Guerre scientifiche interdisciplinari

Creato il 03 giugno 2026 da Indian

31 Gen 2017 @ 11:59 PM

Lezioni condivise 120 – Il paesaggio rurale

Ho già fatto cenno al dibattersi – se così si può dire – delle discipline geografiche in cerca di spazio scientifico. Da una parte la rappresentazione di qualcosa di surreale, che sfugge alla razionalità e si trasforma in immagini, in paesaggi, in concetti dal sublime al pittoresco, nella valorizzazione del rurale, di quello che viene definito paesaggio banale e trova invece un nuovo riscatto. Dall’altra il dibattersi dei geografi, scenario più teatrale kafkian-pirandelliano, che nel loro argomentare travolgono un po’ tutto, dalle discipline concorrenti e solide, come la storia e perfino la filosofia, e le stesse branche geografiche, come dire una guerra civile in ambito geografico…

Il dibattito sulla geografia storica si concentra sul metodo spazio-temporale integrato, analizzando diacronicamente i paesaggi e le trasformazioni territoriali per comprendere l’evoluzione storica. La disciplina si distingue per l’uso della cartografia storica e metodi filologici, oltre a interagire con la geografia politica e l’organizzazione del territorio. 

La geografia storica studia il modo in cui le fasi storiche si sono evolute, analizzando i cambiamenti del paesaggio. Il geografo si dedica all’analisi, rappresentazione e interpretazione delle dinamiche umane e fisiche di un territorio. Gli strumenti fondamentali sono il lavoro filologico su carte e documenti storici, insieme all’uso di tecnologie moderne per la visualizzazione dei dati. Il dibattito è interdisciplinare, coinvolge la storia, la filosofia e la geografia politica, con un forte impatto della scuola germanica. La geografia storica agisce come strumento per la comprensione delle civiltà, collocando gli eventi nel loro spazio fisico.

Nel periodo illuminista vigeva la teoria fisiocratica, dunque il controllo del territorio come potere, lo stato finanziava la scienza con finalità di speculazione economica, es. : il controllo delle acque (Venezia), le bonifiche… Gli ingegneri dovevano recarsi sul posto per redigere le loro relazioni (rilievi in scala 1:1). Nel ‘700 gli scienziati non amavano definirsi con specializzazioni, ma si qualificavano con i problemi, studiavano la risoluzione di essi.

Tra Ottocento e Novecento la Geografia storica registra una stasi, con la parentesi Ghisleri e a inizio Novecento si perviene al determinismo geografico, con Ratzel : l’attenzione è rivolta alla Geografia fisica, a scapito della Geografia umana e storica. Negli anni ’70 si affermano diverse concezioni: presente, passato e futuro in Quaini come in Braudel, prevalenza del passato in Ferro.

Quanto al problema dello spopolamento rurale, le ragioni vanno cercate nel ruolo dell’ambiente fisico. Sempre più spesso la morte di un villaggio o di piccoli insediamenti, corrisponde allo spostamento delle popolazioni, e il territorio rimane senza cura per la precarietà economica derivante dall’irrilevanza (calo demografico) della popolazione.

Alcuni villaggi intorno a Iglesias scomparvero perchè boicottati dal sovrano aragonese nel Trecento, allo scopo di ripotenziare Iglesias con la collaborazione dei feudatari in difficoltà a riscuotere i tributi (la campagna però anche se spopolata, non viene abbandonata, resta produttiva).

L’abbandono delle sedi, i villaggi abbandonati, non sono solo competenze geografiche, ma statisciche, demografiche, del diritto… Il popolamento rurale è un ambito disciplinare e deve essere risolto in modo interdisciplinare.

Esaminiamo le tesi, talvolta contrastanti, dei principali geografi che nel tempo hanno sostanzialmente animato il dibattito storico/geografico:

Massimo Quaini (1941-2017), attivo negli anni settanta, sviluppa la concezione di Lucio Gambi; il suo impegno è rivolto alla costruzione di una geografia storica critica e operativa (utilizzabile per la gestione e pianificazione istituzionale e la fruizione socio-culturale consapevoli e sostenibili del territorio), mediante innovative riflessioni teorico-metodologiche e casi concreti di studio: con messa a fuoco della storicità paesistico-territoriale e della patrimonialità di regioni e luoghi, e apertura all’interdisciplinarità e ai saperi locali, integrando – con esemplare contestualizzazione critica – le fonti documentarie scritte e grafiche con quelle di terreno (cit. Leonardo Rombai).

