Magazine Diario personale

Ho paura dell’acqua

Da Maddalena_pr

LA VASCA DA BAGNO E ALTRE AMENE LOCALITÀ BALNEARI

2016-03-31 18.53.16_pe_wprn

Tipo che al mare non ci andiamo mai, che se ci vado resto sulla spiaggia, e semmai scendo nella sostanza turchina che ho davanti solo fino alle anche. Tipo che mio figlio, il primogenito, ha visto il mare una sola volta, forse non l’ha nemmeno toccato, e un’altra ci siamo andati fuori stagione, che così avevamo tutti la nostra buona scusa per limitarci a lanciare sassi e slalomare tra resti dimenticati di bottiglie. E quella volta è stata la prima e ultima per Sarah, e un po’ – non lo nascondo – me ne vergogno. Isabelle non era ancora germogliata nemmeno in forma teorica e, quindi, avrete intuito, posso pubblicamente confessare che a 26 mesi ancora non sappia il mare cosa sia.

Tipo che quando sfoglio un libricino dei suoi con tutti i paesaggi e le prime parole (ora direi anche le seconde, le terze e così via, di un vocabolario rapidissimo) mi fermo sulla fattoria, mi fermo sulla montagna, la città, gli oggetti più disparati, come la mietitrebbia (e che cazzo gliene frega, dimmi tu, a un bebè, di imparare “mietitrebbia”?), ma quando arrivo alla pagina sul mare la salto a piè pari, ché tanto non saprei cosa dirle. Gabbiani, boe, pescatori e quel bel faro a strisce sul golfo: e che ti devo dire, amore mio? Te ne posso parlare, come della luna e degli astri, dei satelliti e delle comete.

Tipo che da mesi se non anni, i miei figli aborriscono perfino la banale vasca da bagno al cospetto della più rapida doccia: il padre, in processione, li lava uno via l’altro entrando a stento nel box un po’ come quando un’intera famigliola si calcava nella cabina del telefono pubblico per salutare un parente.

Perfino Isabelle, ardita e impavida in quasi tutto, dovette abdicare in favore della doccia lo scorso settembre quando, espletando improvvisi bisogni nella vasca (che fino ad allora adorava), fu colta da immediato sgomento alla vista di barchette fluttuanti che non erano propriamente barchette. L’esperienza deve averla segnata perché, da allora, e per lunghissimi mesi, la vasca è diventata oggetto di aperto e ostinato rifiuto.

Per cui no: non siamo animali acquatici.

E, pure, va detto che nei mesi caldi i bambini possono usufruire di piscina in gomma alta ben 20 cm, canna per l’acqua, secchielli e fogliame vario con cui sbizzarrirsi. Ma la felice parentesi non sembra sufficiente a disarcionare una congenita resistenza.

Indotta però a subliminale pietà nei confronti non tanto di marito con piedi palmati alla terza doccia, quanto verso la vasca troppo a lungo inutilizzata (non ci lavo i capelli, non ci sciacquo le mutande), arriva il giorno che decido di riconciliare almeno Isabelle e il bagno.

Ed è lì che comincia la vera paura dell’acqua: la mia, però.

Mi adopero con bolle di sapone e bambole di plastica, spoglio la piccola e la intingo a forza nell’acqua come lo stuzzicadenti per vedere se la torta è cotta, incurante della sua rigidità muscolare.

“No, no!”
“Ma ti faccio le bolle, ti faccio le…”

A 5 secondi dall’immersione coatta la piccola era già dentro fino al collo, schiamazzava con la schiuma che vola a ogni saltello, si versava scodelle intere di acqua e sapone in ogni dove, intonacava pareti e bordo con le sue mani incantate.

Dopo un’ora di ammollo cercavo ancora il modo per estrarla senza improperi.

Il giorno dopo sorte ha voluto che una persona dicesse “bagno” mentre eravamo al parco, Isabelle registra e riproduce: “Anch’io, ba-gno!” La immergo ore 17.35, mio marito la preleva alle 18.50. Con urla.

Il pomeriggio seguente, senza nessuno stimolo verbale bensì, suppongo, per il noto riflesso condizionato, al rientro dal parco avanzava la stessa richiesta: “Mamma, famo banietto.”

E famo sto bagno, aò.

Fino alla punta eccezionale delle 8.35 del mattino. Gli altri sono appena usciti, lei ha l’illuminazione geniale: “Mamma, famo banietto.” Figlia in vasca, madre sul cesso, il tablet in braccio (a proposito, molti commenti che trovate su facebook hanno appunto questi natali).

E non è che non sia fiera e felice per questa ritrovata acquaticità. Però comincia a mettermi una certa soggezione. Tipo che se alla tv c’è qualcosa di acquatico in un cartone già temo l’assalto. Tipo che se dico “vado in bagno” già temo l’associazione di idee. Tipo che adesso mi viene di qua: “Mamma… famo…”

Famo che una volta ti porto al mare, va’.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog