Arrivarono i primi concerti, le prime incisioni, le prime interviste e il nome d’arte: l’anonimo giovane Jones, David Robert Jones, divenne David Bowie, il messia androgino del pop-rock. Lindsay Kemp, folletto emergente del teatro-danza londinese, lo scelse per il suo Pierrot in Turquoise. Per Bowie fu un fondamentale rito d’iniziazione per diventare il gran cerimoniere dei raduni oceanici e crepuscolari del rock. La mistica buddista amplificò la sua aura soprannaturale. La suggestione del capolavoro fantascientifico di Kubrick e lo sbarco sulla luna fecero il resto. Rivelatosi al mondo, il giovane Lord proletario divenne un Dioniso tossico, smembrato ed offerto in comunione ai suoi deliranti e cannibalici fan. L’irresistibile ascesa e la repentina caduta di Ziggy Stardust furono il necessario esorcismo per annientare l’alienazione. Compiuto il sacrificio, coniugando Warhol con Dylan, il sacerdote con la puttana, David Bowie si liberò della sua inappartenenza con un ritorno all’ordine e all’origine: il giovane Lord ormai divenuto il Duca Bianco.