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I conigli dormono ancora

Da Maddalena_pr

IN QUESTO NATALE CHE DOVEVA ESSERE COME NESSUNO, E INVECE È STATO COME TUTTI, E IN FONDO HA AVUTO IL BELLO DI ARRICCIARSI SU SÉ STESSO COME UNA BUONA SPIRALE

I conigli dormono ancora

Patrick e Sarah non credono più in Babbo Natale, salviamo la leggenda per Isabelle.
– Che dici, Isabelle, ci vuole il latte, o gli andrà bene il succo?

Preparo con lei biscotti e succo d’arancia, poi avrò cura di sbriciolarne un po’, lasciare credibili residui accanto a un bicchiere sporco, al tovagliolino che ho bagnato e stropicciato.

Sarà la più entusiasta, al mattino, quella che si scompone di luminosa, disordinata meraviglia. Sarah però dondolava in un sorriso beato accanto al piatto vuoto del vecchio canuto: – Isa guarda… Babbo Natale ha mangiato tutto! –  Credo che in quel fare – fiero – da sorella maggiore, le fosse rimasto un piccolo dubbio, come un ultimo quarto di luna.

Non dovrei ma penso allo spegnersi progressivo, ai salti che diventano dei brevi wow, poi un sospiro, un sorriso.

Qui fuori, ogni notte, arrivano due coniglietti lasciati liberi da vicini poco zelanti. Si piazzano accanto alla bici rotta di Mathias, nel nostro giardino moribondo. Uno a destra, uno a sinistra delle ruote, come sentinelle. Quando mi ricordo e sono ancora svegli, chiamo i bambini: Isabelle è impaziente, Sarah è curiosa, Patrick lancia uno sguardo cauto, già spianato dall’età.

Forse li salverà il temperamento, qualcuno avrà pur preso da me. Sarah, forse tu: sei uno schiamazzo che non sta chiuso in due labbra, un nome.

Sei che t’immagino diventare come me, una poesia volgare, un rozzo poetare,

inventavo anch’io un milione di cose, stasera mi hai sorpreso con un libricino cui lavoravi da due giorni, inserti, tasche, disegni, post-it. Chiuso da un nastro e un bottone: hai deciso che era per me.

Sono cose come questa, come la cover per il cellulare nuovo, i dettagli che vi hanno preso tempo, intrisi di buone intenzioni, a tracimare. Ho avuto il mio da fare, una piacevole fatica a rallentare nella calca emotiva.

In questo Natale che doveva essere come nessuno, e invece è stato come tutti, e in fondo ha avuto il bello di arricciarsi su sé stesso come una buona spirale,

il gusto di ritrovarsi nelle abitudini di sempre, nel rito del pranzo coi miei.

Non partire è stato un accadimento graduale, mio padre che ancora ci rassicurava sulle previsioni, sulla neve che avremmo trovato. Mia madre che via via muoveva piccoli passi ai miei progressivi rimandi: – Allora venite qui. Devi dirmi che torta vuoi. – Ché alla fine si sente, che un po’ le fa piacere, a lei, a mio padre, averci lì. E quella gioia che trasudava smussava la vacanza persa.

Courmayeur è rimasto buio, le decorazioni chiuse nei mobili più alti, il camino per nessuno.
– Ma Babbo Natale da dove viene, se non abbiamo il camino?
Ci siamo dovuti beccare le conseguenze, le abbiamo detto dalla porta, Isabelle.

Comunque alla fine è arrivato. Lei dice di averlo sentito, s’è svegliata un paio di volte. Io dico che se l’è cavata bene, non ha rovesciato il succo, ha richiuso la porta.

I conigli, fuori, hanno continuato a dormire.


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