Le teorie di Quaini confutano quelle di Gaetano Ferro, prendendo ad esempio il paesaggio agrario della Liguria. Nel 1973 scrive sui Quaderni storici (rivista tematica), “Geografia storica o storia sociale del popolamento rurale?”, nel più ampio “Archeologia e geografia del popolamento”.

Quaini in questo lavoro ritiene che la Geografia storica debba considerarsi come punto di vista adisciplinare di convergenza sui problemi della disciplina e non come disciplina a se stante.

Le discipline rigide non esistono, ma esistono problemi da risolvere con tutte le scienze. Ciò corrisponde alle tesi del Gambi.

In questo porta avanti le idee  di Fernand Braudel, secondo i giudizi su tutta l’opera geografica dello storico francese espressi in un saggio di Yves Lacoste, che a sua volta si richiamava ad alcune prese di posizione teoriche di Lucio Gambi sulla geografia per la storia, successivamente riprese anche da Giuseppe Dematteis e raccolte nelle “Le metafore della Terra. La geografia umana tra mito e scienza”, ed. Feltrinelli, 1996 (Quaini M., Tra geografia e storia. Un itinerario nella geografia umana, Bari, Cacucci, 1992).

Riteneva necessario il riavvicinamento tra storia e geografia perché vantaggioso per entrambe, sostenuto dall’idea che storia e geografia debbano sovrapporsi e rimanda necessariamente ad una certa concezione della disciplina geografica.

Per Quaini questo legame è indissolubile, peraltro il processo storico, anche quello più remoto, non si può mai considerare chiuso aperto o riaperto da eventi successivi e da nuove possibili interpretazioni (Benedetto Croce), basterebbe ricordare l’interesse dell’Umanesimo per l’età classica o quello del Romanticismo per il Medioevo. Ogni epoca infatti rilegge il passato a suo modo… tuttavia nella stessa epoca, la lettura del passato trova storici attestati su posizioni e giudizi diversi e talora contrapposti.

Occorre distinguere tra Storia e Storiografia. Se infatti, come sembrerebbe di dover capire dalla citazione del Braudel (“passato e presente formano una coppia inseparabile”) e dalla parafrasi del Reclus (la storia è la geografia del passato), Quaini intende la storiografia come una conoscenza dello svolgersi degli eventi, la sua concezione diventa rilevante nella discussione su quella identità tra storia e geografia che egli sostiene : “fare storia non consiste nel ricostruire svolgimenti… perché ritengo del pari che tutte le discipline possano adottare il metodo della ricostruzione degli svolgimenti senza per questo sovrapporsi alla storiografia”.

Questa identità non può significare confondere i concetti con gli avvenimenti, ovvero l’interpretazione non può certo ricostruire gli avvenimenti, cioè falsarli.

In tutto ciò la concezione gambiana, richiamata dal Quaini, è di tenere distinte le due discipline anche se sono accomunabili nel metodo qualitativo, senza dover arrivare all’estrema conseguenza di separare la geografia qualitativa dalla geografia analitica così come si tiene separata e distinta la storia dalle scienze umane.

Vediamo dunque i due geografi principali a cui si rifà Quaini.

In Lucio Gambi (1920 – 2006) è centrale il concetto di paesaggio nella formazione e nell’ evoluzione del pensiero geografico e storico. Fin dai suoi primi scritti ha problematizzato il concetto geografico di paesaggio, considerandolo troppo superficiale se inteso unicamente come rappresentazione visiva o sintesi sensoriale del territorio. Piuttosto, egli ha sempre cercato di restituire al paesaggio una profondità storica, culturale e sociale, riconoscendolo come il risultato sedimentato delle azioni e delle relazioni delle società locali con l’ambiente. Per questo motivo, anche quando ha adottato strumenti teorici alternativi – dalla definizione cattaneana di territorio alle strutture delle Annales francesi – il paesaggio non ha mai smesso di occupare un posto centrale nella sua riflessione.

