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Gli stivali di Machno

Creato il 03 dicembre 2019 da Francosenia

Gli stivali di Machno

Nestor Machno: L'Ucraina trasforma il più grande leader militare anarchico in un eroe del "merchandising"
- di Ferrán Barber -
Guliai Pole / Mariupol (Ucrania) - 21/11/2019 -

È stato uno scultore ucraino locale, di nome Alexander Milov, ad aver trasformato un paio di anni fa una grande statua di Lenin in quella di Darth Vader, in seguito alla legge di decomunistizzazione di Petro Olosenko. Nel farlo, venne incoraggiato soprattutto dall'odio per qualsiasi simbolo sovietico o vagamente imparentato con il russo. La maggioranza degli ucraini avrebbero preferito innalzare un altare a Belzebù piuttosto che tenersi i busti dei vecchi dinosauri della dittatura del proletariato.
Certo, la statua di Vader venne posta a Odessa, a molte centinaia di chilometri dal villaggio contadino che si incontra percorrendo la strada che da Kiev porta a Mariupol (Dombass). Guliai Pole (Città Libera) non è quel genere di città in cui si capita per caso. Occorre  determinazione per districarsi in diecimila strade e stradine o per guidare per centinaia di chilometri in quel groviglio di strade secondarie che collegavano i "koljoses" (fattorie collettive) della steppa al tempo della Nomenklatura.
La peculiarità di Giuliai Pole consiste nel fatto che lì la vecchia statua di Vladimir Ilich 'Lenin' è stata sostituita da quella di un guerrigliero anarchico, forse il più grande della storia, e anche il meno conosciuto: Nestor Machno, il leader dell'Armata Nera, il suo figlio prediletto, l'uomo che fu sul punto di creare, insieme ai suoi compagni, uno spazio governato da dei princìpi anti-autoritari. Si tratta del cosiddetto Territorio Libero dell'Ucraina o più popolarmente, la Machnovšcina (1919-1921). Il suo programma era semplice. Né Dio, né patria, né padrone. Né imperialisti europei, né bolscevichi russi, né nazionalisti ucraini. Né l'Etmanato di Skoropatski, né i borghesi di Petliura, né la dittatura del proletariato. Com'è noto, fallì.

Il viale dei sicari nazisti
Mentre a Kiev intitolano i nomi dei viali ai sicari dei nazisti, come Stephan Bandera, o a Vinnytsia organizzano omaggi per assassini di ebrei, come Simón Petliura, a Guilai Pole ci sono alcuni che venerano un anarchico. Benché sia vero che egli è stato spogliato del suo vero patrimonio ideologico, in modo da essere trasformato in una sorta di pirata giustiziere vissuto nei primi trent'anni del secolo scorso al servizio dei contadini diseredati del sud-est del paese.
Nell'Ucraina dell'ebreo Volodimir Zelensky - l'ultimo presidente eletto grazie, tra le altre cose, all'appoggio dell'oligarca Kolomoiuski -, così come in quella dei suoi due predecessori,  Porosenko e Yulia Timoshenko, l'anarchismo è considerato una specie di rachistismo dell'intelligenza, un tumore contagioso dal quale bisogna salvaguardarsi, come una sorta di stronzata collegata alla Russia e con il comunismo, che allontana il paese dall'Europa e dalla NATO, da Donald Trump e dalle loro linee guida neoliberiste. Per poter elevare Machno all'altare degli eroi ultranazionalisti che proliferano insieme all'odio per i russi c'è era bisogno, per l'appunto, di disconnetterlo dal suo vero patrimonio comunista libertario. Una volta che il suo passato è stato falsificato, persino gli ultra-nazionalisti di Svoboda, o i paramilitari dei National Corps, allora si può andare ad accendergli quattro candele a quell'altare, oppure possono metterlo in un tabernacolo insieme a Bandera, cosa che, di fatto, avviene.
Alcuni lo chiamano «nazional-machnovismo». Altri, usurpazione della memoria. Il fraintendimento è ancora maggiore quando gli amici di Svoboda passeggiano per la strada portando bandiere rosse e nere. Non è la prima volta che i pochi anarchici di Kiev vengono confusi con i radicali appartenenti all'estrema destra. È ovvio che nel caso dei seguaci di Bandera (nel suo periodo peggiore dopo il fallimento elettorale), il rosso ed il nero era stato invertito, e separato per mezzo di una linea orizzontale. Alcuni mettono in relazione i colori con il concetto di sangue e di terra dei nazisti.

