I Classici e noi: una necessaria distanza

Creato il 28 gennaio 2015 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua
Capita molto spesso di assistere a rappresentazioni della classicità associate alla sottolineatura di un legame di identità che collegherebbe noi e il mondo greco-romano. Questo atteggiamento, che pure è in molti casi giustificato, dal momento che esiste una continuità culturale fra il pensiero degli antichi e il nostro, rischia però di ridursi ad un'impropria generalizzazione. Non di rado, insomma, ci si muove lungo un asse ai cui poli stanno un'affermazione di totale distacco dal passato (il sentimento tipico di chi sostiene che lo studio del greco, del latino, della storia o della filosofia siano inutili) e un'affermazione dell'assoluta identità fra noi e gli uomini vissuti tanti secoli fa. Due posizioni opposte, ma ugualmente errate.

G. De Chirico - Gli archeologi

Qualsiasi forma di dialogo fra civiltà, come l'attualità dovrebbe insegnarci, è basata sulla ricerca di una comunione che miri a sintetizzare e conciliare a non ad annullare le differenze: eliminate le particolarità di una (o di entrambe), si attua un processo di fagocitazione che produce fraintendimenti e rottura di qualsiasi rapporto. Fra il mondo contemporaneo e quello antico accade più o meno la stessa cosa, e la visione della cultura classica è non di rado appiattita a stereotipi che la rendono più un oggetto da antiquari che una materia viva da modellare per stabilire una dialettica fra passato e presente... e dialettica non vuol dire mai soppressione di una posizione, ma raggiungimento di un confronto che renda giustizia delle particolarità di una e dell'altra.
Per questo motivo ho sempre trovato grottesche le letture moderne del mito greco, ridotto ad un bagaglio di materiale da psicanalisi secondo un processo che forse aiuta quest'ultima disciplina ad esprimersi e a rendere visualizzabili come exempla dei processi interiori, ma che, al contempo, produce una vulgata che distorce il significato originario del mito stesso. L'esempio più noto è certamente quello di Edipo, che, ignaro delle proprie origini, uccide il padre Laio, sovrano di Tebe, per un banale motivo di precedenza (alla Frate Cristoforo, per capirci) e, arrivato nella città e sconfitta la Sfinge, sposa la propria madre e assume il titolo di sovrano; la psicanalisi vede nel mito la rappresentazione del conflitto profondo che oppone i padri ai figli e si concretizza in una contesa della madre. Fin qui nessun problema, la strumentalizzazione delle favole non è di per sé un male. Il problema è che la percezione comune del mito è ora legata a questa lettura freudiana, al punto che, per bilanciare la pulsione del figlio verso la madre, è stato scomodato un personaggio che, del tutto arbitrariamente, è stato tacciato di amore verso il padre: Elettra. Costei, infatti, organizza assieme al fratello Oreste l'assassinio della madre Clitemnestra e dell'amante di lei, Egisto, per vendicare l'uccisione del padre Agamennone, consumatasi dopo il ritorno del re dalla guerra di Troia. A questo punto sorge un interrogativo: se è un morboso attaccamento al genitore a muovere Elettra, che dire della compartecipazione di Oreste? Nulla, perché, se la psicanalisi può avvalersi di una spiegazione mitologica, il mito non piò avvalersi di una spiegazione psicanalitica. Semmai, è materia dell'antropologia, ma con uno stretto coinvolgimento di filosofi e filologi.

Edipo e la sfinge su una kylix del V sec. a.C.

Il mondo etico greco, come quello romano, non contempla la psicologia e il sentimento, ma solo un rigoroso sistema di condotta morale, che si basa, essenzialmente, sul rispetto reverenziale nei confronti degli dèi e del ghènos (un termine che potremmo smmariamente tradurre come famiglia, ma che implica un'idea molto più ampia del solo nucleo familiare, associabile a quello, etimologicamente comune, del latino gens). La tragedia greca, che ha offerto di Edipo la presentazione più famosa, non guarda ad alcuna pulsione sentimentale o sessuale del principe verso la madre, ma solamente all'inevitabile contrasto che la disubbidienza di Laio ad un oracolo ha messo nel suo animo: l'inconsapevolezza di aver danneggiato il ghènos e di essersi rivoltato contro la legge divina avendoli traditi con l'assassinio del padre e avendoli contaminati con l'incesto. Questo non produce alcuna nevrosi freudiana, ma solo un terribile mìasma (contaminazione) che si ripercuote su tutta la discendenza del sovrano e lo distacca irrimediabilmente da qualsiasi rapporto con la ratio divina.
Ugualmente, la vendetta di Oreste ed Elettra (in questo necessario ordine, poiché Elettra è protagonista solo in quanto unico tramite fra i figli e la tomba del padre) non ha la valenza di uno sfogo d'odio nei confronti della madre, ma il preciso dovere, da parte dell'erede al trono, di vendicare il genitore e di recuperare il patrimonio paterno usurpato. Un principio etico di natura essenzialmente religiosa ed economica, e non deve infatti stupirci che questi concetti siano così legati, in una società come quella greco-romana in cui ogni singolo aspetto di vita è associato alla cultualità.
E, ancora, sarebbe riduttivo vedere nella docile Alcesti una donna così innamorata da sacrificarsi per lo sposo, mentre questa eroina non fa altro che conformarsi al ruolo socialmente e moralmente preteso da lei (anche se Euripide le concede una certa sympàtheia), o in Medea la sola assassina dei figli, anziché la terribile dea che riafferma la propria potenza di fronte ad un mortale che ha osato beffarsi di lei e che non merita di godere dei frutti del proprio seme, cui spetta, invece, un posto sul carro del Sole con lei.
La nostra prospettiva nei confronti dell'antichità, dunque, non può essere di solo assorbimento: bisogna vagliare criticamente le sfumature di due sistemi etici e antropologici lontani, pur se legati e caratterizzati da molti aspetti affini ed ereditari.

