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Haftar e Russia: un modello siriano per la Libia?

Creato il 02 febbraio 2017 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Antonella Roberta La Fortezza

Negli ultimi anni si è assistito ad un ritorno importante e manifesto della Russia nelle vicende economiche e militari del Grande Medio Oriente e nella fattispecie in quelle del Mediterraneo. Lo sbocco e la proiezione verso i mari caldi e in particolare verso il Mare Nostrum ha costituito un punto cruciale della politica estera russa, dall’Impero zarista a quello sovietico arrivando fino alla nuova Russia di Vladimir Putin [1]. La penetrazione strategica russa verso il Mar Mediterraneo mira infatti ad assicurarsi una presenza stabile nel cuore di una regione ricca di risorse e di rilievo geopolitico. In questo contesto tattico e strategico si inserisce lo schema teorico-pratico disegnato da Putin e volto a ricostruire una sorta di rete di alleanze che colleghi su un’unica linea immaginaria tutti gli sbocchi marittimi russi, dalla Crimea alle basi presenti sulle coste del continente africano, passando per quelle mediorientali. È in questa ottica che va dunque letta la politica di Mosca degli ultimi anni volta ad aumentare quantitativamente e a migliorare dal punto di vista qualitativo i legami bilaterali con i Paesi della regione del Mediterraneo, sostenendo specifiche personalità tramite le quali assicurarsi un governo politicamente vicino anche per il futuro. Emblematico è il caso siriano, situazione nella quale Mosca ha sostenuto politicamene, diplomaticamente e, a partire dal 2015, militarmente, l’antico alleato Assad. Questo particolare approccio strategico ci spiega anche il crescente interesse della Russia, dimostrato già dal 2015, verso le vicende libiche [2]. Agli occhi del Cremlino e nel quadro della generale strategia di potenziamento della propria presenza nel Mediterraneo, Libia fa oggi rima con Siria.

Indubbiamente la Libia è un dossier molto diverso da quello siriano: Mosca non ha in Libia l’equivalente di un Assad e nel 2011 ha perso, con la caduta di Gheddafi, quella bozza di alleanza che cominciava a profilarsi [3]. La Russia non ha neanche interessi economici in Libia paragonabili a quelli che detiene in Siria (principalmente in materia di diplomazia militare ed energetica) e giustificabili un futuro impegno massiccio; eppure, nella partita geopolitica alla quale Putin sta giocando, la Libia assume una connotazione particolarmente interessante sotto vari punti di vista. Per cominciare, il Paese nordafricano è uno dei teatri di crisi maggiormente adatto per influenzare e pungolare il vicino europeo timoroso di vedere la situazione della sponda sud del Mediterraneo complicarsi ulteriormente, nonché per proseguire contestualmente con la strategia di competizione con gli Stati Uniti. La Libia ha in questo senso un valore anche simbolico: l’intervento in Libia contro Gheddafi nel 2011 fu possibile perché la Russia, guidata allora da Dmitrij Medvedev, si astenne in Consiglio di Sicurezza non utilizzando il proprio diritto di veto [4]. Da quel momento il caos libico viene addebitato alle scelte dell’amministrazione statunitense per essere usato, all’occorrenza, dalla Russia per indebolire il prestigio e l’influenza statunitense nell’area. «Gli americani si comportano in Medio Oriente come un elefante nella cristalleria, pur di affermare il loro dominio» [5], parole queste del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che rivelano da un lato la tensione esistente con Washington, dall’altro la retorica di Mosca volta a indebolire l’avversario e a mostrarsi come soggetto pacifico e risolutore di crisi. La Libia, insomma, si presenta agli occhi di Mosca come una preziosa opportunità, sotto vari punti di vista, per rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo; opportunità ancor più allettante ora che la partita siriana sembra stia volgendo verso una fine più o meno concordata con le altre parti, o perlomeno ora che gli interessi russi in Siria sembrano ormai raggiunti e la nuova amministrazione Trump sembra poco propensa ad impegnarsi politicamente in queste aree.