Gli stivali di Machno

Tra i castagni di Città Libera
All'alba, a Guliai Pole, si sveglia presto l'addetto alla pulizia che schiaffeggia con la scopa il giardino di lillà che si trova alle spalle della statua di Machno, l'unica esistente in tutto il paese, un delirio kitsch che qualcuno ha galvanizzato ricoprendolo con uno strato d'oro. Quando arriva Natale la riempiono di lucine, manca solo una capra ed un violino zigano. Nessuno direbbe che ci troviamo davanti ad un'effigie di quel basso contadino anarchico. «Implora urlando che qualcuno lo riempia di scritte», ci ha detto un anarchico qualche giorno fa. «Potresti appiccicargliene sopra tre di queste, sicuro che gli sarebbe piaciuto», ha aggiunto mentre ci porgeva un paio di adesivi che in seguito ci hanno tradotto: «Guerra ai bastardi del sistema!»
I fatti possono essere riscritti e falsificati, come, in effetti, è avvenuto. Ma la storia alternativa delle sue gesta ci parla della difesa dell'autonomia dei popoli e di come Machno e i suoi compagni contadini posero fine alla servitù allo Stato ed ai signori, i proprietari terrieri mennoniti. Come una sorta di colla nera si sparsero tutt'attorno a Guilai Pole, fino ad arrivare alla Crimea e sulle rive dell'Azov. «Era una specie di brigante; l'assassino che ha ucciso il fratello del mio bisnonno», ci dice una ragazza sul lungomare di Berdiansk, mentre ci chiarisce il fatto che il suo antenato era una specie di atamano o di aristocratico, cosa che, in qualche modo, spiegava il suo destino.
Non sono pochi quelli che, anche nella città natale di Machno, si riferiscono a lui come ad un assassino o un fuorilegge. In tal modo lo ritraeva, infatti, la pellicola sovietica "Jmuroe utro" (1959). Il Machno di Vitaly Matveev era una specie di bandito ignorante dalle pulsioni viscerali. Quando, alla fine degli anni '50, Krusciov assunse il comando del Cremlino, i bolscevichi avevano già ormai sterminato ogni traccia del passato anarchico dell'Ucraina, fornendo una loro versione di quella che era stata l'epopea dei "neri", nella quale venivano equiparati ad una banda di criminali nichilisti. E quell'idea mise radici, e continua a mantenersi fino ad oggi. Trostsky e Stalin temevano più gli anarchici che il capitalismo.
Dopo l'Euromaidan, la distorsione nella percezione del suo passato poteva solo peggiorare. E Machno sarebbe diventato il meglio che avrebbero trovato nella loro instancabile ricerca di eroi nazionalisti. Sarebbe stato perfetto, se non fosse stato per il fatto che Machno era un convinto internazionalista. Naturalmente, tutto questo sembra non disturbare troppo i nuovi mentori  che hanno portato Machno a Kiev, inserendolo nella casta ultra-corrotta dei politici locali.

