House of Cards

Da In Central Perk @InCentralPerk
Quando i film si fanno ad episodi.
Metti insieme nomi come Kevin Spacey, Robin Wright e David Fincher.
Uniscici quelli di Joel Scumacher, James Foley e soprattutto Beau Willow, più una spruzzata di giovani promesse come Kate Mara.
Se a farci da base metti poi il romanzo di Andrew Davies (da cui già era stata tratta una miniserie TV inglese nel 1990) che svela intrighi e scandali della Casa Bianca quello che otterrai è House of Cards.

Il telefilm fa parlare di sé già solo per il modo in cui è uscito visto che l'offerta migliore l'ha fatta la piattaforma di NetFlix che ha -rivoluzionariamente- deciso di farla uscire il telefilm tutto in un sol colpo il 1° febbraio.
Ma oltre a questa curiosità veramente atipica per un prodotto seriale che perde così della sua intrinseca natura, è la serie stessa.
I suoi personaggi, dal primo all'ultimo, presentano parecchie sfaccettature ma tutte tendono al negativo visto che i lati positivi prendono il sopravvento di tanto in tanto, ma l'antipatia regna sovrana.
Come si può infatti patteggiare per Frank Underwood, protagonista meschino, pronto a tutto per scalare internamente i vertici del potere della Casa Bianca, tra intrallazzi politici, sessuali e economici? Come si può stare dalla parte di un marito che tradisce una moglie consenziente per lavoro e che si spinge sempre più oltre la morale pubblica riuscendo di volta in volta a farla franca? E della moglie che dire? Claire è fredda e spietata quasi quanto il consorte, che tradisce a sua volta -ma forse per amore- che trova da speculare pur facendo parte di un'organizzazione no profit. A chiudere il quadretto -oltre comparse più o meno ignobili, vedi il deputato drogato e alcolizzato che si vuole redimere- Zoe Barnes, una giovane giornalista combattiva disposta a concedere le sue grazie per avere gli scoop di prima mano.
Lo scenario non è certo così distante dalla politica attuale, anzi, forse quello che davvero infastidisce è il vederlo una volta per tutte con tutte le ipocrisie del caso davanti ai nostri occhi.
Il finale aperto fa comunque sperare in un po' di giustizia dopo che, episodio dopo episodio, colpi di scena e vittorie si sono susseguite a discapito di poveri -presunti- innocenti.

Ma se già l'intricato e machiavellico piano di Frank Underwood per arrivare al cima della vetta intriga non poco, soprattutto per le svolte e le speranze mai sopite che qualcosa si intoppi, a rendere House of Cards un prodotto di tutto rispetto è la sua realizzazione.
Come detto dietro a tutto c'è lo zampino di David Fincher che firma infatti la regia di alcuni episodi per poi lasciare spazio a nomi come Joel Schumacher e James Foley. La qualità è quindi quella di un film vero e proprio, con meravigliose scelte tecniche e una fotografia a tratti così grigia e patinata da soffocare.
Il tocco in più lo dà però Kevin Spacey. Quei suoi sguardi che guardano dritti alla telecamera, a noi, ci afferrano e ci lasciano interdetti e lui gigioneggia, si fa sempre più grande, rendendosi disprezzabile ma affascinante allo stesso tempo.
La morale è altrove, qui c'è posto per cinismo e mero potere.
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