Ma se Libia fa rima con Siria è anche vero che il Generale Khalifa Haftar potrebbe far rima con Assad, sebbene anche in questo caso esistano profonde differenze tra i personaggi in questione. Taluni analisti hanno, infatti, parlato dell’applicazione di una sorta di modello siriano anche nel Paese nordafricano [6]. Tale modello consisterebbe appunto nel dare il proprio appoggio ad un uomo forte che con il pretesto di combattere il terrorismo invochi l’aiuto di Mosca consentendole così di raggiungere, più o meno velatamente, l’obiettivo strategico di ampliamento della propria influenza nel Mediterraneo. Il corteggiamento, lento ma costante, che ha caratterizzato almeno a partire dall’estate del 2016 il rapporto Tobruk-Mosca, sembra andare in questa direzione. Haftar non è certamente “l’uomo dei Russi”, anzi l’avvicinamento sembra essere proceduto in maniera così lenta proprio a causa delle preoccupazioni di Mosca dovute alla storia professionale e personale di Haftar [7] le quali hanno imposto un atteggiamento cauto volto a valutare attentamente la fedeltà del Generale. In realtà molte fazioni libiche hanno cercato l’appoggio di Mosca ma soltanto l’“uomo forte” di Tobruk è stato in grado di mettere sul piatto delle trattative una rete di contatti e di sostegno tale per cui, con il dovuto appoggio russo, si potesse ben sperare di arrivare alla stabilizzazione della Libia sotto il comando unico di un uomo fedele e vincolato a Mosca da un obbligo di riconoscenza. Ha giocato d’altra partea favore di Haftar anche il rapporto privilegiato che il Generale ha con il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, allo stato attuale molto vicino a Mosca. Viaggi e incontri tra personalità russe e cirenaiche, facilitati dal fatto che Haftar ha peraltro studiato in Unione Sovietica insieme agli ufficiali dell’ex Armata Rossa acquisendo così la forma mentis tipicamente russa, si sono dunque moltiplicati negli ultimi mesi, in un costante sforzo volto a studiare la controparte e ad accertarne la buona fede e le reali intenzioni. Già a maggio 2016 la Goznak, azienda produttrice di banconote e monete a partecipazione statale russa da giugno del 2014, ha stampato circa 4 miliardi di dinari libici, pari a 2,9 miliardi di dollari, che sono stati messi a disposizione della Banca Centrale di Bayda, Banca non ufficiale che fa capo al governo di Tobruk e che si contrappone alla legittima Banca Centrale Libica che, subito dopo lo sbarco di Fayez al-Serraj al Governo di Accordo Nazionale (GNA) a Tripoli (nel marzo-aprile 2016), ha dichiarato di riconoscere e sostenere quest’ultimo.

