Gli scrittori sono dei palloni gonfiatiCambiare idea di Zadie Smith

Creato il 24 settembre 2012 da Tiziana Zita @Cletterarie

«Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigarette sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, e così pian piano, cominci a desiderare che i tuoi tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo. Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano; sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse.

L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino e chiaramente questa cosa ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che, in realtà, i genitori non torneranno più. E che dovremmo essere noi, i genitori».

Con questa immagine lapidaria David Foster Wallace, termometro di insoddisfazione e solitudine, osserva lo spaesamento dello scrittore postmoderno che è traccia comune del pensiero contemporaneo. Zadie Smith rende omaggio al suo maestro statunitense e come lui si interroga sul ruolo dello scrittore.
Considerata “Una delle voci più importanti della sua generazione” (Sunday Times), “connubio di umanità, umorismo ed intelligenza” (The Indipendent), Zadie Smith è autrice tradotta in tutto il mondo con tre romanzi all’attivo: Denti bianchi, L’uomo autografo, Della bellezza. La scrittrice 38enne anglo-giamaicana ora entra a passi sicuri nel mondo della saggistica con Cambiare idea, dove dice la sua sulla scrittura.

In questa raccolta di quelli che definisce “saggi occa- sionali”, la Smith volteggia con leggerezza tra le rievocazioni di Katharine Hepburn e Anna Magnani e momenti intimi della sua vita famigliare; piroetta dai viaggi nelle bidonville liberiane ai fastosi soggiorni a Los Angeles durante la settimana degli Oscar; passa dalle recensioni di film di cassetta ad una acuta analisi di maestri della letteratura come Franz Kafka, Vladimir Nabokov e, per l’appunto, David Foster Wallace.

Abile narratrice, spesso fra le pagine del suo Cambiare idea si ha la sensazione di essere dentro a un romanzo, piuttosto che tra i frammenti di un saggio. In origine il titolo era Fallire meglio, in omaggio alla frase di Beckett “Try again. Fail again. Fail better” (Prova ancora. Sbaglia ancora. Sbaglia meglio). Poi è diventato Cambiare idea perché gli scrittori non sono politici e non devono aver paura di cambiare idea: l’’incoerenza ideologica è per la Smith un “articolo di fede”.
Il libro si apre con il saggio “Sentirsi del mestiere”, nato da una conferenza alla Columbia University, dove Zadie Smith racconta agli studenti del corso di scrittura i vari momenti della gestazione di un libro, quando a metà romanzo:

«Accadono strane cose, vi sedete a scrivere alle nove di mattina e in un batter d’occhio comincia il telegiornale della sera e sulla pagina ci sono quattromila parole, più di quante ne abbiate scritte in tre lunghi mesi».

Fino a quando il libro si finisce e si comincia ad odiarlo, a percepirlo come estraneo, al punto di non riconoscerne alcune pagine, di non ricordarsi di averle scritte.
Su internet trovo un estratto della lectio magistralis tenuta dalla scrittrice al Festival degli Scrittori di Firenze, nel giugno 2011. È bello poterla vedere dal vivo, anche se davanti allo schermo di un pc. Diventa un po’ più umana ai miei occhi; non solo una donna di rara intelligenza, ma anche una ragazza intimorita dalla folla che ha davanti e che legge senza improvvisare il discorso accuratamente preparato. Il testo della conferenza è stato pubblicato da Minimum Fax col titolo Perché scrivere. Ecco come bastona gli scrittori:

«Nel suo saggio Perché scrivo, George Orwell ci descrive i “quattro grandi motivi per scrivere”. Il primo è il mio preferito: «1. Puro egoismo. Desiderio di apparire intelligente, di far parlare di sé, di essere ricordato dopo la morte, di prendersi la rivincita sugli adulti che ti snobbavano quando eri bambino, e via dicendo. È ipocrita fingere che questo non sia un motivo, e un motivo forte. (…) La grande massa degli esseri umani non è formata da persone intensamente egoiste. Dall’ età di trent’ anni in poi, o giù di lì, abbandonano quasi del tutto la sensazione di essere individui: e vivono soprattutto per gli altri, o semplicemente schiacciati sotto il peso di un lavoro abbrutente. Ma c’ è anche una minoranza di persone armate di talento e forza di volontà che si ostinano a vivere la propria vita fino alla fine, e gli scrittori appartengono a questa categoria».

Zadie parla del ruolo dello scrittore, del mestiere, del perché si scrive, ma soprattutto denuncia i casi di esasperata autoreferenzialità e quando, a fine lezione, qualcuno degli uditori definisce questa accurata analisi “pessimismo”, lei risponde in un italiano stentato:

«Io sono anche positiva, ma ho voluto dire che questo lavoro di scrittore è un po’… gonfiato?».
Zadie non è sicura del termine e subito arriva il suggerimento dalle prime file.
«Sopravvalutato»: è il termine corretto.
La scrittrice conclude: «Forse è meglio un po’ più di umiltà».

Sì, a volte si percepisce una punta di pessimismo nel pensiero della Smith, o più precisamente un’attenzione e una cautela nell’affrontare certi temi. La scrittrice riprende da Orwell e da Foster Wallace il disincanto rispetto allo scrittore. Dice che alle presentazioni dei suoi libri ci sono più scrittori compiaciuti che lettori e ci mette in guardia perché chi scrive tende a sopravvalutare il proprio ruolo, sentendosi: «un incrocio tra martire, insegnante, politico, uomo del popolo, predicatore e santo».


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