La sua partecipazione a «Quaderni storici» avviene in un momento in cui la rivista si apre a nuove prospettive interdisciplinari, soprattutto nella seconda metà degli anni Settanta. Gambi vi contribuisce portando una visione della geografia profondamente radicata nella storia sociale e nella cultura materiale, con una forte attenzione per il territorio inteso come palinsesto complesso e stratificato. Fondamentale è la sua esperienza all’interno dell’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, dove promuove l’idea di una “conservazione globale” del patrimonio e l’elaborazione di una “schematica storica del territorio”, che si fonda sulla riconoscibilità dei valori storici nello spazio fisico.

Nella sua riflessione, Gambi rifiuta sia l’approccio visuale fine a se stesso (che egli considerava insufficiente a cogliere la profondità dei fenomeni storici) sia le derive estetizzanti del “paesaggismo critico” che si afferma in certi ambienti accademici tra gli anni Settanta e Ottanta. Questa distanza teorica si riflette anche nella sua partecipazione, piuttosto disillusa, alla mostra “Paesaggio. Immagine e realtà” del 1981, dove preferisce affidare ad altri studiosi la sezione storico-geografica. A lui interessa piuttosto un’interpretazione del paesaggio come risultato di processi sociali e conflitti storici, e non come oggetto estetico o documento visivo.

Pur non abbracciando del tutto la microstoria che comincia a emergere su «Quaderni storici», Gambi partecipa al dibattito con un orientamento più topografico che microanalitico, sempre attento alla scala locale ma dentro una visione strutturale e comparativa, nutrita dall’influenza del pensiero francese e in  particolare del modello storiografico delle Annales. Gambi si sente più storico che geografo, e questa posizione emerge chiaramente dalla sua adesione a una concezione della geografia come scienza storica delle forme insediative, delle vocazioni ambientali, delle trasformazioni sociali nello spazio.

La rappresentazione visiva del territorio non è fine a sé stessa, ma è uno strumento per restituire le stratificazioni storiche e sociali dello spazio nazionale. La sua distanza critica nei confronti dell’ iconografia geografica tradizionale nasce dal rifiuto della riduzione del paesaggio a fenomeno esclusivamente visibile e dalla convinzione che ogni lettura dello spazio debba tenere conto della storicità dei valori che vi si proiettano.

In definitiva Gambi (secondo Quaini) ha contribuito a costruire una geografia umana profondamente storicizzata, nella quale il paesaggio assume senso solo come espressione di una memoria collettiva, di conflitti e di progetti. Il suo percorso teorico si muove in costante dialogo con la storiografia sociale francese, dalla quale mutua l’idea di struttura, lunga durata, interdisciplinarità, rifiutando la compartimentazione delle discipline e restituendo alla geografia il suo statuto di scienza sociale critica. La geografia, per Gambi, è dunque un sapere impegnato, che lavora sulle tensioni tra rappresentazione e trasformazione, tra storia e progetto, tra spazio vissuto e spazio pensato. E il paesaggio, in questa visione, non è mai neutro: è una costruzione sociale e culturale, uno strumento attraverso cui leggere la storia e intervenire sul presente.

Fernand Braudel (1902 – 1985) ha rivoluzionato la geografia storica introducendo la “geostoria“, un approccio che analizza il territorio non come semplice sfondo, ma come co-protagonista della storia, interagendo con l’uomo su tempi lunghi. La sua opera sul Mediterraneo pone lo spazio geografico come una struttura persistente che condiziona, seppur lentamente, le vicende umane ed economiche, attraverso reti di scambio e colonizzazioni, interpretando il paesaggio geografico come creatore di civiltà e culture.

Braudel critica la storia puramente politica ed evenemenziale (basata solo sui singoli avvenimenti) in favore di un metodo che integra profondamente lo spazio.

Propone una distinzione dei tempi narrativi, dove la geografia appartiene al tempo lungo, quello delle strutture quasi immutabili (“la lunga durata”), che si contrappone alla storia rapida degli avvenimenti.