Pirata anarchico
Alla sua leggenda di pirata ha contribuito più di tutto la bandiera che portava la sua cavalleria: il teschio e le tibie incrociate del «jolly roger» impressi su uno straccio nero. Seminava il terrore tra le truppe austro-ungariche,nel momento in cui venivano attaccate, qui e là, servendosi delle sue mitiche «tachankas», un sorta di carri che sulla loro parte superiore montavano una mitragliatrice. Rispettava la vita dei soldati che catturava e li rimandava a casa con un pugno di opuscoli anarchici. Né mai arrivò ad imporre l'anarchismo tra le masse di contadini che erano sollevati insieme a lui, poiché questo avrebbe contraddetto il suo sacro senso di libertà umana.
Nel locale museo di Guliei Pole ci sono due esemplari di «tachanka», ma non c'è neanche un simbolo che faccia riferimento all'anarchismo. Ancora una volta, la musica della sua canzone è stata censurata. «Era un attore locale che, dopo essere diventato anarchico, divenne un assassino», ci dice uno studente di un centro educativo. E la sua insegnante lo corregge, «era un monarchico anarchico». Come?!?
Tuttavia, la versione della maestra - una signora tanto gentile quanto ignorante della storia - è ancora più confusa di quel mito popolare che lo associa all'ideale romantico del Sich de Zaporiyia, un territorio semi-autonomo situato al centro del paese  e controllato dai cosacchi più irriducibili, tre il XV ed il XVIII secolo.
A Guilai Pole, tutti fanno del loro meglio per aiutare il giornalista. In realtà, in Ucraina, sono tutti quanti estremamente ospitali ed hanno un senso di dignità che nasconde la loro povertà. E ora c'è qualcuno che si è messo in testa, con il consenso della famiglia, di farsi restituire la salma di Machno dal cimitero di Père-Lachaise. Nestor Machno morì a Parigi quando non aveva ancora 45 anni. Morì così come muoiono i bravi anarchici: solennemente povero, solo e malato di tubercolosi. In tutt'Europa, non esisteva un solo paese, dalla sua nativa Ucraina fino alla capitale della Francia, in cui non fosse stati incarcerato, torturato ed umiliato.
Ci dicono che l'idea di riportare in Ucraina i suoi resti mortali è stata di un alto funzionario del Ministero degli Interni, di un politico, di Aleksandr Ishchenko. Vogliono i turisti, e per averli hanno bisogno delle ceneri. Hanno perfino ideato come una sorta di obelisco virtuale, delimitato da due scalinate, per posizionare i suoi resti, ammesso che sia rimasto ancora qualcosa. Nel frattempo, hanno conservato delle reliquie nel museo locale, l'unico luogo la mondo in questo pianeta in cui i militari del governo lavorano, senza saperlo, sotto il ritratto di un comunista libertario. In ogni caso, niente politica, secondo quella che è la lezione recitata dalla guida della visita guidata. «La mitragliatrice della tachanka pesava 26 chili; il carro portava un equipaggio di tre uomini e pesava...». Sa molte cose riguardo al peso e ai chilogrammi, ma poco o niente di Emma Goldman. In Ucraina, il turismo rivoluzionario non è una novità. Ci sono molti occidentali che arrivano a Kiev, o addirittura nel Dombass, in quello che è il punto critico dell'Euromaidan, per unirsi, secondo le loro attitudini e la loro predisposizione ideologica, ai nazionalisti radicali oppure alle presunte forze comuniste vicine ai russi. Di questi ultimi, c'è stato uno che è andato a finire nel penitenziario della capitale ucraina, un brasiliano che è stato condannato a tre anni dal tribunale. È andata meglio a quelli che cercavano il battaglione di Azov, in cui si sa per certo che una volta c'erano un pugno di anarco-fascisti pieni di anabolizzanti e sepolti dalle rune dei loro tatuaggi. Sognavano il Walhalla.

Gli stivali di Machno

Il «Merchandising» di Machno
Nel centro di Guliai Pole, hanno cominciato a comparire bancarelle di souvenir con tazze, magneti da frigo e bicchierini con sopra il suo busto in atteggiamento epico. Assomiglia più a Napoleone che al contadino sveglio che era. A pochi metri di distanza, in quello che un tempo fu il quartier generale della Machnovšcina, e che oggi è l'edificio del Consiglio locale, hanno attaccato alla parete una targa commemorativa, tra i bellissimi castagni in fiore che durante la primavera adornano le linde stradine della Città Libera. È come se Nestor si fosse ostinatamente deciso a tornare da quella nebulosa cosmica in cui fluttua quello che è il ricordo dei guerrieri anarchici; come se, allo stesso modo del Cid, fosse tornato di nuovo a cavalcare, nella sua camicia di cotone cinese, per emancipare i suoi compaesani dalla loro eterna sporcizia. Ascaso, Garcia Oliver e Durruti - che conobbe a Parigi - lo piangono.
«Vogliamo che la gente venga a trovarci», dice Stanislav Overko, il proprietario di un caffè decorato con le foto di Machno che offre, a mo' di regalo, un ritratto del guerrigliero serigrafato su una lastra di castagno. Tutta la città si è mobilitata in aiuto del giornalista. Anna Chuchko si è offerta di tradurre, e insieme a lei visitiamo il cimitero. Qui sono sepolti i suoi genitori, e due dei suoi cinque fratelli. In realtà, siamo già stati in questo posto un giorno fa insieme ad una insegnante e a tre alunni della scuola locale. Ci hanno fatto conoscere Yuri Ivanovich, l'ultimo discendente vivo di Machno, pronipote di Emelian, il fratello di Nestor ucciso dai tedeschi.
«Nestor era il più giovane», ci dice Yuri. «Ricordo che mia nonna mi raccontava che era un bambino molto speciale. I suoi genitori sono ancora sepolti nel cimitero locale...»
E hai proposto di riportarlo?
«Ci sono persone che non sono indifferenti al ricordo di Nestor e sono disposti a finanziare il rimpatrio delle sue ceneri.»
Anarchici?
«No. Non sono anarchici... Non ce non rimasti di anarchici (la cosa non è certa). Solo alcuni a Mosca. Abbiamo seguito l'iter, le procedure per riportarlo e ora ci rimane solo da consegnare la documentazione che dimostra che io sono il discendente della famiglia, cosa che non è un problema dal momento che ho i documento. Non serve fare alcun test del DNA.»
Non è strano vedere Nestor ritratto insieme a Bandera?
«Non possono essere paragonabili. Hanno vissuto in tempi e territori differenti.»
Sì, sta qui la questione. Dubito che al tuo bisnonno sarebbe piaciuto andare al cinema con Bandera.
«Hanno avuto nemici comuni ed entrambi hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina [falso!], ma Bandera era una persona contraddittoria. Molti credono che abbia cooperato con i fascisti, ma questo non è dimostrato, ovviamente. Io non ho rispetto per lui, e ho della sua persona un'opinione molto negativa... Nestor era un internazionalista e Bandera un nazionalista.»
Hai conosciuto la sua famiglia?
«Ho sentito le storie di mia nonna Barbara, e poi, nel 1974, sua moglie Jalina e sua figlia sono venute a Guilai Pole, e ci hanno parlato dei tempi in cui vivevano in Romania, in Polonia e in Francia. Ci ha detto anche che sua figlia ha cambiato cognome perché Nestor non piaceva ai francesi e questo le creava molti problemi, ma non servì a niente. Tutti sapevano chi era... Entrambe sono morte in Kazakistan, dove erano state deportate da Stalin. La figlia è morta nel 1992... »