È tuttavia nell’estate scorsa che è emersa chiaramente la strategia di avvicinamento tra la Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk e il Cremlino. La prima visita del Generale nella capitale russa risale al giugno 2016; qui Haftar ha incontrato il Ministro della Difesa, Sergej Shoigu, e, cosa ancora più significativa, è stato ricevuto dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Nikolaj Patrushev, persona estremamente vicina al Presidente Putin. L’obiettivo del Generale libico era quello di assicurarsi un accordo sulle armi con Mosca per dotare le forze militari di Tobruk di sistemi di terra e aria più avanzati rispetto a quelli a disposizione provenienti da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. All’epoca però Mosca fu irremovibile: le armi non potevano essere consegnate a causa dell’embargo ONU previsto dalla Risoluzione 1970/2011 adottata dal Consiglio di Sicurezza [8]. Due mesi dopo questo primo incontro, il 22 settembre, sarà Abdel Basset Badri, rappresentante speciale del Generale, a recarsi nuovamente a Mosca chiedendo proprio per conto di Haftar l’avviamento di un’operazione militare russa anti-jihadista, sulla falsa riga di quanto già fatto in Siria, così da rinforzare l’Operazione Dignità lanciata da Haftar nel 2014 contro le milizie jihadiste in Cirenaica. Il vice Ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, fece allora sapere tramite la stampa che si sarebbe attentamente valutata la richiesta libica. La posizione di Haftar si è poi ulteriormente rafforzata in autunno in seguito all’accordo del valore di 4,4 miliardi di dollari siglato con il Cremlino per la manutenzione di aerei e navi militari di fabbricazione russa già in possesso dell’esercito guidato da Haftar. La soluzione della manutenzione degli armamenti appare evidentemente come un escamotage volto a bypassare l’embargo posto dalle Nazioni Unite sull’arrivo di armi in Libia. A questo scopo sono quindi arrivati in Cirenaica i consiglieri militari russi ai quali spetta il compito di rinnovare i sistemi d’arma e aggiornare le difese navali e aeree di Tobruk. Nel quadro di un ormai chiaro avvicinamento tra Tobruk e Mosca, alla fine del mese di novembre, il Generale libico è tornato nella capitale russa dove ha incontrato nuovamente Shoigu e Patrushev. Così come emerso da alcune fonti dell’intelligence e dal sito israeliano Debkafile, al centro dei colloqui tra Haftar e i vertici russi vi sarebbe stata la possibilità di aprire una base militare russa sulle coste di Bengasi; la base, gemella rispetto a quella di Hmeymim in Siria, e che dovrebbe aggiungersi all’uso della base navale di Sidi Barrani che si sta negoziando con l’Egitto, implicherebbe un ulteriore miglioramento della posizione strategica del Cremlino nel Mediterraneo. In un’intervista ai media locali russi che Haftar ha rilasciato a conclusione della visita a Mosca, il Generale avrebbe poi fatto riferimento ad un possibile ruolo delle società russe nel rispristino delle infrastrutture libiche e alla possibilità che, qualora l’embargo sulle armi alla Libia venisse revocato, il governo di Tobruk possa chiedere l’assistenza di esperti militari russi. Semmai la Russia dovesse realmente fare pressioni per sospendere l’embargo e indebolire le risoluzioni riguardanti petrolio e Banca Centrale, Haftar avrà mano libera per poter ulteriormente allargare la propria azione contro i terroristi, vagamente definiti anche nello scenario libico. Il viaggio di Haftar, del resto, avveniva proprio mentre gli USA giocavano la partita su Sirte contro le cellule locali legate allo Stato Islamico, vittoria rientrata nel conteggio di quelle del governo di Tripoli e delle milizie di Misurata. Infine, il 2017 si è aperto con un nuovo passo sulla strada che porta Haftar verso Mosca: il 12 gennaio il Generale, ha tenuto una videoconferenza sulla portaerei Kuznetsov con Shoigu, incontro che avrebbe avuto come obiettivo una possibile assistenza russa alle forze di Tobruk nella guerra al terrorismo ma nel quale le posizioni di Mosca sono sembrate, esattamente come già a giugno e poi a novembre, restie, almeno per il momento e quantomeno formalmente, a contravvenire al divieto di vendita di armi in Libia così come sancito dal Consiglio di Sicurezza. Mosca sembra però disposta ad impegnarsi quantomeno diplomaticamente nei consessi internazionali a favore di una cancellazione dell’embargo, in cambio, parrebbe, della possibilità di aprire la già discussa base militare russa vicino a Bengasi. Ed anzi, stando a quando scrive il quotidiano panarabo qatarino “Quds al-Arabi”, proprio durante la visita sulla Kuznetsov, il Generale avrebbe di conseguenza “firmato un accordo” con Mosca per l’installazione della base a Bengasi [9].

La crescente influenza di Mosca nel Paese nordafricano sembra essere favorita anche dall’assenza di un Occidente consapevole e fermo su una coerente e decisa visione di una nuova Libia post-Gheddafi, incapace soprattutto nel definire una coerente e adeguata strategia di state building una volta terminata la campagna militare del 2011. In questo vacuum Mosca intende inserirsi proponendo una propria visione strategica, da leggersi, evidentemente, in concomitanza con il recente cambio al vertice dell’amministrazione statunitense. Il neo Presidente Trump ha già palesato il proprio scarso interesse a sostenere al-Serraj e il suo Governo di Unità Nazionale. Il prospettato ritorno ad una politica isolazionista da parte statunitense, potrebbe essere stato uno dei fattori non di poco conto nell’avvicinamento di Haftar a Mosca. È dunque logico supporre che il GNA di al-Serraj – già agonizzante, sempre più disgregato al suo interno e incapace di estendere la propria legittimità in Tripolitania e al di fuori di essa –, perderà anche gli ultimi restanti riverberi di un sostegno mal concepito e mal attuato. Emblematici in tal senso sono i tentativi di colpo di Stato di ottobre 2016 e di gennaio 2017, condotti da alcune milizie islamiste vicine all’ex Premier tripolino Khalifa Ghwell.