La geostoria braudeliana è lo studio di una duplice relazione ininterrotta tra natura e uomo, una “azione e reazione” continua.

Il dibattito che ne è scaturito negli ultimi decenni sottolinea come la separazione tra storia e geografia sia rischiosa e come la visione di Braudel rimanga fondamentale per leggere le complessità contemporanee. La geostoria si qualifica quindi per un metodo integrato diacronico, analizzando i cambiamenti dei paesaggi nel tempo.

Per Pierre George (1909 – 2006), collocabile vicino a Gambi, il geografo deve guardare alla realtà contemporanea, ma qualche volta anche al passato, dunque alla geografia storica.

Figura chiave della geografia francese, ha rinnovato la disciplina tra gli anni ’60 e ’70 puntando sulla geografia sociale e l’analisi dei processi demografici ed economici. Le sue opere, valorizzate in Italia da Lucio Gambi, hanno spostato il focus dalla classica descrizione regionale all’organizzazione territoriale, criticando approcci obsoleti. 

George ha promosso una visione in cui la geografia studia i processi di produzione dello spazio da parte delle società, superando la tradizionale distinzione tra geografia fisica e umana (geografia sociale). Ha anticipato la centralità dell’umanità urbanizzata nel XXI secolo, studiando le dinamiche di sviluppo demografico (urbanizzazione).

La geografia di George si concentra sul territorio come prodotto storico in continua trasformazione.

I suoi manuali sono stati fondamentali per il rinnovamento della ricerca geografica contemporanea. 

Il dibattito ha evidenziato come le sue analisi abbiano superato visioni puramente descrittive, introducendo una lettura critica delle strutture spaziali e sociali, un approccio definito da alcuni come “morfologia sociale”. 

Gaetano Ferro (1925 – 2003) si contrappone alle tesi di Gambi. Per lui la Geografia Storica è lo studio delle società umane e delle loro interazioni con la natura nel corso del tempo, focalizzandosi sui paesaggi in mutamento. Il suo approccio metodologico integra fonti diverse per analizzare l’evoluzione spaziale, privilegiando la diacronia e le trasformazioni, come evidenziato nel suo testo “Società umane e natura nel tempo. Temi e problemi di geografia storica”. 

Dunque, sviluppo diacronico, interazione uomo-natura, evoluzione del paesaggio, utilizzo combinato di strumenti cartografici e fonti storiche per ricostruire la geografia del passato, organizzazione territoriale. In sintesi, il contributo di Ferro sottolinea l’importanza di analizzare le trasformazioni dei paesaggi, ponendo l’attenzione su come una determinata fase storica abbia condizionato quella successiva. 

Ferro per ribadire l’autonomia della Geografia Storica confuta le tesi di Quaini. Geografia Storica, non è Storia della Geografia (o geografia antica). La Geografia storica studia il territorio. Per Ferro la Geografia storica nasce con l’umanesimo (scoperta dell’America). Ciò non è condivisibile in quanto esclude arbitrariamente le civiltà precolombiane.

Carlo Maranelli (1876 -1939), cui si avvicina Ferro,  sostiene ciò che oggi è geografia, domani sarà Storia. Il suo contesto culturale è nel dibattito meridionalista e nella geografia accademica del suo tempo. Figura complessa di geografo, oggetto di una singolare rimozione portata in luce criticamente da Lucio Gambi, sembra interessante valutare le riflessioni di Maranelli nella duplice prospettiva dell’«eterodossia», rispetto al contesto accademico e ideologico dei suoi anni, e della «fondazione» nella geografia italiana di un filone di studi meridionalisti, che solo decenni dopo la sua scomparsa avrebbe trovato nuovi cultori in Francesco Compagna, nei suoi allievi e in Pasquale Coppola.

La GS studia il territorio, le regioni, compie ricerca sul campo. Solo recentemente è stata avocata alla Geografia, prima veniva considerata affine alla storia (es. per la GS medievale). Ferro per sostenere la sua tesi si rifà ai geografi storici. Una disciplina nasce anche con l’isituzionalizzazione (riviste, gruppi di scienziati…).

