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Gordon Willis, un “rivoluzionario invisibile” fra luci e ombre

Creato il 19 maggio 2014 da Filmedvd
Curiosità

È passata alla storia come l’immagine simbolo di Manhattan. Il film, ovviamente, uno dei tanti capolavori di Woody Allen. Quel tragicomico e tenero affresco nel quale spaziano le sagome di Isaac e Mary, seduti su una panchina ad osservare uno sfondo di chariscuro newyorkesi che solo una genialità rivoluzionaria come quella di Gordon Willis, scomparso domenica all’età di 82 anni, poteva ideare. Se le musiche di George Gershwin sono il perfetto accompagnamento e il meraviglioso completamento, le armoniose danze di luci ed ombre che colorano con i non-colori per eccellenza gli stato d’animo dei protagonisti, non potevano che essere di Gordon Willis, così avvezzo al tocco poetico, grazie anche al suo talento, cercando di dimostrare anche ai suoi stessi colleghi, la centralità della fotografia e del suo ruolo all’interno di un film.

 

Gordon Willis, un “rivoluzionario invisibile” fra luci e ombre

 

In realtà l’idea del bianco e nero all’epoca è dello stesso Allen, ma è Willis a proporre di girare in formato widescreen. Un’iilluminazione geniale che diventa il vero salto di qualità per il film, e le stesse intuizioni la coppia Allen / Willis le avrà poi per ZeligStardust memories, riviste in una modalità più aggressiva. “Il bianco e nero era appropriato. Si tratta di una storia romantica, ambientata nella realtà. La nostra percezione di Manhattan era basata su idee ispirate dalla musica di George Gershwin. Usammo la stessa logica nell’ideare l’atmosfera di Una commedia sexy in una notte di mezza estate. Era una calda luce estiva, per questo la tenemmo piuttosto giallastra”, disse anni fa a proposito di quelle esperienze.

Era un uomo che non perdeva tempo Willis, e lo dimostra la sua eccezionale carriera, compressa principalmente in due soli decenni: gli anni ’70 e gli anni ’80. Collaboratore fidato di Woody Allen, con il quale forma un mix perfetto tra la pungente, irriverente e sarcastica dialettica dei personaggi alleniani e le sue atmosfere magiche e poetiche, Gordon Willis accumula in un ventennio ciò che la maggior parte dei professionisti sogna di vivere in una carriera intera. Willis prese il concetto visivo di narrazione coesa all’esposizione della luce e ai toni meno marcati di un’inquadratura e lo fece suo a tal punto da farlo diventare inviso al conservatorismo dell’Academy, fossilizzata su un certo modo di intendere la fotografia al cinema, completamente distante dal pensiero di Gordon, che “pagherà” poi il tutto venendo spesso ignorato agli Oscar, addirittura fino al 1982.

 

Gordon Willis, un “rivoluzionario invisibile” fra luci e ombre

 

Questo perché coraggioso: Willis compie infatti scelte rischiose e sovverte alcune regole che ad Hollywood, e non solo sono fino a quel momento, erano delle vere e proprie istituzioni sacre. Non a caso viene definito the prince of darkness per la sua bravura nel non rimarcare certe tonalità, giocare con le ombre e renderle così funzionali e parti integranti alla narrazione, e in questo Manhattan è uno straordinario esempio. Considerato fortunato da molti colleghi perché sostanzialmente libero di prendere determinate scelte e di imporsi quasi al di là dei propri doveri professionali, grazie alla sua concretezza e al carisma indiscusso, Gordon Willis, dopo un’iniziale infatuazione per la recitazione, decide di intraprendere la strada della fotografia nel cinema al ritorno dalla Guerra di Corea.

Dopo varie esperienza in televisione, il suo talento viene notato nel lungometraggio End of the road del 1969. “Bisogna saper approfittare della fortuna” diceva Willis ai suoi studenti, e lui ne approfittò alla grande visto che dopo quel film prese parte a nove progetti, tra cui Il Padrino di Francis Ford Coppola, pietra miliare del cinema tout-court. “È la capacità di mettere in pratica le tue idee che ti rende libero”. Nessun tipo di arroganza nelle sue parole e nel suo modo di vedere il cinema. Semplicemente, secondo le convinzioni di Willis, bisogna essere in grado di realizzare manualmente e materialmente la propria idea che in caso contrario non può che rimanere un’utopia.

 

Gordon Willis, un “rivoluzionario invisibile” fra luci e ombre

 

Grazie a questa sua determinazione ha firmato per Allen pellicole come Interiors, Io e Annie, Manhattan, Stardust memories, Una commedia sexy in una notte di mezza estate, ZeligBroadway Danny Rose e La rosa purpurea del Cairo. Proficua, come accennato prima, anche la collaborazione con Francis Ford Coppola, per il quale cura la fotografia dell’intera trilogia de Il Padrino, venendo in parte risarcito con una nomination (la seconda dopo quella per Zelig) per il terzo film, nonostante la fotografia utilizzata sia praticamente uguale in tutte e tre le opere. Attenuato quindi il suo particolare rapporto “idiosincratico” con l’Academy, che nel 2009 gli rende merito con un Oscar onorario.

Significative proprio ne Il Padrino alcune sue scelte, come la creazione di una patina dorata diventata parte integrante nel film e l’ostentata ricchezza che rimarcava benissimo il momento sociale in cui venne girata la pellicola, mentre una delle sue scelte più innovative è quella, rinomata, di nascondere con le ombre in determinate scene gli occhi di Marlon Brando, così da poter spiazzare completamente il pubblico, che infatti rimase colpito dall’impossibilità di “leggere” nelle espressioni degli occhi di Vito Corleone i suoi stati d’animo. Straordinarie visioni di un artigiano delle ombre, maestro delle luci e immortale del cinema.

 

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