Dato il contesto presente, presumibilmente più il governo di Tripoli collasserà sotto il peso dei nemici interni e sotto quello della mancanza di sponsor politici esterni, tanto più aumenteranno le possibilità concrete che il Generale Haftar possa riuscire, sebbene lo sforzo sia notevole anche per le sue milizie, a riunificare la Libia sotto l’unica bandiera di Tobruk e con l’aiuto dei suoi alleati (Egitto e Russia su tutti). Nel momento in cui il governo al-Serraj sarà, infatti, definitivamente abbandonato dall’alleato oltreoceano si vedrà costretto a scendere a patti con Tobruk e dunque con Mosca; dovendo negoziare a quel punto da una posizione di inferiorità sul campo sarà costretto, per sopravvivere, ad accettare senza riserve il ruolo primario di Haftar nella ridefinizione degli equilibri interni del Paese. Rimuovendo le cause di debolezza di Haftar, l’appoggio russo potrebbe dunque far pendere definitivamente l’ago della bilancia in favore del Generale e della sua soluzione militare del conflitto. Haftar, mai propenso a negoziare con il governo di al-Serraj,  lo sarà sempre meno nel momento in cui vedrà arrivare aiuti concreti da parte di Mosca. Mentre sul terreno il Generale continua ad avanzare, occupando quasi interamente il territorio intorno a Bengasi e detenendo il controllo militare della zona della Mezzaluna petrolifera, ha cominciato del resto anche a proporsi come un leader con una visione politica della Libia pacificata e votato al bene del Paese. Con una mossa astuta, infatti, Haftar non ha assunto presso i suoi uffici la gestione dei pozzi petroliferi conquistati, ma ha ceduto la gestione degli stessi alla compagnia petrolifera nazionale. Sono però le milizie del Generale a sorvegliare i pozzi petroliferi detenendo così nelle loro mani il futuro di un Paese che ha da sempre basato la propria economia sulla produzione e conseguente esportazione di greggio.

Va comunque la pena di sottolineare che, sebbene la Russia abbia incrementato il proprio coinvolgimento politico e militare in Libia, essa ha comunque mantenuto un certo grado di ambiguità e finanche un certo distacco: da un lato ha continuato a sostenere il processo di pace nei termini delineati dalle Nazioni Unite; non è un caso infatti che la Mosca abbia finora approvato o si sia astenuta in tutte le votazioni relative alle Risoluzioni in favore del processo politico di pace in Libia e non sono ancora un caso i tentennamenti nei confronti delle richieste di Haftar circa la possibilità di violare l’embargo. Dall’altro, tuttavia, ha indubbiamente e sempre meno velatamente continuato a sostenere Haftar in nome della lotta al terrorismo. La “vittoria” siriana e le nuove dinamiche che verranno a crearsi nei rapporti USA-Russia potrebbero dare però una maggiore forza alle posizioni russe decretando definitivamente la nascita di una esplicita e ufficiale politica di sostegno ad Haftar con la costante consapevolezza, tuttavia, che la Libia non è il fine ultimo per la Russia, ma semplicemente uno dei tanti mezzi possibili per raggiungere la più generale strategia di ritorno nel Mediterraneo.

