Holy Motors: nella Mente del Dio Cinema

Creato il 05 giugno 2013 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Cristian Sciacca

Il regista francese Leos Carax si sveglia nel cuore della notte, si alza dal letto ed entra tramite un passaggio segreto (sembrerebbe il cielo che si squarcia) in una sala cinematografica, in cui è proiettato un film di King Vidor, La folla, scelta niente affatto casuale. È questo il suggestivo incipit di Holy Motors, quinto lungometraggio (sesto se si conta l’episodio firmato in Tokyo!) di Carax, ex enfant prodige del cinema transalpino, talento visionario, bizzoso e discontinuo. Un prologo che mostra i temi che verranno affrontati con approccio surrealista: cos’è il cinema, chi lo fa, chi lo guarda e, soprattutto, dove sta andando. Atto d’amore per la settima arte o pretestuoso esercizio di stile? Mai come in questo caso questo dubbio si rivela inopportuno, se non dannoso: perché guardare Holy Motors significa immedesimarsi completamente nel suo protagonista, Monsieur Oscar (uno strepitoso e camaleontico Denis Lavant), un omino che, scortato per le strade di Parigi dalla limousine guidata dalla misteriosa Céline, ogni volta che scende dall’auto cambia identità, entra in una vita diversa, in un film diverso.

Ecco il primo motivo per cui Holy Motors merita la visione: perché è purissimo metacinema. L’opera di Carax viaggia su due livelli narrativi: il passaggio da un “appuntamento” (ovvero da un genere) all’altro, corrisponde a quello da un sogno (del regista? Nostro?) all’altro. Solo che a differenza del sogno, qui la soluzione di continuità è data, all’interno della limousine, da una realtà che si rivela ancor più straniante e misteriosa del momento onirico. Ogni appuntamento di Oscar è preannunciato, preparato e vissuto con carne e sangue. Si torna sempre vivi, ma un po’ più stanchi: perché la macchina (da presa) è esigente, non si ferma mai, guidata dal(la) regista spoglia la persona del proprio Io e la trasforma in personaggio, in un milione di personaggi. E non risparmia né gli attori, né gli spettatori: si viene fatti a pezzi e ogni pezzo rimane impresso su pellicola, un po’ come la fotografia che, secondo gli Indiani d’America, ruba l’anima.

Secondo motivo per apprezzare il film di Carax: pur patendo alcuni cali di ritmo, si assiste a delle scene, estrapolate dal contesto, che rapiscono letteralmente lo spettatore. Le fisarmoniche che suonano in chiesa, il “sequestro” di Eva Mendes al cimitero, ma soprattutto la sequenza del motion capture: quest’ultima semplicemente da antologia. C’è moltissimo Lynch, nel bene e nel male: nei momenti migliori, sono numerosi i richiami a Strade perdute (le realtà sovrapposte, il deus ex machina), in quelli meno riusciti invece prevale l’autoreferenzialità di INLAND EMPIRE, una mancanza di incisività e capacità evocativa che si rivela proprio in uno dei momenti topici della pellicola, l’incontro con l’amata Jean, una Kylie Minogue che mancava sul grande schermo dalla comparsata in Moulin Rouge!.

Terzo motivo per cui Holy Motors è un film che vale: perché pur essendo un lungometraggio tutt’altro che perfetto e a tratti pretenzioso, c’è maggior bisogno di un’opera come questa che di cinquanta (pseudo)drammi realistici, che in quest’epoca, spesso a casa nostra, la fanno da padrone. È questo il cinema da promuovere, quello che ti impone la massima attenzione per tutta la durata e non smette di offrirti domande e riflessioni neanche dopo la visione. Quello che, pur potendo apparire narcisista ed elitario, ha il coraggio di osare e non ha paura di andar sopra le righe: si veda la scena finale, al limite tra sublime e grottesco. E pazienza se Kubrick, l’ di Fellini e il vecchio Lynch sono ancora su un altro pianeta, o se i dubbi sovrastano le certezze: dove sta scritto che il cinema deve sempre dare risposte?


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