Antefissa con Gorgone dipinta

Lo stesso si può dire dell'arte, enormemente fraintesa dai Neoclassici, che vedevano nelle arti figurative antiche un mondo di biancore e silenzio conforme alle statue marmoree di cui le loro collezioni erano piene, ma che avevano perso l'originario colore e la vivacità che rendeva le figure chiaramente distinguibili sui frontoni dei templi. Per non parlare del teatro, ben diverso dalla compostezza che noi associamo agli spettacoli: la musica (che non conosciamo), le maschere, gli interventi del coro, i rumori che i testi non riportano concorrevano a produrre un effetto estremamente legato al tribalismo delle origini di questi spettacoli, connessi ai riti dionisiaci. Lo stesso vale per i marmi augustei e per le origini del teatro romano, nato da cerimonie apotropaiche di strada.
Ma il fraintendimento più grande riguarda forse la politica. Comunemente si dice che i Greci hanno inventato la democrazia. Si dimentica, però, che la democrazia ateniese era ben diversa da quella odierna: fortemente nazionalistica e paurosamente incline all'emersione di personalità di spicco (la più famosa fu certamente quella di Pericle), era inoltre legata ad un'idea molto ristretta di partecipazione politica. Essa escludeva, per ovvie ragioni, gli schiavi, le donne e, per un certo periodo, anche coloro che non avessero entrambi i genitori ateniesi. Vero è che il mondo greco fu il primo ad allargare la gestione del potere, superando le forme amministrative della monarchia (ma non ovunque) e dell'oligarchia tribale, ma quando si tende a rapportare la nostra idea di democrazia a quella ateniese si dimenticano diverse implicazioni che la renderebbero una forma di governo poco auspicabile nel mondo contemporaneo, non fosse altro che ben presto Atene iniziò ad imporla con la forza alle città della sua coalizione.
Ci sono poi incidenti di livello terminologico, che talvolta vengono usati in riferimento all'antichità, ma che, alle nostre orecchie, suonano in modo estremamente negativo: è il caso dei termini tyrannos e dictator, che, in greco e in latino, indicavano due figure molto simili, incaricate, rispettivamente, dall'aristocrazia greca e dal senato romano di risolvere particolari crisi (nel caso dei tiranni greci soprattutto di carattere agrario-economico, a Roma più che altro militari). Ad invocare oggi figure di questo genere si rischiano occhiatacce, ma la realtà è che nel passato molti tiranni o dittatori furono eroi nazionali.
Alcuni concetti, insomma, ci mettono di fronte, più che ad una tradizione, ad un tradimento della cultura classica. Entrambi i termini hanno una comune radice, quel verbo tradĕre che significa consegnare, ma a tutti noi è ben chiara la differenza delle due derivazioni.

Lawrence Alma-Tadema, Fra le rovine (1902)


Non potrei mai negare l'esistenza di un legame genetico fra noi moderni e i classici (sarebbe un insulto stesso alle discipline che con tanto amore ho studiato e continuo ad approfondire), ma voglio di nuovo sottolineare che il valore dell'antichità non sta solo in questa comunione, ma anche - e forse ancor più - in quello che ci permette di differenziarci da essa, anche per il solo fatto di comprendere un'evoluzione di concetti, linguaggi e segni. Come sostiene Salvatore Settis, infatti, il Classico è uno straordinario strumento di educazione non solo al simile, ma anche all'alterità, una risorsa di cui oggi più che mai si sente il bisogno.
"Il passato è una terra straniera: fanno le cose in un modo diverso laggiù" (L.P. Hartley)
C.M.
NOTE: Alcuni testi per approfondire questo rapporto di diversità fra noi e l'antico sono L'uomo greco, una raccolta di saggi curata da J.P. Vernant, Futuro del Classico di S. Settis (per la questione artistica) e Dammi mille baci di E. Cantarella (che si concentra sulla diversità delle relazioni fra i sessi nel mondo romano).

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