Gli stivali di Machno

La sventura del bolscevismo
«Che per voi, l'esperienza della Russia possa essere un avvertimento! Spero che la mala pianta del bolscevismo russo non attecchisca mai sul vostro suolo rivoluzionario!», queste parole, le scrisse Machno agli anarchici catalani, nel mese di aprile del 1931, tre anni prima di morire. Machno sapeva bene di cosa stava parlando. Dopo aver guidato una delle più grandi rivolte contadine della storia; dopo essere stato in grado di tener testa agli zaristi di Denikin; ai nazionalisti ucraini di Petliura; ai signori tedeschi delle aziende agricole mennonite; alle truppe austro-ungariche e a tutti gli eserciti inviati dagli europei; dopo essere riuscito a controllare un vasto territorio nel sud-est dell'Ucraina, ed essere stato in grado di conferire all'insurrezione un orientamento anarchico; dopo aver trovato il modo di difendere le conquiste della Rivoluzione in Ucraina, venne tradito da Lenin e consegnato ai bolscevichi, insieme a tutti i suoi compagni. Ne vennero massacrati tra i venti e i trenta mila.
Fu Trotsky ad occuparsi personalmente di cancellare ogni traccia della memoria di quell'esperimento libertario, di quell'improvvisa eruzione di umanesimo radicale. Tutto ciò che rimane oggi è una statua, una targa, e un museo con gli stivali di Machno, e il suo ricordo tradito. Ci può essere qualcosa di più bizzarro della Banca Centrale Ucraina che dedica una moneta ad un anarchico?
La "gente della diaspora" si oppone a che rimandino qui le sue ceneri. «Vogliono rimpatriarlo per trasformarlo in un "marchio registrato" che attragga i turisti stranieri. Immaginiamo già le montagne russe con le tachankas! Trasformare Machno e i contadini in un simbolo della lotta nazionalista è ridicolo, dal momento che a loro non importava quale fosse l'origine dei lavoratori, che fossero russi, ebrei, greci o armeni», ha scritto poche settimane fa un gruppo anarchico autodenoninatosi come gli "amici di Nestor Machno". Ironicamente, Petliura venne giustiziato dal machnovista Samuel Schwarzabard.
Oggi, in tutto il paese, sono rimasti solo un centinaio di anarchici, tutti giovani antifascisti, appartenenti a gruppi come Rev Dia. Ci sono anche un pugno di comunisti libertari russi, in maggioranza appartenenti per lo più al collettivo Narodnaya Samooborona, che sono riusciti a sfuggire al FSD, il KGB di Putin. Affermano che la vera memoria di Machno continua a vivere, inalterata, solamente nel fuoco di cui sono portatori.
L'amministrazione ucraina non ha ancora concordato con le autorità francesi quali sono i termini secondo cui la cosa verrà realizzata. Noto ed accessibile, continua ad esserci il beneplacito verbale della famiglia, ma la Francia esige prove affidabili di quella che sarebbe la relazione di sangue del parente più stretto con Machno, cosa da cui, in ultima analisi, dipenderebbe la decisione di riportarlo nella sua terra natale.
Agli anarchici della diaspora non va giù il fatto che Kiev e le autorità di Guliai Pole utilizzino il leader militare come icona nazionalista. I suoi compagni di adesso non possono impedire il ritorno delle spoglie, ma recentemente hanno pagato per lo spazio occupato nel cimitero parigino, cosa che potrebbe ostacolare e rendere difficile il rimpatrio.

- Ferrán Barber - Pubblicato il 21/11/2019 su Público -


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