Gambi non è d’accordo perchè le istituzionalizzazioni cadono con gli uomini che le hanno istituite se non hanno base. Meglio parlare allora di ambiti disciplinari.

Più controverse in senso differente le figure di Ghisleri, Ratzel e Reclus:

Arcangelo Ghisleri (Persico 1855 – Bergamo 1938), rappresentato come geografo “eterodosso” e “contestatore”, come antagonista della geografia accademica (Gambi). Il giudizio non sembra del tutto fondato, se si confronta, per esempio, la “Geografia per tutti” con “In Alto”, la rivista friulana diretta da Giovanni Marinelli, che con intenti analoghi e con eguale coerenza sviluppa il tema della “geografia di casa nostra”, formando i più importanti geografi italiani. Pensiero e opera di Ghisleri implicano cioè una valutazione più attenta e articolata delle correnti democratiche che nascono dal Risorgimento e alimentano buona parte della nostra geografia. La tesi del pre-fascismo dei geografi italiani è anche in questo caso pregiudizio da superare.

Friedrich Ratzel (1844-1904), fondatore della geografia umana e politica, ha introdotto concetti chiave come spazio vitale (Lebensraum) e organicismo statale. Il dibattito storico-geografico evidenzia il suo approccio deterministico, inteso come connessione uomo-suolo, dove lo Stato è un organismo che cresce orizzontalmente (territorio) e verticalmente (civiltà), spesso giustificando l’espansionismo imperiale. 

Ratzel sostiene l’influenza delle condizioni naturali sull’uomo, distinguendo rigorosamente le azioni che il suolo esercita sull’umanità (determinismo geografico).

Lo Stato è paragonato a un essere vivente che necessita di “spazio” per sopravvivere e crescere. In spazi ristretti, secondo Ratzel, la lotta per lo spazio vitale diventa disperata (organicismo statale).

Il suo pensiero ha influenzato le politiche coloniali tedesche, sostenendo la necessità di un impero mondiale e l’espansione territoriale, gettando le basi per la geopolitica tedesca successiva.

Molti geografi hanno criticato il suo approccio meccanico, cercando di interpretarlo più come una visione spirituale della connessione uomo-luogo.

Forte influenza delle teorie evoluzionistiche (Haeckel, Wagner) applicate alla geografia umana (evoluzionismo). 

Il dibattito continua a mettere in luce come il suo pensiero sia stato spesso travisato o estremizzato, perdendo il suo carattere di “visione” dell’interazione uomo-ambiente a vantaggio di una più rigida interpretazione politico-territoriale. 

Elisée Reclus (1830-1905): in principio era la Geografia, poi è diventata storia. Storia dell’insediamento, studiare gli insediamenti umani e le ragioni che hanno portato ad essi.

Il dibattito sulla geografia storica di Élisée Reclus evidenzia il suo approccio radicale e anarchico, critico verso la cartografia tradizionale, vista come strumento ideologico statale. Reclus proponeva una “geografia sociale” incentrata sull’unità umana, libera da confini politici, e promosse progetti innovativi come il grande globo in rilievo per rappresentare il mondo in modo reale. 

Reclus considerava le carte geografiche standard false e riduttive, espressione della “ragion di Stato” e del militarismo. Il suo lavoro, spesso svolto con collaboratori anarchici come Leon Metchnikoff e Pëtr Kropotkin, mirava a mostrare la terra senza una prospettiva eurocentrica.

Il “Grande Globo” (127,5 metri di diametro) doveva essere una rappresentazione in scala 1:100.000, un progetto utopico per unire geografia e libertà (Utopia geografica). Nonostante la critica alle carte, Reclus ha utilizzato e sviluppato carte tematiche “geopolitiche” innovative. La riscoperta moderna di Reclus, curata da studiosi come Ph. Pelletier e F. Farinelli, sottolinea il valore attuale della sua visione geografica contro l’ineguaglianza.

(Geografia storica – 21.1.1998) MP

commenti (1)

Michelle scrive:

2 Febbraio 2017 alle 15:10

Celeste

Поднебесная

Podnebesnaja

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