* Antonella Roberta La Fortezza è OPI Contributor

[1] Esempi emblematici della politica mediterranea della Russia zarista sono le numerose avventure ottocentesche contro l’Impero Ottomano, detentore del controllo degli Stretti che davano l’accesso appunto al Mediterraneo. La guerra di Crimea (1853-1855) condotta dallo Zar Nicola I contro la Sublime Porta è sicuramente tra gli episodi maggiormente paradigmatici di questa linea strategica: in seguito alla crescita delle esportazioni di grano dal Mar Nero e alla corrispondente crescita delle importazioni di merci manufatte in gran parte inglesi, la Russia degli zar guarderà sempre più allo sbocco sul Mar Mediterraneo come ad un bisogno vitale per il mantenimento e l’accrescimento della propria posizione economica e strategica. Sebbene sostenuto da ulteriori motivazioni di tipo ideologico legate al nuovo contesto della Guerra Fredda, il principio generale di presenza nel Mediterraneo sarà seguito anche dall’Unione Sovietica: l’appoggio economico, militare e politico dato all’Egitto, Paese guida del movimento panarabo e di quello dei non-allineati e pivot nelle vicende mediterranee almeno fino alla morte del Presidente Gamal Abdel Nasser, può ancora una volta leggersi tramite la lente della volontà sovietica di mantenere una propria presenza nel Mare Nostrum. Infine, dopo anni di disimpegno nel bacino mediterraneo dovuti al collasso dell’Unione Sovietica e alla necessità di ridefinire la propria politica e le proprie strutture non solo istituzionali ma anche di pensiero, la Russia di Putin è tornata, almeno a partire dal 2011, a guardare con attenzione alle vicende dell’area geografica così come definita dalle acque del mar Mediterraneo. Il ritrovato interesse per la regione è quindi sfociato, nel dispiegamento della flotta russa nelle coste a largo della Siria già nel maggio 2013, dispiegamento che nell’ottobre del 2016 è divenuto il più massiccio della storia russa, superiore anche a quello della V Flotta sovietica.

[2] Tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015 l’interesse russo verso la Libia comincia chiaramente a palesarsi nelle varie dichiarazioni dei vertici moscoviti. In particolare, nel febbraio del 2015, le dichiarazioni del Rappresentante russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, prospettano la possibilità di un intervento russo, nell’ambito di una coalizione internazionale, in Libia. A partire da quel momento la Libia sarà un argomento sempre più presente nella politica di Mosca.

[3] Le prime relazioni tra il rais libico e l’allora URSS risalgono circa a metà degli anni Settanta. Si trattava soprattutto di rapporti commerciali legati in particolare alla vendita di armi sovietiche in una Libia anti-occidentale. Il primo grande accordo miliare tra i due Paesi è stato firmato nel 1974: in seguito ai vari accordi truppe sovietiche stazionarono a Tripoli mentre gli ufficiali libici si addestravano a Mosca (lo stesso Haftar ha, infatti, studiato nelle accademie militari russe). Negli anni la compravendita di armi russe ha fatto sì che l’arsenale libico arrivasse a comporsi per circa il 90% di armi sovietiche. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica i rapporti si sono raffreddati. Soltanto con il viaggio di Putin in Libia nell’aprile del 2008 i due Paesi hanno ritrovato un’amichevole intesa che ha portato ad una serie di accordi economici e di scambio.

[4] Il riferimento è alla Risoluzione n. 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza, con la quale si autorizzava l’intervento in Libia. Il testo della risoluzione è disponibile all’indirizzo: http://www.un.org/fr/documents/view_doc.asp?symbol=S/RES/1973(2011). In sede di votazione della risoluzione si registrarono le astensioni di due dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza: Russia e Cina.

[5] Si veda la dichiarazione del Ministro degli Esteri russo apparsa nell’articolo online di Anna Zafesova, Il risiko dello zar per dividere America e Europa: dopo la Siria entra nella partita di Tripoli, La Stampa, 3 agosto 2016.

[6] Si veda l’articolo di T. Megerisi and M. Toaldo, Russia in Libya, A Driver for Escalation?, in Sada Journal, Carnegie Endowment for International Peace, December 8, 2016.

[7] Il Generale Khalifa Belqasim Haftar è stato uno dei comandati dell’esercito del regime di Muammar Gheddafi. Durante la guerra tra Libia e Ciad venne armato e finanziato dagli Stati Uniti. Nel 1990, dopo tre anni di prigionia, venne rilasciato e si rifugiò proprio negli USA dove trascorse i successivi vent’anni. Secondo alcune fonti durante i due decenni negli Stati Uniti avrebbe anche collaborato con la CIA. Il Generale Haftar è tornato in Libia soltanto nel 2011 per sostenere l’insurrezione contro il suo vecchio rais.

[8] Il riferimento è alla Risoluzione n. 1970 del 2011 adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la quale si è decretato l’embargo sulle armi in tutto il territorio libico. Il testo della Risoluzione è disponibile online all’indirizzo http://www.un.org/fr/documents/view_doc.asp?symbol=S/RES/1970(2011).

[9] Libyan general Khalifa Haftar visits Russian aircraft carrier, The Middle East Eye, January 11, 2017.

Photo credit: Reuters/Maxim Shemetov

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