Guerrieri nella nebbia

Da Margherita

A Vicenza ci sono stata il più a lungo possibile. Sono scesa prima del previsto e me ne sono andata giusto in tempo per non ricominciare a mettere radici.
Nel frattempo, quelle dell'unica pianta che mi è rimasta uscivano dai fori del suo vaso, che avevo lasciato sulla mia scrivania trentina, con una bottiglia di birra riempita d'acqua a fornirle la dovuta irrigazione durante la mia assenza.

A cinque giorni dalla fuga "per preservare la mia sanità mentale" ero già intenta a contemplare la nebbia, l'asfalto e i parcheggi intasati, dicendomi che la mia terra è ostile e arida. Con ogni singola persona che ho rivisto si è optato per la via dell'alcol, a testimonianza del fatto che devo smetterla di raccontarmi che ci sono persone con cui bevo più di altre. Pare quasi un ritorno alle origini; ci si ricongiunge in Veneto, dove non resta che accamparsi in qualche osteria gradevolmente smarza a bere fino a che il corpo lo tollera, come è sempre stato.

Durante una serata priva di peculiarità, un alcolista qualsiasi si è seduto al mio tavolo per raccontare la storia delle sue sfighe e apostrofare come trasandato il mio ricercato look da vecchina eccentrica. Al tavolo accanto, alcuni tizi della mia età condividevano squallide storielle a sfondo sessuale, denigrando pubblicamente le loro ragazze.

Ho ricominciato a leggere con fare ossessivo per abbandonare il mio corpo e le circostanze in cui mi trovo a vivere. Come alle scuole medie, solo che ora abbandonare il mio corpo risulta doloroso e arduo. Ho ricominciato a leggere con fare ossessivo anche perché avevo disimparato ad utilizzare questa strategia difensiva. I libri sono corazze e a volte anche muri, in barba alla retorica che vuole i lettori più aperti e flessibili dei non lettori. Ho incontrato un romanzo che mi ha fornito il linguaggio per articolare, finalmente, ciò che provo da mesi, la mia desolazione. Ancora una volta, ho ceduto alle metafore, lasciando che contaminassero ciò che vedo, l'odore dell'aria, il colore del cielo, il ricordo di ciò che è passato.
Un amico che non vedo mai ha inteso e mi ha suggerito la via della solitudine e della purificazione. Abbiamo parlato per metafore fino a che non c'è stato più verso di ingerire altro vino. Poi ho dormito quieta nel mio nuovo pigiama, che è insieme un rebus e una prova tangibile del fatto che il mio isolamento è solo geografico.

Sono stata muta, in posizione fetale, quasi nascosta sotto al tavolo della cucina.
Ho passato ore nella microscopica vasca da bagno di casa, a leggere e ad ascoltare una copia su cassetta di In the Aeroplane Over the Sea, che è l'unico disco che io abbia conosciuto che va preso come tale e che ti rende suo schiavo fino alla fine del lato b.

Ho contemplato braccia piene di solchi e piccole ferite provocate dal legno e dall'acciaio, addolorandomi per ciò che pareva un nonnulla, ripercorrendo sentieri bianchi, microscopiche sterrate, brevi rettilinei. Le mie braccia solo pulite, piane, non raccontano una storia.
Un tempo qualcuno mi disse che ho piccole mani da studentessa, prive di calli, cicatrici, segni di qualsiasi tipo. E' vero. Scrivere non lascia marchi sul corpo, almeno non quel genere di marchi. Ho mani che non mostrano traccia del lavoro svolto e unghie irregolari con le quali incidere la pelle, ma si nota poco.
Per anni ho ricevuto piccole sberle sulle dita, poiché non è giusto che una ragazzina perbene si presenti con unghie poco ordinate.
Ora realizzo che ne ho bisogno per scrivere. A volte sogno di comunicare con le persone indicendo brevi messaggi sulle loro schiene, così che possano leggerli solo dopo la mia scomparsa, o ascoltando i percorsi tracciati dalle mie unghie, scindendoli dal dolore.

Una sera sono tornata nel parco dalla recinzione fallata, che è grande e terribilmente triste. L'ultima volta, ci ero stata da ubriaca di limoncello e birra e, nell'oscurità, avevo sentito la voce della prima persona che avevo creduto di poter amare per sempre, mentre attorno a me c'era chi si stupiva del fatto che ci fossimo mai frequentati, tanto siamo diversi ora. Sono tornata in quel parco perché penetrarlo richiedeva poco lavoro, e perché quello che avrei scelto altrimenti non ha più l'aspetto di un tempo. Faceva molto freddo. Lì ho sentito la portata di ciò che sono stati gli ultimi anni sulla mia carne gelata, senza alcun preavviso. Sette anni fa bevevo vino rosso nello stesso parco, che doveva ancora essere aperto al pubblico e che era, se possibile, ancor più triste di quanto lo è ora. Sette anni dopo, la scena è parsa simile: vino rosso, discorsi seri, il rischio di essere beccati.

Ci si ricongiunge in Veneto. Si beve fino a stordirsi, ignorando il fatto che le abitudini non cambiano fuori dal Veneto. Si comunica come si riesce.
Un giorno un prete mi disse che gli adolescenti usano l'alcol come pavide creature che non hanno il coraggio delle proprie azioni. Trovai il suo giudizio crudele, oltre che mal calibrato, ma non dissi nulla.


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