo Stato a cui presentare la richiesta. Nonostante si sia più volte discusso sulla possibilità di introdurre alcune riforme su questo tema, nella recente revisione del 2013 non sono stati raggiunti risultati significativi. L’abolizione della libera circolazione e la conseguente chiusura delle frontiere potrebbero sottoporre gli Stati di frontiera ad ulteriori tensioni. L’articolo 67 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea sottolinea che la realizzazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia deve avvenire sviluppando, tra l’altro, una politica comune di asilo: obiettivi ambiziosi che rischiano di sparire, rendendo diffidenti gli Stati Europei dei vicini di casa.

Giusy Monforte è Studiosa di Diritto Islamico e laureanda in Studi Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli.

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